Quando da ragazzo studiai Democrito al Liceo, avevo sedici anni e ricordo bene che mi infastidì. Eppure venivo dallo studio di Parmenide, uno dei pensatori più complessi della filosofia antica: possibile che Democrito mi risultasse più indigesto? È vero, fu lui il primo a interessarsi a discipline fino a quel momento inesplorate, fedele a una condotta di vita tutta dedita allo studio, che ne fece uno degli uomini più colti di sempre. Ma davvero era solo il peculiare enciclopedismo a rendermelo tanto poco familiare? O forse condividevo già lo scetticismo espresso poi da Aristotele, che ammetterà la grandezza di Democrito come fisico, ma non lo riconoscerà affatto come filosofo?
       Mi trovo in Tracia, ad Abdera, a pochi passi dalla casa di Democrito, circondata da un piccolo bosco di platani. L’ormai vecchio filosofo è seduto scalzo sull’erba, appoggiato a una grossa roccia sulla riva del ruscello che le scorre davanti. Ma riconosco anche l’uomo che fino a un attimo fa era con lui e che ora mi viene incontro: è il grande Ippocrate, considerato il padre della medicina. Conosco il motivo per cui è venuto, perciò lo saluto e gli domando:
       «Dunque, Ippocrate, come sta Democrito? So che i cittadini di Abdera vi hanno chiamato a visitarlo perché temono sia impazzito: dicono che abbia smesso di dormire e che rida di ogni cosa, convinto che la vita sia un nonnulla».
       «Sta benissimo, non preoccupatevi», risponde lui, divertito. «La sua non è follia, ma eccessivo vigore dell’animo. Ride di tutto e tutti perché è un denigratore delle cose umane».
       «Dite allora che posso avvicinarmi a salutarlo?», chiedo, mostrandomi sollevato.
       «Certamente. La sua risata non è contagiosa e, se anche fosse, non è detto che sarebbe un male. Dopo averci parlato, sono certo che lui non sia pazzo ma non che i pazzi non siamo noi», afferma, proseguendo poi per la sua strada.
1 nicolaes moeyaert ippocrate e democrito dipinto 1636
      Nonostante le rassicurazioni, mi avvicino con riguardosa attenzione a Democrito, che tuttavia, sentendo il rumore dei miei passi e il calpestio di foglie, senza nemmeno voltarsi a controllare, esclama:

       «E ora quale stregone è venuto a visitarmi? Stavo giusto per chiudermi in casa, affinché il mio morbo non si diffonda». E quasi non riesce a finire la frase, che scoppia in una fragorosa risata.
       «Non sono un medico, state tranquillo», lo rassicuro. «Porterò agli Abderiti la notizia della vostra sanità». Democrito allora si volta. Quindi fa un cenno con la mano e, invitandomi accanto a sé, esclama:
       «Bene! Allora siediti qui e scrivi: Democrito è sano come un pesce. Ha più di novant’anni ma una salute di ferro. E ai miei concittadini dì che, se ride, è perché sbeffeggia l’uomo colmo di stoltezza, infantile nelle sue decisioni, angosciato nell’intraprendere fatiche di nessuna utilità, sempre operoso per rendersi superiore agli altri».
       «Non vedo come Ippocrate potesse aiutarvi: un medico non cura la saggezza, guarisce i malanni», osservo io. Democrito ricomincia a ridere tanto forte che quasi mi spaventa. Poi si calma e spiega:
       «Ma neppure questo gli è riconosciuto. Gli infermi salvati da Ippocrate attribuiscono agli dei la causa della loro guarigione. La scienza deve scontare l’affronto dell’ignoranza, della verità non v’è alcuna cognizione».
       «Non sta forse ai filosofi insegnare la saggezza?», domando provocatoriamente.
       «E quale, se anche i filosofi s’ingannano? Per questo io rido pure di certi saggi, che interessandosi alla sola ragione, si sono spinti tanto lontano da perdere di vista ciò che hanno sotto gli occhi. Zenone, 2 peter paul rubens democrito olio su tela 1603ad esempio, che nega il divenire, può forse esser maestro? Gli Eleati dicono bene quando indicano la ragione come principio guida della conoscenza, ma non ci si può sbarazzare dei fenomeni così facilmente: se il divenire appare con tanta evidenza, allora è verità», afferma.
