Mi era già capitato di scrivere di lui sulle pagine di questa rivista circa tre anni fa, mentre lavoravo alla mia tesi di laurea. Non immaginavo che mi sarebbe potuto capitare di parlarne ancora in occasioni purtroppo meno liete.
La mattina del 21 giugno scorso ha visto, infatti, la sco
mparsa di Gunther Schuller, una delle figure più Un giovane Gunther Schullerrappresentative del Novecento musicale nelle sue molte sfaccettature. Spero che i lettori mi perdoneranno se uso questo spazio per tributargli un ricordo che, forse, potrebbe risultare più accorato di quanto normalmente si concede ad un critico. Schuller, infatti, oltre ad essere stato l’oggetto di molti miei studi accademici, è stato anche il modello di riferimento nella mia attività di musicologo e compositore.
Nato nel 1925 a New York, Schuller aveva ricevuto una formazione accademica – dapprima come cornista, poi come compositore e direttore d’orchestra – legata al repertorio eurocolto e alla musica d’arte contemporanea.
Nel 1945 aveva, infatti, avuto modo di approfondire la dodecafonia durante un seminario tenuto dal pianista Eduard Steurmann e dal violinista Rudolf Kolisch, grandissimi interpreti della musica di Schönberg. Come cornista d’altro canto prese parte, ancora giovanissimo, a quelle incisioni organizzate da Miles Davis fra il 1949 e il 1950 che poi sarebbero confluite in “Birth of The Cool”.
Alla figura di Schuller è quindi inevitabilmente legato il concetto di third stream, ovvero di quel Ritratto giovanile di Gunther Schullermovimento della musica dei tardi anni Cinquanta che si poneva come obiettivo quello di fondere elementi compositivi della musica d’arte occidentale con elementi costitutivi tipici dell’improvvisazione jazz.
Questa intenzione, diffusa in una parte della comunità musicale americana, emerse dapprima nella fondazione della “Jazz and Classical Society of New York”, costituita nel 1954 (ma i miei studi mi portano a credere che Schuller meditasse soluzioni sincretiche almeno dal 1948) insieme al pianista John Lewis; poco dopo, nel 1957, la third stream venne teorizzata definitivamente dallo stesso Schuller durante le lezioni tenute presso la Brandeis University e il Berkshire Music Center di Tanglewood.
Nel tempo, Schuller estremizzò sempre di più la sua concezione musicale guardando ai giovani esponenti della new thing come interpreti dei suoi brani.
Da musicologo Gunther Schuller si è occupato dei più svariati argomenti, spaziando dalla musica medievale al jazz. Ricordare tutti i titoli dei suoi interventi sarebbe impossibile; ci limiteremo a citarne alcuni. The Future of Jazz in Form e Sonny Rollins And The Challenge of Thematic Improvisation sono due dei titoli più noti. Nel primo ci si sofferma sull’uso della così detta “forma estesa” nel jazz; il secondo si occupa delle problematiche legate all’improvvisazione attraverso l’analisi di un assolo di Sonny Rollins.
Schuller è stato anche autore di quello che tuttora è uno dei più interessanti manuali di Storia del jazz, proprio dal punto di vista scientifico e analitico (esiste la traduzione italiana curata da Marcello Piras, grande amico dell’autore e grande musicologo).
Gunther Schuller in un'immagine più recente
Nel campo della musicologia “tradizionale”, Schuller ha più volte tuonato contro l’approssimazione degli studi conservatoriali legati al solo repertorio canonico e che escludono nella preparazione dei propri allievi tutto il linguaggio contemporaneo.
Si è scagliato con altrettanta veemenza contro lo spontaneismo, richiamando l’attenzione sul doveroso impegno che conduce verso la produzione scientifica e artistica. Questioni di spazio impongono di avviarsi alla conclusione, ma notizie ben più approfondite sulla sua figura si possono trovare nella sua autobiografia dal titolo Gunther Schuller: A Life in Pursuit of Music and Beauty.
Gunther Schuller
Quando se ne va una figura di tale rilievo, di tale completezza, di tale lucidità (soprattutto quando questo succede a stretto giro dalla morte di un altro gigante della stazza di Ornette Coleman, che con Schuller aveva lavorato a Jazz Abstraction nel 1960) non si può fare a meno di provare un profondo senso di scoramento e sfiducia; si pensa che quella parola, quella nota, che avrebbe ancora potuto dire nella sua vecchiaia sarebbe forse valsa di più dei fiumi di parole e d’inchiostro che si riversano quotidianamente su di noi.
Purtroppo non siamo creati per essere eterni e Gunther Schuller non avrebbe, fra l’altro, apprezzato questo sguardo nostalgico e pessimista. Questi giganti ci stanno sempre accanto nelle loro opere che noi (noi tutti, non noi critici o musicologi o musicisti), con le nostre riflessioni siamo chiamati a vivificare e a maturare. Questo, più probabilmente, avrebbe voluto.

Didascalie immagini

  1. Un giovane Gunther Schuller (fonte)
  2. Ritratto giovanile di Gunther Schuller (fonte)
  3. Gunther Schuller in un’immagine più recente (fonte)
  4. Gunther Schuller (fonte)

In copertina:
Gunther Schuller (fonte)