L’Anfiteatro Flavio risplende di travertino bianco e, privo di sbeccature e amputazioni, sembra il doppio del monumento mutilato che dal Medioevo in poi sarà chiamato Colosseo; il Circo Massimo è a tutti gli effetti uno stadio e collocato sulla spina, la balaustra che separa i due rettilinei di gara, riconosco l’obelisco che ai miei giorni svetterà al centro di Piazza del Popolo: nessuna traccia del prato in cui andavo a correre ai tempi dell’università; ma il Foro Romano è ancor più irriconoscibile per la geometria di edifici a noi sconosciuta che lo caratterizza: pare incredibile che i monconi superstiti della Basilica Emilia facciano parte della costruzione imponente che ora ho davanti agli occhi e che mi copre la vista della piana dove tra poco più di cento anni sarà fabbricata la Basilica di Massenzio.
È uno strano modo di pensarsi a casa trovarsi a Roma nel 256 d.C. C’è da credermi sulla fiducia, me ne rendo conto, ma non esiste distanza che faccia sentire lontani quanto il tempo. Questa sarà la mia città tra centinaia di anni, ma oggi mi sento straniero qui come lo sono stato finora altrove. Per questo mi sono concesso una piccola deviazione prima di cercare Plotino. Trovarlo non è stato difficile: ho chiesto della casa di Gemina, la vedova che lo ospita da tempo, e quando è uscito, l’ho seguito con discrezione. Ora che s’è fermato su Ponte Emilio, è il momento di avvicinarlo. E per me l’occasione per guardare la città da un’angolazione esclusiva: il primo ponte in muratura di Roma non supererà la notte di Natale del 1598, quando la più grande alluvione del Tevere lo distruggerà in gran parte, consegnandolo al mio tempo col nome di Ponte Rotto.

«Salute, Plotino», esclamo, mentre fa per appoggiarsi al parapetto. Lui si volta sorpreso.
«Buongiorno a te», mi saluta sorridendo. «Come fai a conoscermi?».
«Non potevo sbagliare: ho avuto occasione di vedere il ritratto che ti ha fatto Carterio. È davvero somigliante», rispondo subito io.
«Il mio discepolo Amelio me l’ha proprio fatta», confessa Plotino divertito, riprendendo a camminare. «Pur di raffigurarmi, ha mandato quel suo amico pittore a seguire le mie lezioni».
«Da quanto si dice, non c’era verso di convincerti a posare. Perché rifiutavi?», gli domando.
«Nulla di importante… È solo che non tengo in gran conto il mio aspetto», spiega lui, schernendosi.
«Coerentemente al tuo pensiero mantieni l’anima lontana dalle cose terrene. D’altronde c’è fermento di spiritualità nell’aria…», affermo io. Plotino coglie facilmente la mia allusione.
«Ti riferisci certo al Cristianesimo. Ma ti prego di non confondere: quella è una religione, la mia è una filosofia», precisa, scandendo l’ultima parola con un tono così autorevole da decretarne il primato.
L’anno zero è dunque alle spalle e con lui i successivi trentatré che cambieranno per sempre la sto-ria del mondo. È passato oltre mezzo millennio da quando ho incontrato Epicuro e in questo lungo tempo, in cui il centro dell’occidente da Atene s’è spostato prima ad Alessandria e poi a Roma, la filosofia pare aver perso l’originalità peculiare dello spirito greco. Già l’ultima scuola ellenica degna di nota, lo scetticismo, che sosteneva l’impossibilità da parte dell’uomo di accedere alla verità ultima delle cose e proponeva l’epoché, la sospensione di ogni giudizio, pur influenzata dalla dottrina indiana dei Gimnosofisti, sviluppava fondamentalmente concetti già espressi dalla Sofistica. Ma anche la prima speculazione romana sembra concentrarsi sulla rivisitazione di dottrine affermate: Seneca e Marco Aurelio sono esponenti illustri dello Stoicismo Nuovo ma anche Cicerone, al quale pure va riconosciuta una certa originalità, nel suo eclettismo non va oltre una sintesi di elementi sia stoici che epicurei. In ogni caso alla filosofia si continua a chiedere una funzione pratica. Ma con la diffusione del Cristianesimo, ecco che la metafisica rivendica il proprio spazio e Platone torna di moda, poiché la sua dottrina sembra ideale per legare insieme fede e pensiero.
