“Meteora” (Μετέωρα), termine greco che significa “in mezzo all’aria” “sospeso in aria”, è il nome di un’area della Tessaglia, nel nord della Grecia, dove il paesaggio è caratterizzato da torrioni e pinnacoli di conglomerati e arenaria – prodotto da milioni di anni di erosione da parte di acque fluviali e intemperie – che si levano dalla pianura come immense dita di un gigante sepolto, tese a indicare il cielo. Così forse le interpretarono i monaci che attraversavano queste terre solitarie in cerca di luoghi dove ritirarsi per condurre una vita ascetica in isolamento e pace: già nel IX secolo, le grotte che costellano i ripidi fianchi dei pinnacoli di arenaria, erano abitate da eremiti, che col tempi iniziarono a riunirsi in piccoli cenobi di pochi confratelli; la prima comunità si formò intorno al Mille a Dupiani: ai piedi di una roccia venne costruita una cappella, dove gli eremiti si riunivano per celebrare le funzioni in occasione delle Festività religiose, unico momento in cui interrompevano una vita di solitudine e silenzio.

Nel XIV secolo giunse qui il monaco Athanasios, in fuga dai monasteri del monte Athos – a seguito delle incursioni compiute dai pirati che infestavano il mar Egeo – e fondò quello che sarebbe diventato il monastero più importante della zona, sorto sulla cima di una roccia dalle dimensioni grandiose; fu Atanasios a dare il nome di Meteoros al cenobio, conosciuto più tardi come Gran Meteora o Monastero della Trasfigurazione, e cresciuto fino a comprendere quattro chiese, tra cui quella della Trasfigurazione, la più grande e antica delle Meteore, fondata da Athanasios stesso e decorata con affreschi del XIV e XV secolo. Seguendo questo esempio, tutti i monasteri edificati successivamente vennero collocati proprio sulla cima dei torrioni di roccia, a picco sulla pianura sottostante, chein alcuni casi si trova oltre 400 metri più in basso.
![]()
Fra il Quattrocento e il Cinquecento, la zona divenne un importante polo di attrazione per le comunità monastiche che si rifugiarono in quest’area appartata per sfuggire ai frequenti saccheggi di cui erano vittime tutti coloro che si trovavano sui percorsi degli eserciti in guerra – in quei secoli bellicosi, le alterne vicende delle innumerevoli guerre si traducevano in un andirivieni di soldataglie disposte a qualunque nefandezza pur di procurarsi i mezzi di sussistenza. Così, i monasteri delle Meteore si moltiplicarono, finché nel XVI secolo si contavano ben ventiquattro comunità monastiche che avevano dato vita a uno stato teocratico greco-ortodosso, secondo solo a quello del Monte Athos.

I monasteri erano raggiungibili solo mediante scale di corda, o verricelli che calavano una rete in cui trovava posto un raro ospite o un nuovo confratello. I mezzi per la salita potevano essere manovrati solo dall’alto, e questo garantiva l’impossibilità di raggiungere i monasteri a tutti coloro che non fossero graditi, ma costringeva anche i monaci alla totale dipendenza dai confratelli che, nella pianura sottostante, lavoravano i fertili terreni di proprietà del monastero e fornivano acqua e viveri alle comunità; sulla sommità di nuda pietra, dove si trovano le Meteore, restava appena lo spazio del piccolo chiostro per coltivare un po’ di erbe officinali destinate alla farmacia del convento, utilizzando la terra issata a braccia, un cesto alla volta, fino lassù. Preghiera e pittura di icone, erano le due attività svolte nelle Meteore, sorte in totale isolamento, eppure così vicine una all’altra che da alcuni monasteri se ne potevano vedere altri due o addirittura tre.

