Nonostante il cognome germanico, Adolfo Wildt nasce, si forma e muore a Milano dove svolge la maggior parte della sua carriera. Lo documentano le raccoltre della GAM che gli dedica oggi la retrospettiva Adolfo Wildt (1868 – 1931). L’ultimo simbolista in corso fino al prossimo 14 febbraio.
Nata in sinergia con i Musées D’Orsay et de l’Orangerie di Parigi con i quali la Galleria d’Arte Moderna di Milano condivide la curatela e il progetto scientifico, la mostra continua il percorso di valorizzazione dei nuclei più significativi della collezione scultura avviato a inizio dell’anno con la retrospettiva su Medardo Rosso.
50 sculture in gesso, marmo e bronzo offrono un resoconto dell’attività di Wildt, artista riscoperto solamente nelle ultime decine d’anni, pur avendo lasciato la sua eredità ad artisti quali Melotti e Fontana. 
Adolfo Wildt, Il prigione, 1915, marmo, Collezione privata
L’ordinamento dei pezzi rende conto delle principali evoluzioni stilistiche e concettuali dell’opera dell’artista, formato in bottega sotto l’egida di Giuseppe Grandi, avviando la propria attività nel 1885 con una produzione di stampo naturalista che poi rinnegherà.
La sua prima “vera opera” è considerata dalla critica Atte o Vedova, busto della seconda metà degli anni Novanta dell’Ottocento presentato in mostra accanto alla Vestale di Canova, confronto che indica chiamaramente quale fosse il punto di partenza. La scultura attira l’attenzione di Franz Rose che resta mecenate di Wildt fino alla morte nel 1912, rimanendo fedele allo scultore nonostante il suo stile andasse progressivamente modificando. Inizia attingendo a piene mani spunti dal Secessionismo e da quell’arte germanica che lo scultore ha modo di conoscere proprio grazie a Rose, il quale gli permette spesso di viaggiare ed esporre le sue opere in Germania e soprattutto a Monaco. 
Un particolare di: Adolfo Wildt Trilogia, 1912 Marmo di Candoglia, 268 x 250 x 120 cm Milano, Galleria d’Arte Moderna, inv. 3573

Un periodo di forte depressione, seguito al rifiuto da parte della critica di Beventi del 1906, e superato con la realizzazione del gruppo scultoreo Trilogia che Sironi suggeriva di osservare per: “capire e ammirare tutta la nobiltà di questo artista, la sua passione avida e fanatica, e insieme tutta la complessa raffinatezza classica”, è alla base del mutamento stilistico che lo porta ad accentuare l’uso della linea deformante secessionista, uno stile più tormentato che deforma e trasforma i corpi alla ricerca di un effetto psicologico.
Il dolore che lo segna definisce anche i contorni delle rappresentazioni di sé, talora con il marmo nella Maschera del dolore (Autoritratto) del 1909, o con la matita nell’Autoritratto con la croce del 1916.
Adolfo Wildt Autoritratto con la croce, 1916 Matita e carboncino su carta incollata su cartoncino, 86,5 x 86,5 x 2,1 cm Milano, Castello Sforzesco, Civico Gabinetto dei Disegni, inv. agg. 426 Civico Gabinetto dei Disegni, Castello Sforzesco, Milano

Degli anni Dieci è l’introduzione della doratura dei particolari, e alla metà del decennio i temi su cui Wildt pone l’attenzione sono spesso incentrati sulla maternità e la famiglia. La difficoltà di creare iconografie autonome non suddite della tradizione per temi quali la Madonna con Bambino si fa sentire, ma viene efficacemente risolta in composizioni che dissolvono le forme naturali per dare sempre più rilievo alla dimensione spirituale. Ne è un bell’esempio un’opera composita, Concezione, dove i rilievi in marmo sono supportati e completati dal  cavalletto ligneo  inaspettato.  
 Adolfo Wildt, La concezione, 1921, marmo dorato, Padova, Collezione privata

C’è chi descrive il Wildt di questo periodo “asceta del marmo” vista l’estetica sempre più pura e slegata dalla realtà anatomica. Sante e santi diventano concetti immateriali, e Wildt ne reinterpreta le iconografie seguendo la propria religiosità personale che è quella di un cattolico non praticante.
L’arcaismo è ancor più accentuato nei disegni fatti con inchiostri e oro su pergamena, materiale dell’antichità per antonomasia.
Dopo la guerra i contatti con intellettuali e personalità si intensificano, noti sono quelli con Grubicy o Toscanini di cui lo scultore realizzerà un busto in marmo acquistato dal compositore per trentamila lire, e oggi esposto alla Scala. Sempre in questo ambito conosce Margherita Sarfatti, influente critica che si legherà a Mussolini, la quale persuade Wildt nel 1922 ad unirsi al gruppo di Novecento italiano.
Adolfo Wildt, La musica e la poesia, 1920, inchiostro e oro su pergamena, Collezione privata.