![Raffaello Sanzio, Scuola di Atene, affresco, 1509-1511 circa, Città del Vaticano, Musei Vaticani [particolare]. Rispetto agli altri personaggi del dipinto, Plotino è ritratto silenzioso, in disparte](https://www.artearti.net/assets/channel_images/5970/plotino_scuola_di_atene_raffaello_sanzio.jpg)
«Cosa differenzia una filosofia dalla religione?», chiedo a Plotino.
«Su tutto, che la filosofia ha un carattere razionalistico, non si avvale di alcuna rivelazione e perciò si interroga sulla natura e sull’esistenza di Dio, che invece la religione dà per scontate, concentrandosi piuttosto sul rapporto esistente tra Dio e gli uomini», risponde lui.
«Eppure il tuo Uno e il Dio dei cristiani sembrano molto simili», gli obietto.
«Di differenze ve ne sono eccome», puntualizza Plotino. «L’Uno, ad esempio, non crea certo il mondo volontariamente, né per amore, ma per necessità. Allo stesso modo non lo salva come fa Dio. Piuttosto è l’uomo che può salvarsi rivolgendosi a quel Bene che l’Uno rappresenta».
«Mostrami in che modo», lo esorto io. Lui sembra non aspettare altro.
«È necessario liberarsi dai lacci che ci legano alle cose materiali: innanzitutto scovando nell’arte i tratti della bellezza universale che l’anima ha perduto cadendo nel corpo e di cui ha nostalgia; poi abbandonandosi all’amore, inteso non come possesso, bensì come contemplazione di un’idea; infine indagando mediante la dialettica il filo che lega le cose terrene a quelle universali. È così che si completa il Circolo: col ritorno dei molti all’Uno».
«Il Circolo che né Platone né Aristotele hanno saputo ricomporre?», mi azzardo a chiedere.
«Lungi da me criticare Platone: è il mio punto di riferimento e io non sono che un suo umile commentatore», s’affretta a chiarire Plotino. «Cerco solo di sanare il fraintendimento che la sua filosofia provoca quando separa Dio e la materia prima. Se questa esiste indipendentemente da Dio, che si limita a ordinarla, allora Dio non è perfetto, perché manca di qualcosa. Il controsenso è ancor più forte se con Aristotele affermiamo che, in quanto mancante, Dio sarebbe in potenza. Ma non era forse Atto puro?»
«Mi trovi d’accordo. Ma la soluzione qual è?».
«La soluzione è capire in che modo Dio possa produrre anche la materia. Ed è quello che io ho tentato di fare», risponde Plotino, grattandosi la fronte stempiata quasi con imbarazzo.
Altro che commentatore di Platone! Il neoplatonismo è a tutti gli effetti una filosofia nuova. Plotino, infatti, intendendo semplificare lo schema dualistico dio-materia (che anche Aristotele aveva accettato) in una unità che necessariamente deve includere il molteplice tutto, subito stravolge nei presupposti il pensiero di Platone, ridefinendo i caratteri di quel demiurgo che Plotino chiama Uno. Non un ordinatore cerca Plotino, ma l’essere più semplice da cui tutto, derivando, si distanzia. Così semplice e anteriore a ogni determinazione, da non essere in alcun luogo o tempo, da non avere limiti o forma e da trascendere la comprensione dell’uomo, che può solo intuirlo per analogia a partire dai suoi effetti.

«D’accordo. Ma se l’Uno, che è Dio, è perfetto, vuol dire anche che basta a sé stesso e dunque non ha bisogno di generare altro da sé. Allora perché lo fa?», domando ancora.
«Lo fa perché non può non farlo. La sua perfezione e potenza sono tali, che l’Uno ne trabocca. Ecco allora che da questa sovrabbondanza d’essere, per emanazione, si generano tutte le cose», mi risponde, aprendo le mani, come a indicare ciò che abbiamo intorno.
È allora che mi sporgo un poco e osservo il Tevere che scorre sotto di noi. In fondo l’Uno è come la fonte di questo fiume, che certo non produce volontariamente il fiume ma per sovrabbondanza d’acqua è già essa stessa fiume, e tuttavia nel fiume non si esaurisce, rimanendo fonte.