Lo spirito che animò la fondazione delle Meteore può essere assimilato a quello che produsse il fenomeno degli stiliti, proprio della chiesa orientale a partire dal V secolo: si trattava di eremiti che trascorrevano la vita in preghiera su una piattaforma posta in cima a una colonna, senza mai scendere, e la cui sopravvivenza dipendeva dai confratelli, che li rifornivano di frugali pasti e di un po’ d’acqua per dissetarsi. Il più conosciuto, San Simeone Stilita il Vecchio, visse in Siria nel V secolo: trascorse 37 anni su una piattaforma a 15 metri dal suolo, senza interruzioni e impedendo a qualsiasi donna di avvicinarsi, compresa sua madre, con un atteggiamento che si è tramandato fino ai giorni nostri nelle comunità monastiche greco-ortodosse del Monte Athos. Nei ruderi della chiesa di San Simeone, a Qal’at Sim’an, nel nord della Siria, si conservano ancora i resti del pilastro in cima al quale il santo dimorò per gran parte della sua vita; del pilastro resta ormai solo un mozzicone, dopo che per secoli i pellegrini ne hanno devotamente asportato i frammenti.

Il “mondo di mezzo” delle Meteore, sospeso tra cielo e terra, abbina elementi profondamente contrastanti tra loro: vedute aperte su spazi immensi e interni claustrofobici fatti di stanzette, scale anguste che si avvolgono intorno alle antiche mura, piccole chiese con le pareti interamente coperte di affreschi, chiostri dalle basse arcate percorribili in pochi passi. Il più piccolo di tutti, il convento di San Nicola Anapafsa – fondato nel XIV secolo – occupa una piattaforma di roccia di dimensioni così ridotte che si è necessariamente sviluppato in verticale, distribuito su tre piani, con la chiesa che occupa interamente il secondo e la cella campanaria che poggia su un vicino spuntone di roccia. La vita dei monaci si svolgeva quasi costantemente nel silenzio e in spazi ristretti, ed è facile immaginare quale miscela ribollente di ascesi, esaltazione mistica, invidie, odi e passioni dovesse concentrarsi fra queste mura, dove proprio il silenzio amplificava ed esaltava il significato di ogni gesto, di ogni sguardo. Così, nel tempo, le caverne che si aprono sulle pareti delle rocce in cima alle quali sorgono i monasteri, e dove avevano trovato rifugio i primi eremiti, divennero luogo di punizione per i monaci che si erano macchiati di gravi colpe, esiliati in solitudine e digiuno a meditare sui propri peccati.

Le Meteore raggiunsero il loro massimo splendore nel XVI e XVII secolo, quando si arricchirono grazie alle donazioni da parte di sovrani e nobili, che ne finanziarono la costruzione e le decorazioni con affreschi. Nel Settecento iniziò un declino che portò all’abbandono e alla successiva rovina della maggior parte dei monasteri, fino a che ne rimasero in attività solo gli attuali sei, due dei quali, Santo Stefano e Roussanou, ospitano piccole comunità femminili.
Il fascino delle Meteore, così come il loro inespugnabile isolamento, ha subito un fiero colpo quando nel 1922 sono state costruite le scale tagliate nella roccia che collegano i monasteri con il mondo. Il turismo, religioso e non, è cresciuto in maniera esponenziale soprattutto dopo che nel 1981 furono ambientate qui le scene culminanti del film 007. Solo per i tuoi occhi, e oggi resta immutato solamente l’incanto di un paesaggio unico al mondo.
Didascalie immagini
- Paesaggio delle Meteore (© Donata Brugioni)
- I monaci delle Meteore tramandano l’arte tradizionale della pittura di icone secondo i canoni dell’ortodossia greca (© Donata Brugioni)
- Da sinistra in senso orario: Grande Meteora (o Monastero della Trasfigurazione), Monastero di Varlaam , Monastero femminile di Roussanou (© Donata Brugioni)
- Veduta del Monastero della Trinità (© Donata Brugioni)
- Il solitario Monastero di Roussanou, tra ripide pareti di roccia (© Donata Brugioni)
- Il convento di San Nicola Anapafsa occupa una piattaforma di roccia molto piccola, e per questo motivo si sviluppa in verticale su tre piani, con la chiesa che occupa interamente il secondo, e la cella campanaria posata su uno spuntone di roccia adia (© Donata Brugioni)
In copertina:
Meteore convento san nicola anapafsa-particolare foto donata brugioni
[particolare]
(© Donata Brugioni)