Il logoro e abusato aggettivo “bello” porta con sé una complessa e quanto mai mutevole categoria filosofica. Evitando in questa sede una lunga disamina storica sul concetto di “belle arti” – excursus assai intricato che ci porterebbe lontani e impiegherebbe fin troppo spazio – preferisco prospettare una visione personale maturata in questi anni di attività come musicologo e compositore; è anche per questo che mi affretto a dichiarare fin dall’inizio che queste righe non vogliono avere nessuna pretesa di scientificità.
In Che cos’è la musica? Eggebrecht sostiene che il valore di una composizione “funzionale” stia nella relazione tra musica e scopo; il frutto di questa Hans Eggebrechtrelazione è uno dei criteri che possono portare l’ascoltatore a valutare buona o cattiva la suddetta composizione. L’autore suggerisce poi che, invece, una composizione d’arte, affrancata da ogni funzionalità, debba essere giudicata in assoluto. Questa posizione non si colloca lontana da quella ormai storica di Eduard Hanslich che, in uno slancio idealistico, esautora la Musica della sua dimensione linguistica; per lui il “bello” musicale è, appunto, esclusivamente musicale e la Musica va valutata sull’unica categoria che possiede, il suono puro. Per Hanslich, la Musica non possiede processi simili a quelli della lingua parlata ma piuttosto meccanismi semantici di tutt’altra natura, atti ad esprimere – in una manifestazione dello spirito hegelianamente inteso – categorie che la lingua non è in grado di fornire.
Al contrario io credo che il ragionamento di Eggebrecht riguardo la musica funzionale vada in qualche modo esteso alla musica d’arte; anche in essa, infatti, io vedo un rapporto fra composizione e scopo. Bisogna a questo punto chiarire quale sia lo scopo di una composizione con pretese artistiche e come questo rapporto produca nel primo caso della musica buona o cattiva, nel secondo bella o brutta.
Eduard HanslickIl fine di un prodotto funzionale è evidente: se il jingle pubblicitario viene ricordato a tal punto da spingere l’acquirente a scegliere un prodotto anziché un altro, esso ha ottemperato il suo scopo e può essere considerato buono.
Credo che lo scopo della musica che porta con sé pretese artistiche, o in altre parola la differenza fra arte e artigianato, sia quello di rispondere alle domande di senso che una comunità, una società, così come un singolo individuo, si pone disegnando il suo orizzonte d’attesa. Se mi fermassero per strada chiedendomi l’ora e io rispondessi “Credo pioverà”, la mia risposta dovrebbe essere considerata brutta: nonostante mi sia espresso in un buon italiano e con gentilezza, essa non ha soddisfatto la curiosità del mio interlocutore. Allo stesso modo, se la Musica è ben levigata nella forma ma non risponde alle questioni che io – individuo o società – le pongo, essa va ritenuta brutta e priva di un qualsiasi valore artistico.
Prima di chiudere questo brevissimo intervento – che certo lascia tanti fili da riannodare – vorrei concentrare la nostra attenzione su un’ultima categoria che segna il confine, soprattutto quando si parla di arte contemporanea, fra arte e bluff: la sincerità, l’onestà intellettuale, con la quale l’artista compie la sua opera.
Il “bello”, a mio modo di vedere, non va dunque ricercato né solo nella forma tornita né in pretese di distaccata santità, quanto piuttosto nella risposta sincera alle domande di senso che affollano l’orizzonte d’attesa.

Didascalie immagini

  1. Hans Eggebrecht
    (Dresda 1919 – Friburgo in Brisgovia 1999)
  2. Eduard Hanslick
    (Praga, 1825 – Baden bei Wien, 1904)

In copertina:
Fior di loto: forse in natura esiste il ‘bello assoluto’ ?
[particolare]
(foto © 2015 Andrea Mancaniello)