      È quanto sostengono anche Empedocle e Anassagora, i fisici pluralisti che tentarono di trovare una sintesi tra il divenire incessante di Eraclito e l’essere immutabile di Parmenide. Essi, operando una distinzione tra elementi (immutabili) e composti (mutevoli), dissero che le cose del mondo sono costituite da elementi eterni, che tuttavia, unendosi e disunendosi, danno vita al divenire. Empedocle riconobbe nelle quattro radici (acqua, aria, terra e fuoco) i suoi elementi, mentre Anassagora, ritenendo le radici insufficienti, indicò l’archè in piccolissime particelle di materia che Aristotele chiamò poi omeomerie («particelle simili»). Ma entrambi furono d’accordo nel sostenere che il divenire è possibile solo perché gli enti che nascono e muoiono non provengono dal nulla, ma da una preesistente unità originaria.
      «A me sembra che in questo siate d’accordo con Anassagora», affermo io. «In fondo il vostro atomo non differisce molto dalle sue omeomerie».
      «Ti sbagli. Anassagora sostiene che le omeomerie siano infinitamente divisibili mentre i miei atomi sono indivisibili. Li ho chiamati così per questo! Per contrastare le obiezioni di Zenone, siamo costretti ad ammettere l’esistenza di un principio che non possa esser diviso. In questo modo, stando al suo paradosso, se da un punto di vista logico è accettabile che la tartaruga non venga raggiunta da Achille, abbiamo gli elementi per poter dire che, nella realtà, Achille le sarà addosso in un momento. Ma c’è di più. Le radici di Empedocle, così come le omeomerie, sono qualitativamente differenti tra loro. I miei atomi, invece, sono tutti della stessa natura e differiscono solo per forma, grandezza e posizione. Una questione di quantità».
      «E tuttavia le similitudini tra voi finiscono qui», dico io. Democrito capisce dove voglio arrivare.
      «Per forza! Quando c’è da spiegare come il divenire accade, il loro ragionamento si perde nella fantasia. Per giustificare il combinarsi delle radici, Empedocle chiama in causa due forze cosmiche, Amore e Odio: l’azione dell’uno rompe l’unità dell’altro, causa la separazione degli elementi e genera la formazione delle cose. Anassagora, se possibile, si spinge oltre, dichiarando che è il Nous, un’intelligenza divina, a dividere i semi confusi nel caos primordiale, determinando la creazione del mondo. Favole! Perché ammettere una mente ordinatrice, che né la ragione né i sensi possono indagare?».
      «Ma allora perché gli atomi si muovono?», domando. Ci risiamo, perché Democrito (che evidente-mente non senza motivo fu detto “il filosofo del riso”) si sbellica di nuovo.
      «I miei atomi non hanno bisogno di un perché ma di un come. Non serve qualcuno che li muova: si muovono da soli. E si muovono grazie al vuoto, che non è altro che il non-essere di Parmenide. Il movimento è una loro qualità necessaria e tutto si determina secondo questa necessità».
3 l atomo la piu piccola parte di un elemento chimico
      L’atomismo rappresenta la prima forma di materialismo dell’antichità, dottrina che fa della materia il principio di spiegazione della realtà. Nello specifico quello di Democrito è un materialismo cosmologico, perché considera la materia come causa ultima delle cose ma in tal senso, negando ogni struttura provvidenziale, si configura anche come ateismo.
      «Dunque è vero che non credete nell’esistenza degli dei?», lo interrogo.
      «Per me gli dei possono anche esistere, ma pure loro sono fatti d’atomi di natura ignea, come le nostre anime. E comunque non sono causa delle nostre cose. Il divenire non ha alcuno scopo; tutto ciò che esiste nell’universo è frutto del caso e della necessità».
