Ho venduto il mantello. Stavo scendendo dall’acropoli e non ero ancora entrato in agorà, quando un ragazzo m’è venuto incontro, chiedendomi per quante dracme gli avrei lasciato l’himation. Colto di sorpresa, non ho saputo fare un prezzo, ma non c’ho pensato due volte; ormai nemmeno lo indossavo più, perché in Grecia il sole di primavera è già caldo, e poi qualche moneta mi fa proprio comodo: incontrare un sofista con le tasche vuote sarebbe davvero da sprovveduti… Il ragazzo alla fine m’ha dato due dracme ma, visto come se n’è andato soddisfatto, mi sono fatto un’idea su chi di noi due abbia fatto un affare.
       Finalmente sono arrivato ad Atene, città che da qualche decennio s’è lasciata alle spalle le guerre persiane e che sotto il dominio di Pericle sta conoscendo uno splendore che forse non ha mai avuto e che in ogni caso non avrà più. È l’Atene della democrazia, quell’isonomia che Clistene ha introdotto a fine secolo scorso, ma che solo ora, in tempi di pace, ha fatto della polis il centro economico e culturale di tutto il mondo greco. È qui che, dove prima sorgeva il tempio arcaico di Atena Poliàs, distrutto nel 480 dai Persiani, stanno ora edificando il Partenone; è qui che filosofi, artisti e letterati accorrono smaniosi di confrontarsi nell’agorà; è qui che i sofisti, maestri di virtù, incontrano giovani a cui propongono l’insegnamento di sapienza e retorica. È qui che anch’io mi trovo adesso per conoscere Protagora, che della Sofistica è considerato il padre. Quando lo scorgo tra la folla – piuttosto alto, barba incolta, capelli ricci e scuri – lo trovo intento a seguire le fasi finali di un processo, a quanto sento dire, già il terzo della mattina. L’accusato è stato ritenuto colpevole dalla giuria. Quella che s’attende ora è la votazione che decida la pena. Non disturbo Protagora fin quando non viene pronunciato il verdetto: «esilio!».
1 atene notturno del partenone-foto andrea mancaniello
      «Un altro nemico della democrazia che viene mandato lontano da Atene?», gli domando, avvicinandolo (e con la scusa, attacco bottone).
      «Di sicuro un avversario scomodo. In democrazia funziona così. Per quanto mi riguarda, poteva anche essere nel giusto, ma se la comunità ha deciso che era colpevole, allora dev’essere vero», risponde.
      «Dunque nell’Atene democratica cosa sia vero oppure no lo decide un’assemblea di uomini?», incalzo. Protagora mi guarda ora meno distrattamente, mentre la folla di curiosi lentamente si sparpaglia.
      «Non solo ad Atene, in ogni luogo è così. L’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono. E la verità non fa eccezione. Esiste forse una Verità che sia valida per tutti?», mi interroga, sottintendendo quale sia la risposta che ritiene corretta.
      «La filosofia ne sembra convinta: da Talete in poi ha provato a cercarla», ribatto. Protagora sorride.
      «Guardatevi intorno, vi prego. Credete davvero che questa gente sia interessata a conoscere l’arché o a perder tempo dietro l’Essere? La filosofia di cui parlate Voi, oramai, è un gioco da aristocratici. I tempi sono cambiati: alla sophia gli uomini chiedono di farsi pratica» afferma con una certa risolutezza.
      «Perciò mi state dicendo che Anassimandro, Pitagora, Eraclito, Parmenide, il vostro concittadino Democrito sono tutti passati invano?», gli chiedo ancora, con espressione scettica.
      «Tutt’altro. Sono serviti a dimostrare come ogni ricerca sulla natura risulti vana. Talete indica il principio di tutto nell’acqua, Anassimandro lo riconosce invece nell’àpeiron; Pitagora sostiene che la sostanza delle cose sia il numero, mentre Eraclito indaga il divenire e Parmenide l’essere; Anassagora dice che ogni cosa è pieni di omeomerie, viceversa Democrito parla di atomi che si muovono nel vuoto. Ditemi: quale tra queste è la verità? Forse nessuna? A me pare invece che lo siano tutte. Ma è evidente allora che possano esistere anche verità in contrasto tra loro. Ed ecco allora che il logos, tanto caro ai filosofi della natura, entra in crisi», afferma con una facilità d’eloquenza che – devo ammetterlo – finora non ho riscontrato in nessuno. Difficile sostenere il confronto.