«La tua filosofia è incantevole, chi può negarlo?», gli riconosco. «Ma la natura umana è d’ostacolo a comprenderla: siamo così miseri che trovare in noi la radice dell’Uno è un compito arduo».
«Questo perché siamo l’ipostasi, il fondamento, più lontana dall’Uno, ovvero quella con meno perfezione. Dopo l’Uno vi è infatti l’Intelletto, che sta all’Uno come il pensato col pensante. L’Intelletto è la sede di tutti i pensieri o, per dirla con Platone, delle idee e, pur rivolto all’Uno – ma già altro da lui – genera a sua volta. Ecco allora la terza ipostasi, l’Anima, che, lasciandosi coinvolgere nel tempo, gradualmente entra nel mondo e vivifica gli esseri ideali e nel suo stato più basso produce la materia, che è male in quanto estremità di una gerarchia che ha alla sua origine l’Uno, il Bene supremo», spiega Plotino, arrivando al cuore del ragionamento.
«L’Anima è il momento in cui si colloca il demiurgo di Platone, giusto?», provo a osservare.
«Eccellente. In verità l’anima esiste in una pluralità di modi. La parte più alta equivale al demiurgo, che contemplando le idee ordina il mondo. Le anime singole sono invece le nostre: quelle più semplici rimangono invischiate nel sensibile e vivono nella menzogna, mentre a quelle più nobili spetta il compito di fuggire il molteplice e rimettersi in moto in direzione dell’Uno fino alla fusione sovrarazionale rappresentata dall’estasi. È questa la vera resurrezione e non occorre morire per realizzarla», afferma Plotino, ironico nei confronti della nuova religione, che tuttavia si servirà proprio del neoplatonismo per il suo impianto teoretico. Uno-Intelletto-Anima: facile riconoscere già nelle ipostasi la triade a cui il Cristianesimo farà riferimento per intendere il senso della Trinità.

«Rimarrei a lungo conversare con te, ma devo proprio affrettarmi», dice Plotino, dandomi un colpetto sulla spalla. «Gallieno e Salonina m’attendono per cena e non è carino far aspettare un imperatore» e allungando il passo, si congeda.
Mentre lo guardo allontanarsi, non posso che riflettere sulla sua filosofia, che mi affascina da sempre. E se davvero le cose stessero come dice Plotino? Se nel disordine del molteplice, il nostro saper cogliere una regola, un modello, non fosse altro che il richiamo di una perfezione superiore che ci attrae? Se una musica che ci piace fosse per noi bella perché i rapporti esatti della sua armonia sono la traccia dell’armonia assoluta alla quale tendiamo? Se perfino il sesso trovasse la propria giustificazione metafisica nel fatto che contemplare il bene implica di per sé la necessità di riprodurlo? E tutta questa metafisica, che stoici, epicurei e scettici ritenevano così inutile per la vita degli uomini, non sarebbe al servizio della vita più dei loro dettami severi?
Sento il bisogno di portare questi interrogativi nel mio tempo. Vengo da un secolo in cui i lacci che incatenavano le anime alle cose materiali si sono fatte catene. E non solo per la facilità con cui la scienza sembra trovare tutte le risposte, ma anche per l’impaccio che dimostra la religione nel proporre nuove domande. Per questo ho l’impressione che anche stavolta toccherà alla filosofia liberare gli uomini e permettere loro di tornare a volare alto.
Didascalie immagini
- Jan Asselein, Vista del ponte Rotto in Trastevere, olio su tela, 1652, collezione privata, Amsterdam (fonte)
- Raffaello Sanzio, Scuola di Atene, affresco, 1509-1511 circa, Città del Vaticano, Musei Vaticani [particolare]. Rispetto agli altri personaggi del dipinto, Plotino è ritratto silenzioso, in disparte (fonte)
- Nelle Enneadi, Plotino usa la luce del sole come metafora: «si può paragonare l’Uno alla luce, il termine immediatamente successivo al Sole e il terzo alla Luna che da lui riceve la sua luce» [IV,5,6] (fonte)
- Presunto ritratto di Plotino in una scultura del 240-260, Museo Ostiense, Ostia Antica (fonte)
In copertina:
Sarcofago in marmo detto ‘di Plotino’ 260-280 circa, Città del Vaticano, Musei Vaticani. Al centro il filosofo è raffigurato tra due Muse mentre srotola un rotolo di papiro. (fonte)