      Ecco cos’era a mettermi inquietudine. Per quanto ogni speculazione fino a quel momento incontrata fosse originale e spesso antitetica a quella che la precedeva, c’era un implicito filo conduttore a guidare il percorso del pensiero: il finalismo. Sebbene nascesse proprio dal bisogno di staccarsi dal mito, la filosofia in qualche modo continuava a farci i conti, nella misura in cui ogni speculazione, nell’intento di dare un ordine al tutto, non si accorgeva che quell’ordine stesso era un mito nuovo. Democrito è il primo a rendersene conto e liberarsene, perché per lui un ordine semplicemente non c’è. Ora, chi come noi nasce in una cultura che sottintende un senso all’esistenza e (che si creda o non si creda in un dio) gli attribuisce i connotati della salvezza, avverte come un corpo estraneo Democrito e il significato di un meccanicismo che non lascia spazio alla trascendenza. Fu il caso di me ragazzino. Ma forse anche di Dante, che definendo Democrito nella Divina Commedia colui «che il 4 agostino carracci democrito olio su tela 1598mondo a caso pone», dimostrò di non capire quanto quel caso, che per il poeta era denigratorio, per il filosofo fosse il principio di tutto.
      «Tu poni il mondo a fine. E io potrei sfotterti per la stessa ragione», gli avrebbe risposto Democrito nel Limbo, se solo Dante gli avesse dato voce.
      Il dopo Democrito, ad ogni modo, sembrava scritto in favore di una filosofia che avrebbe messo le briglie all’immaginazione e, partendo dalla fisica, si sarebbe fatta sempre più scienza. Accadde invece il contrario. Se Dante nel 1300 arrivò a canzonarlo, è perché Democrito da tempo era stato superato. O meglio, accantonato. Perché nessuno lo prese tanto sul serio prima dell’età Moderna, quando la sua dottrina venne ripresa da John Dalton. Quando il chimico, all’inizio del 1800, propose la legge delle proporzioni multiple, si trovò a ipotizzare qualcosa di simile a ciò che Democrito aveva intuito e, grazie ai suoi studi, ricavò per via empirica la prima teoria atomica della materia. L’atomo dunque esisteva realmente, e forse la cosa avrebbe sorpreso persino Democrito, a cui sarebbe bastato che tutti ne riconoscessero almeno la verità ontologica. Ma si andò oltre. A inizio ‘900, con la scoperta della radioattività naturale, si capì che l’atomo, nonostante il suo nome significasse «indivisibile», era divisibile eccome! Anzi, era composto a sua volta da parti più piccole, dette subatomiche. Nel giro di trent’anni, prima Thomson, poi Rutherford e infine Chadwick scoprirono rispettivamente elettroni, protoni e neutroni, al cui confronto l’atomo che Democrito aveva immaginato doveva sembrare una montagna.
      Fu un precursore, potremmo dire. Ma talmente avanti coi tempi da essere ritenuto un visionario. E infatti sospettarono fosse pazzo. O più semplicemente fu sfortunato, proprio come Gimondi, il campione di ciclismo che nei ’60 e ’70 vinse tantissimo, ma che avrebbe vinto assai di più se negli stessi anni non fosse nato anche Eddy Merckx. Probabilmente Democrito avrebbe convinto tutti che prima di cercare nuove risposte (“il fine è…”), bisognava trovare nuove domande (“esiste un fine?”); che i fenomeni non hanno una causa finale ma solo una causa efficiente (il movimento vorticoso degli atomi); persino che gli dei fossero poco più che fantasmi. Ma mentre lui, ormai uomo, era occupato a ridere di tutto, ad Atene nasceva il suo Cannibale, che più che odio gli dimostrò poi indifferenza: Platone. E per il folle di Abdera fu subito oblio.

Didascalie immagini

  1. Hendrick ter Brugghen, Democrito ed Eraclito, olio su tavola, 1618
    [particolare]
    (fonte)
  2. Nicolaes Moeyaert, Ippocrate e Democrito, dipinto 1636, Den Haag, Mauritshuis (fonte)
  3. L’atomo è la più piccola parte di un elemento chimico che conserva le proprietà chimiche dell’elemento stesso. Fu John Dalton, all’inizio del XIX secolo, a rielaborare l’intuizione di Democrito, fondando la teoria atomica moderna. (fonte)
  4. Agostino Carracci, Democrito, olio su tela, 1598 ca., Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli (fonte)

In copertina:
Peter Paul Rubens, Democrito, olio su tela, 1603, Museo del Prado, Madrid (fonte)