Il grande successo personale arriva con la retrospettiva alla Galleria Pesaro del 1919, che ha il merito di far conoscere l’artista ad un vasto pubblico, assicurandogli la stabilità economica. Lo stile di questo periodo risponde alla richiesta dell’elitè fascista che vuole un’arte glorificatrice e commemorativa che trovi legittimazione in un passato glorioso. Le commissioni sono per lo più monumenti funebri o ritratti che Wildt esegue spesso partendo dalla fotografia, e dove il soggetto è rappresentato non in quanto persona, ma in quanto archetipo trasformato in un busto monumentale. Tra i tanti personaggi ritratti ne spiccano Mussolini e il re Vittorio Emanuele entrambi documentati in mostra.

Nonostante le sue vicinanze col mondo fascista, Wildt non era un’artista del regime attivo per opere ufficiali, ma sarà tuttavia questa l’idea che i contemporanei si fanno della sua opera a guerra terminata, ragione infine della sfortuna critica alla quale andrà incontro.
Fausto Melotti, Scultura n. 16, 1935 (1968), bassorilievo in gesso, Milano, Museo del Novecento

Nel 1922, lo stesso anno in cui entra nel gruppo di Novecento, Wildt apre la sua Scuola del marmo, ospitata  dall’anno seguente a Brera. La prima lezione di ogni corso riguardava la rappresentazione di un uovo in marmo, forma essenziale ma estremamente moderna, utilissima per apprendere la tecnica della levigatura.
L’ultima parte dell’esposizione mostra l’eredità lasciata da Wildt agli allievi. Fontana entra nel suo atelier quando ha 28 anni dopo averlo scoperto in una mostra milanese, e dallo scuoltore assorbe la ricerca dell’equilibrio delle forme in un linguaggio radicale, facendo del vuoto l’elemento centrale dei suoi Concetti spaziali. Melotti invece interiorizza la forza della linea e l’armonia tra i pieni e i vuoti per giungere all’astrazione delle forme.

A completamento della mostra è inoltre possibile seguire le tappe di un percorso tematico Wildt a Milano, alla ricerca delle opere delle scuoltore in giro per luoghi importanti della città come Scala, Cimitero Monumentale, Tempio della Vittoria e molti altri.

Didascalie immagini

  1. Adolfo Wildt, Il prigione, 1915, marmo, Collezione privata
  2. Adolfo Wildt Trilogia, 1912 Marmo di Candoglia, 268 x 250 x 120 cm Milano, Galleria d’Arte Moderna, inv. 3573 (Foto Alessandro Belgiojoso)
  3. Adolfo Wildt Autoritratto con la croce, 1916 Matita e carboncino su carta incollata su cartoncino, 86,5 x 86,5 x 2,1 cm Milano, Castello Sforzesco, Civico Gabinetto dei Disegni, inv. agg. 426 Civico Gabinetto dei Disegni, Castello Sforzesco, Milano
  4. Adolfo Wildt, La concezione, 1921, marmo dorato, Padova, Collezione privata (Courtesy Galleria Gomiero Padova – Milano, Foto Marzio De Santis)
  5. Adolfo Wildt, La musica e la poesia, 1920, inchiostro e oro su pergamena, Collezione privata. (Foto Saporetti, Immagini d’arte, Milano)
  6. Fausto Melotti, Scultura n. 16, 1935 (1968), bassorilievo in gesso, Milano, Museo del Novecento (© Museo del Novecento, Milano)

In copertina:
Un particolare di: Adolfo Wildt, La musica e la poesia, 1920, inchiostro e oro su pergamena, Collezione privata. (Foto Saporetti, Immagini d’arte, Milano)

Catalogo edito da Skira

Dove e quando

Evento: Adolfo Wildt (1868 – 1931). L’ultimo simbolista
  • Fino al: – 14 February, 2016
  • Sito web