      «Come se ne esce?», mi rimane da chiedergli.
      «Cambiando il centro della riflessione», risponde senza esitazioni. «Se la verità per manifestarsi passa attraverso l’uomo, allora è all’uomo, e non alla natura, che la filosofia deve rivolgersi».
2 jean-charles nicaise perrin l amicizia di pericle per anassagora
      È questa la rivoluzione che la Sofistica apporta nella storia del pensiero. Non solamente collocare l’uomo e le sue vicende al centro della speculazione, ma anche riconoscerlo protagonista di quel relativismo che, negando l’esistenza di una verità teoretica assoluta, afferma piuttosto l’esistenza di una verità relativa a chi la giudica. Ed è in questo senso che i Sofisti si fanno portatori di una posizione umanista, che presuppone l’uomo come metro di valutazione. Nelle Antilogie, la sua opera più originale, Protagora dimostra come sia possibile sostenere tesi antitetiche non solo in merito alla conoscenza, ma perfino riguardo all’etica. Quando gli domando se il fine della filosofia deve dunque essere il bene dell’uomo, Protagora risponde dando sfogo a tutta la propria abilità:
      «Il bene e il male non funzionano diversamente dalla verità».
      «Ma come?», obietto io, «la malattia, ad esempio, non è forse un male per ogni uomo?».
      «Lo è certamente per i malati. Ma Ippocrate non la considera forse un bene? Per un medico la malattia è importante quanto la guarigione per gli infermi», afferma. «E allo stesso modo un buon raccolto sarà un bene per gli agricoltori ma un male per i commercianti».
      Sofismi, li definirà Platone, con accezione tutt’altro che positiva. Ma anche Aristotele si allineerà, giudicandoli ragionamenti artificiosi e volutamente ingannevoli. E il significato negativo del termine è resistito fino a noi, che definiamo sofisticato un romanzo che manchi di semplicità o un vino che sia stato alterato o un uomo dagli atteggiamenti fin troppo raffinati. Eppure buona parte degli storici sostiene (a ragione) che furono i Sofisti stessi a preparare il terreno per la speculazione di Platone e Aristotele. Allora perché proprio a partire da loro una critica tanto feroce e definitiva nei confronti di una corrente filosofica che prima del Novecento non sarà (seppur parzialmente) riabilitata?
      Potremmo dire che fu sì, un attacco alla sostanza, ma ancor più alla forma della Sofistica. A provocarne la condanna unanime da parte di intellettuali ancora legati a una mentalità aristocratica fu la prerogativa che i Sofisti avevano nel chiedere un compenso per il loro insegnamento. Ai contemporanei di Protagora appariva scandaloso che si potesse guadagnare professando saggezza; i Sofisti divennero così «prostituti della cultura», squallidi intellettuali interessati al successo e ai soldi più che alla ricerca della verità. Pare tra l’altro che i prezzi fossero altissimi e che Protagora risultasse tra i maestri più costosi. In genere la spesa era ragionevole per il discepolo che si dimostrava capace, ma poteva salire fino a cento mine (equivalenti a diecimila dracme: cinquemila mantelli come il mio!) se l’allievo risultava particolarmente duro di comprendonio.
3 salvator rosa democrito e protagora 1663-1664
       «Non c’è che dire, il ragionamento fila. Ma se la Sofistica sostiene l’assenza di qualsiasi riferimento forte, se è vero tutto e il suo contrario, cos’è che voi insegnate a caro prezzo?» domando a Protagora.
      «Insegniamo l’utilità. D’accordo, la filosofia non è in grado di farsi verità, ma che almeno serva a qualcosa! Il cittadino che prima viveva isolato, ad Atene partecipa alle assemblee, discute di leggi e di giustizia, si interessa al destino della polìs. Ma per emergere e far sì che la sua voce venga ascoltata, non ha bisogno di conoscenze specialistiche ma di una formazione globale, la paideia, e ancora di apprendere l’arte dell’eloquenza, perché la parola è lo strumento di persuasione in politica, la sola arte che riguardi ogni uomo. E chi meglio di noi conosce la retorica?», risponde lui mal celando vanità.
