E’ una di quelle mattine limpide in cui ancora si scorge nitida la forma della luna sospesa nel cielo. Il fiume Halys scorre tra la vegetazione secca d’autunno, uguale in tutto e per tutto a centinaia di altri fiumi che nei secoli cambieranno nome. Gli Ittiti lo chiameranno Marassantiya, i Turchi, molto più tardi, Kizilirmak. Ma tutto questo, oggi, lo so soltanto io.
         E’ sulla sponda del fiume, in un lembo di terra arida che ne separa due anse, che incontro Talete. Mileto è lontana settecento chilometri, ma questo è un posto in cui torna volentieri, perché è di quelli a cui un giorno legò il suo nome. Il 28 maggio del 585 a.C., proprio nei pressi dell’Halys, Medi e Lidi stavano combattendo l’ennesima battaglia, quando all’improvviso le tenebre avvolsero ogni cosa, il sole scomparve alla vista e nessuno capì cosa stava accadendo. Nessuno, tranne lui.
        «Ero venuto qui di proposito, quel giorno. Mi tenevo al riparo, ma volevo vedere coi miei occhi la reazione che avrebbero avuto quando all’improvviso si fosse fatta notte», dice una voce alle mie spalle.
        Il chitone mi si apre un poco sul braccio, quando, voltandomi, mi trovo davanti a un uomo ormai molto anziano e dall’espressione solenne ma distesa. La barba arricciata è bianca come i capelli, folti ma ordinatissimi su una fronte alta che degrada verso uno sguardo profondo. Talete mi sorride e continua:
        «Non avevano paura dei nemici, né delle armi, né di morire. Ma quell’eclissi li terrorizzò al punto che si rifiutarono di continuare a combattere. Lo presero come un presagio, un rimprovero degli dei, forse stanchi di vedere quello scempio. In fretta e furia siglarono una pace sconclusionata. Quello che sei anni di guerra non avevano risolto, lo decise una semplice eclissi».
Il fiume Halys (odierno Kizilirmak) scorre verso il mar Nero
        Lo saluto con un cenno del capo, quasi un inchino. Ho davanti a me un uomo che, avendo a disposizione soltanto il suo ingegno, l’osservazione e pochissimi e rudimentali strumenti, intuì le proprietà del magnete e trovò almeno cinque teoremi di geometria, misurò l’altezza delle piramidi usando la loro ombra e le proporzioni, si accorse della differenza tra le stelle fisse e i pianeti, comprese che i giorni dell’anno erano 365 e un quarto. E, per l’appunto, seppe prevedere la prima eclissi di cui conosciamo la data. E sorrido, pensando che ai miei tempi parleranno di Jobs come di un semidio…
      «Lei sapeva tutto, maestro. Agli Ioni aveva annunciato cosa e quando sarebbe accaduto. Un’operazione incredibile», mi complimento.
        «Avevo fatto dei calcoli corretti, in effetti. Ma a pochi poi rivelai cos’era davvero accaduto. Se il timore serviva a far finire una guerra, che credessero pure alla collera degli dei. Una volta in più, però, mi accorsi quel giorno che, se c’era una spiegazione razionale per uno spettacolo simile, allora per ogni cosa poteva essercene una», osserva facendosi serio.
        «In un mondo che concepiva l’esistenza esclusivamente guidata dal mito e in cui gli uomini Talete di Mileto (640 a.C./625 a.C. – 547 a.C. circa)facevano sacrifici per accattivarsi il favore degli dei, immagino che per lei fu un passo decisivo in direzione della aletheia, la verità incontrovertibile che tanto le sta a cuore. Ma mi tolga una curiosità: anche l’astrologia imparò durante i suoi viaggi in Egitto?», gli domando.
        «In Egitto ho imparato molte cose. Mio padre mi ci aveva mandato per studiare il commercio, attività in cui gli orientali erano dei veri maestri. Ma lo delusi: si aspettava il ritorno di un mercante, invece rimpatriò un sapiente. Perché a me incuriosiva soprattutto la scienza e in particolar modo l’indipendenza della matematica, che funzionava anche quando gli egiziani non sapevano perché. Riuscivano a fare operazioni complesse, cose che noi non ci sogniamo neppure oggi. Ma si fermavano al risultato: se in quel modo funzionava, allora bastava fare sempre in quel modo. Il loro scopo era immediato, ma mancava loro una regola che, a dire il vero, nemmeno cercavano. Per l’eclissi una regola serviva, eccome. Per cui… no, a capire le stelle ho imparato da solo, fin da adolescente il movimento degli astri è stata la mia grande passione. Forse non ci crederà, ma una volta per guardare la luna, mi sono distratto e sono finito in un pozzo…», dice, scoppiando in una risata.
      Ho un sussulto. Altroché se ci credo: questa storia la conoscono tutti, la racconterà Platone nel Teeteto. Ma i più credono sia una leggenda. E, sinceramente, lo pensavo anch’io.
        «Dice davvero?!», chiedo sorpreso.
    «Assolutamente… Una servetta era nei paraggi e si prese gioco di me. Credo lo raccontò, sostenendo che la saggezza è inutile se non la si applica alle cose terrene. Ma fu d’insegnamento e qualche tempo dopo ebbi la mia rivincita. Ancora una volta la scienza mi venne in aiuto, quando, grazie ai miei studi di meteorologia, riuscii a prevedere un clima favorevole e un abbondante raccolto di olive».
    So benissimo di cosa sta parlando. Aristotele racconta questo episodio proprio in risposta all’aneddoto del pozzo. Se Platone intendeva mostrare l’ingenuità della gente comune, che prende in giro il filosofo perché incapace di comprendere a cosa è rivolto il suo intelletto, Aristotele voleva spingersi oltre e dimostrare quanto proprio la riflessione poteva essere il mezzo per primeggiare anche nella vita pratica, che tuttavia al filosofo, per sua stessa natura, non interessa granché. Così faccio finta di non sapere, assecondo Talete e gli chiedo di raccontare cosa accadde.
