Gabriele D’Annunzio, emozionatissimo, aveva accolto a casa sua, Carolina Carasson, detta la Bella Otero (Valga (Spagna) 4 novembre 1868 – Nizza 10 aprile 1965), in assoluto la donna più idolatrata e ammirata della Belle Époque, facendo distendere sotto i suoi piedi un tappeto di rose rosse. Questa gitana di travolgente bellezza ammaliò tutte le teste coronate dell’Europa di allora, che aprirono i loro forzieri di corte per farle omaggio dei più rari e preziosi monili di famiglia, mentre oltreoceano miliardari come Wanderbilt e Rothschild le donavano costosissimi gioielli di Tiffany creati appositamente per lei.
Osannata come la “regina della danza”, la “rosa di Siviglia ” aveva modulato la sua esistenza sul ritmo della sua focosa passione per il ballo, che le fece attraversare trionfante tutti i più importanti teatri del mondo tra gli applausi e il delirio di ammiratori e spasimanti che sembrava non dovesse mai finire. Solo un teatro di Bologna le fece provare il brivido di non essere applaudita ma addirittura fischiata!

Fu però nell’atmosfera ora intima ora sfarzosa dei più esclusivi ristoranti e hotel del jet set in cui la sua presenza rappresentava un evento, che le sue storie d’amore e le sue avventure sentimentali si accesero …e si spensero.
Palcoscenico della vita privata e delle pubbliche apparizioni di questa “femme fatale” furono, al pari dei grandi teatri in cui esibiva il suo corpo in danze voluttuose, i più eleganti ed esclusivi ristoranti dell’epoca come Maxim di Parigi, Rules di Londra, Hotel de Paris di Montecarlo e Petit Boulogne di New York. Nelle loro sale visse momenti indimenticabili. Per lei si creavano piatti speciali, si sprecavano dozzine di rose e di orchidee, si scritturavano orchestre famose. Il tutto era innaffiato di millesimato champagne, per raggiungere il massimo dell’eleganza e dello stile, in omaggio a questo simbolo della bellezza e della voluttà per cui gli innamorati erano pronti a tutto, anche a morire (pare che almeno 5 uomini si siano uccisi per amor suo!) .
Ma la Bella Otero era anche una buona forchetta. Pare che a tavola fosse capace di riempirsi il piatto 4 o 5 volte. I suoi amanti, consapevoli della sua divina golosità, amavano viziarla e coccolarla, studiando in ogni minimo dettaglio, i menu degli incontri perchè rappresentassero un perfetto preludio a un’ ora o a un attimo di passione. Una volta, all’Hotel de Paris di Montecarlo, alla sua richiesta di un pò di pane, si vide arrivare un lungo grissino su cui era avvolta una collana di perle di eccezionale valore, appetitoso omaggio alla sua bellezza del Principe Alberto di Monaco. Intanto dalla Russia lo Zar Nicola II,per poter essere quotidianamente vicino alla bocca di perla, che lo aveva fatto innamorare, le faceva pervenire un astuccio con ben 12 cucchiai di oro massiccio insieme ad una fornitura speciale di rarissimo caviale.
Ma forse il menu più drammaticamente studiato nei minimi dettagli dedicato a lei, in partenza per l’Europa, fu quello organizzato al ristorante Petit Boulogne di New York, da Hernest André Jurgens, impresario grazie al quale il suo mito era arrivato anche in America, suo pigmalione e per “un attimo” sua grande passione. Il menu esprimeva la tristezza di un amore finito e il gusto estetico, anche gastronomico, decadente dell’epoca. Lanterne di ferro battuto diffondevano bagliori di candele viola, mentre le pareti del locale, tappezzate di sete nei colori viola, marrone e verde scuro, accompagnavano una tavola ricoperta di una tovaglia delle stesse tonalità. Fori e stoviglie tutto in queste lugubri nuances.
Le portate di questa ultima cena, tutte raffinate e scelte tra le preferite dalla divina, furono presentate in una successsione lenta, quasi ieratica. Dopo gli hors-d’œuvre, vennero servite, su vassoi di argento opaco, le famose trote salmonate accompagnate da una salsa, versata lentamente da servanti mulatte in clamide viola e calzari d’argento al suono di musici invisibili. Poi pollastre tartufate in un vassoio azzurro cupissimo, immerse in una salsa spessa che disegnava, nei piatti dei due silenziosi commensali, sinistre volute.
La Bella Otero turbata da tanta lugubre cerimonialità domandò: “Porque todo eso?”. Jurgens non rispose ma la guardò disperatamente negli occhi. I calici cupi in cui erano stati serviti i vini più buoni del mondo non si levarono in nessun brindisi. Tutto era sottinteso. Fu un addio senza parole di un amore finito.
Un transatlantico l’indomani la riportò in Europa per nuovi amori e nuovi trionfi. Lui, abbandonata, per lei,la famiglia, rovinato finanziariamente per farle regali degni di re, perduto il lavoro e il prestigio, si suiciderà con il gas qualche giorno dopo.
Carolina Carcasson, la Bella Otero, invece visse a lungo e morì nell’aprile del 1965 in una modesta stanza di un alberghetto di Nizza, mentre, per risparmiare, cercava di scaldarsi un pò di caffè sul fornelletto a spirito.
Nella sua tasca trovarono solo pochi franchi. L’ingordo tavolo verde dei casinò aveva ingoiato tutte le ricchezze, i gioielli, i diamanti della sua vita. Intanto il cielo della sua Europa della Belle Époque era cambiato tra i tuoni e i lampi delle due Guerre Mondiali.
Didascalie immagini
- Bella Otero. Reutlinger 1901 (fonte)
In copertina:
Bella Otero. Reutlinger 1901
Particolare
(fonte)