      Ora, d’accordo, per alcuni aspetti i sofisti non saranno stati esempi di moralità e si possono condividere o meno le conclusioni a cui giunsero. Ma se ritenevano la vita pubblica l’ambito in cui ogni uomo poteva davvero realizzarsi e la parola il passepartout con cui gli si potevano aprire le porte della politica, non è forse meritevole la divulgazione di un sapere che i filosofi della natura ritenevano esclusivo? Non è anche da riconoscer loro che fu questo il momento in cui l’uomo smise di essere spettatore della natura per farsi artefice del proprio destino, ricercando la potenza sulle cose attraverso 4 il tetradramma moneta del valore di quattro dracmeun linguaggio che aveva già le sembianze della tecnica? E, tutto sommato, non è coerente persino che i sofisti pretendessero un compenso per l’insegnamento dei segreti che credevano potessero cambiare la vita dell’uomo? In fondo, in tempi (i nostri) in cui la tecnologia ci viene proposta come nuovo strumento di potere, chi insegna a servirsi dei computer, lo fa forse gratuitamente?

      Bisogna ammetterlo, ai sofisti la cosa sfuggì di mano. Già con Gorgia, altro grande esponente del movimento, la Sofistica si fece più severa circa le possibilità conoscitive ma anche pratiche dell’uomo. Con l’eristica (letteralmente «arte del disputare»), ultima fase di una Sofistica sempre più scissa dalla filosofia, la retorica perde infine ogni funzione educativa e diventa puro gioco dialettico. La critica sempre più aspra dei detrattori finirà per colpire l’intero movimento, condizionandone il giudizio nei secoli a venire.
      «Dovete scusarmi, s’è fatto tardi. Il caro Pericle m’aspetta in casa della bella Aspasia. Ci riuniamo spesso da lei, in compagnia di giovani che brillano per eloquenza. Vogliono che ne conosca uno in particolare, di cui lei è stata maestra. Si chiama Socrate. Sembra che ne sentiremo parlare», dice Protagora. E non sa quanto ha ragione.
      «Vi devo qualcosa per il disturbo?» domando, mostrando con orgoglio le mie monete.
      «Così mi offendete», risponde sorridendo. «Non vi ho detto nulla che in fondo Voi non conosceste già». E lentamente si incammina verso l’acropoli.
      Amicizie potenti non lo salveranno. Sembra un paradosso ma, dopo una carriera intera passata a occupare posizioni estreme, Protagora finirà accusato di empietà e condannato all’esilio per l’affermazione forse più cauta di tutta la sua vita: «Degli dei non sono in grado di sapere né se sono, né se non sono, né quali sono; molte sono infatti le difficoltà che si frappongono: la grande oscurità della cosa e la limitatezza della vita umana». Sarà di fatto la prima definizione di agnosticismo, l’atteggiamento con cui l’uomo sospende il giudizio sul problema del divino, riconoscendo di non avere strumenti sufficienti per potersi esprimere in merito. La Sofistica poteva mettere in discussione due secoli di filosofia e entrare a piè pari nella vita politica della polis, ma sugli dei doveva andarci cauta. A dimostrazione che il detto “scherza coi fanti, ma lascia stare i santi” valeva già ai tempi dell’Atene di Pericle.

Didascalie immagini

  1. Atene: veduta notturna del Partenone sull’acropoli, la parte più alta e fortificata della polis greca. (© 2011 foto Andrea Mancaniello)
  2. Jean-Charles Nicaise Perrin, L’amicizia di Pericle per Anassagora, olio su tela, Musée Girodet, Montargis (fonte)
  3. Salvator Rosa, Democrito e Protagora, dipinto 1663-1664, Ermitage, San Pietroburgo. (fonte)
  4. Il tetradramma, moneta del valore di quattro dracme, fu coniato per la prima ad Atene nel 510 a.C. Raffigurava al dritto la dea Atena, protettrice della città, e sul retro una civetta, animale sacro alla dea. (fonte)

In copertina:
Raffaello Sanzio, Scuola di Atene, affresco 1509-1511 circa, Città del Vaticano, Musei Vaticani. All’interno del gruppo di Sofisti (a sinistra) molti interpreti riconoscono Protagora nell’uomo che tiene in mano un libro e un rotolo di pergamena.
[particolare]
(fonte)