        «Accadde che, quando si era ancora in pieno inverno, presi in affitto per una cifra irrisoria tutti i frantoi di Mileto. Sembrava una sciocchezza, ma quando la previsione si avverò, gli stessi proprietari chiesero di poter utilizzare i frantoi, che potei subaffittare al prezzo che volevo. Il profitto fu grande e se ne parlò in tutta la polis», racconta con orgoglio.
Fausto Melotti, I sette savi, 1961, gruppo scultoreo
        «Potrei citare un suo apotegma, quello che preferisco: “il tempo è più saggio di tutti, scopre sempre tutto”. Credo che anche la servetta trace sarebbe d’accordo», gli faccio io. Talete si fa serio.
        «Ciò che mi sta più a cuore è che il tempo sia saggio nel dar ragione a me e ai miei compagni nella ricerca della verità e che i poeti non riescano più a imporre la loro legge provvidenziale e divina. Vede… siamo contemporanei eppure lontanissimi: noi fisici cerchiamo nel mondo della natura quell’ordine che i poeti hanno stabilito nel mondo degli uomini», dice sospirando.
        «Eppure è stato proprio lei a dire che “tutto è pieno di dei”», obietto.
        «Io non ricordo di averlo mai detto, ma se vuole saperlo, lo penso. Certo, i miei dei non sono quelli che Esiodo fa muovere nel teatro della sua Teogonia. Lui andò vicino alla verità e nel cercarla mi anticipò addirittura, perché fu il primo a indagare il principio delle cose. Ma la sua risposta fu mitica, non si staccò dalla tradizione. I miei dei, invece, sono l’archè e sono dentro l’archè. Non serve altro dio che trascenda il principio, perché dio è principio stesso», spiega, formando con le dita una sfera, forse quel Tutto oltre cui, per lui, c’è solamente il nulla.
        E’ il panteismo dei Presocratici, secondo i quali Dio non è una causa trascendente il mondo, ma una forza tanto interna ad esso, da identificarsi col mondo e col principio che lo governa (l’archè, appunto): per Talete questo principio fu l’acqua, per Anassimandro fu l’infinito (o àpeiron), per Anassimene l’aria.
        «Mi sta dicendo che dio è dunque acqua?», lo provoco. Talete sorride e non si scompone.
        «Non l’acqua, semmai l’umido. Perché l’umido è all’origine di tutto: del nutrimento dei viventi, del loro seme, lo è persino del calore. E d’altronde bisognava pur iniziare da qualcosa… Non si soffermi tanto sulla risposta; quel che conta è porsi la domanda. Dov’è il principio? Cercarlo nella physis, nella natura, vuol dire camminare verso l’aletheia. Il mio contributo è questo: aver tracciato una linea, proprio come Sette Sapienti, mosaico, 90 a.C. circa. Da Torre Annunziata, Villa di Tito Simmio Stefano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale feci col faraone Amasis, disegnando triangoli sulla terra e ristabilendo i confini che il Nilo cancellava ogni anno con le piene. L’ho tracciata tra ciò che è stato e ciò che spero sarà: la fine dell’Ade, l’inizio della sophìa».
    E’ probabile che l’influenza dell’acqua gli derivasse dall’esperienza vissuta in una grande civiltà fluviale come l’Egitto o che, grazie alle conoscenze meteorologiche, si fosse accorto della peculiarità che l’acqua possiede nel presentarsi in tutti gli stati della materia: liquido, solido, gassoso. Ma mi rendo conto che i secoli ci hanno consegnato la scuola di Mileto e i nomi dei suoi interpreti fin troppo legati a quelli degli elementi. Forse loro stessi vedevano queste intuizioni come postilla di un processo più ampio e radicale, finalizzato a liberare il Tutto dagli impacci del mito e a interpretarlo attraverso il ragionamento. Avevo l’impressione di avere davanti un uomo stanco e fiero di aver spostato un enorme macigno che ostruiva un passaggio ma molto meno interessato a discutere di dove il passaggio potesse portare.
        «Sono vecchio e debole. Ora toccherà ad altri proseguire il mio cammino», dice serenamente.
       Talete ha quasi 85 anni e nessuna paura della morte. Sosteneva che in nulla è diversa dalla vita, forse perché la morte non intacca l’armonia di quel Tutto, che gli dei di Esiodo inevitabilmente alteravano. Di anni ne vivrà altri otto, anche se questo non posso dirglielo. Se sapesse che a tradirlo sarà proprio un evento naturale, un colpo di sole che lo strapperà alla vita mentre assiste a una gara di atletica, non mi crederebbe mai. Oppure, al contrario, sorriderebbe di una vita tanto allegorica da evocare, persino nella fine, il proprio principio.

Didascalie immagini

  1. Il fiume Halys (odierno Kizilirmak) scorre verso il mar Nero
    foto Ferrell Jenkins
    (fonte)
  2. Talete di Mileto (640 a.C./625 a.C. – 547 a.C. circa) (fonte)
  3. Fausto Melotti, I sette savi, 1961, gruppo scultoreo (fonte)
  4. Sette Sapienti, mosaico, 90 a.C. circa. Da Torre Annunziata, Villa di Tito Simmio Stefano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale
    foto Roberto Lucignani
    (fonte)

In copertina:
Raffaello Sanzio, Scuola di Atene, 1508-1511, affresco base cm.770, Stanza della Segnatura, Palazzi Vaticani, Città del Vaticano
[particolare]
(fonte)