Archiviato definitivamente un film imbarazzante come Gli amanti passeggeri per il suo lungometraggio numero venti Pedro Almodóvar torna a raccontare l’universo femminile, ancora una volta con il ritratto di una madre, incarnazione di una potente forza creatrice primordiale.
La storia di Julieta prende ispirazione da tre racconti brevi della scrittrice canadese Alice Munro – Fatalità, Fra poco, Silenzio inclusi nel volume In fuga – per costruire una vicenda originale sul senso di colpa, che contagia come malattia anche quando non è espresso, sul dolore di un assenza diventata ossessione che riempie il vuoto e distrugge, sul peso insostenibile del non detto come maledetta ipoteca nel vivere.
Ma soprattutto il nuovo film di Almodóvar ci consegna l’amarezza di una verità cosmica assoluta: la solitudine esistenziale scaturita dall’impossibilità per ogni essere umano di condividere davvero, anche con gli affetti più prossimi, il dolore della perdita; l’inadeguatezza del linguaggio a tradurre la ferocia di un sentimento che dilania, comprensibile solo se vissuto disgraziatamente sulla propria pelle, crea il congenito isolamento della condizione umana, qui compreso e accettato senza pessimismo come inalterabile dato di fatto. I viaggi più importanti, anche interiori, inevitabilmente si fanno da soli.

Nell’immagine che apre il film un drappo rosso si muove leggero e intermittente quasi a suggerire una consistenza carnale, è l’abito indossato dalla protagonista che si muove dolcemente sotto le onde del suo respiro.
Julieta ha in mano la piccola scultura di una figura maschile seduta, pesante, in apparenza forte e compatta, la avvolge come a proteggerla in un gesto simbolico che racchiude tutta la fragilità virile, davanti ai rovesci della vita o all’impotenza di un possesso della femmina che è solo illusorio.
La cultura imperante spaccia il mito del maschio forte e potente, potenza che spesso si esaurisce nel solo predominio sociale, ma è alle donne che la natura delle cose impone in dotazione una fibra più resistente per dare alla luce gli uomini portandoli in grembo.

La donna impacchetta pezzi di vita nel suo appartamento, è sul punto di lasciare per sempre Madrid e trasferirsi in Portogallo con il compagno Lorenzo Gentile, ma proprio quel giorno l’incontro casuale con Beatriz, amica di sua figlia Antía, le fa cambiare bruscamente progetto.
Abbandona Lorenzo, imponendogli ancora una volta il rispetto per tutta quella parte dolorosa della sua vita che gli ha sempre taciuto, e inizia a scrivere in un diario dedicato alla figlia tutto quello che non ha mai trovato la forza di raccontarle per la sua giovane età, per rimozione della sofferenza, per pudore.
Il flusso narrativo si scinde in due piani temporali diversi e paralleli a rivelare un intreccio sofferto di amori e distacchi.

Molteplici e stratificati i temi affrontati nel Cinema di Pedro Almodóvar, che stavolta lascia da parte l’ironia e presenta Julieta come dramma puro, senza eccessi visivi o narrativi, sfuggendo al melodramma; con l’idea che il dolore una volta entrato nell’anima ci cammina a fianco, come ospite invadente e indesiderato che solo la distanza, temporale o geografica poco importa, è in grado davvero di definire nell’enormità delle sue proporzioni.
Di nuovo è l’impossibilità della condivisione più vera in primo piano, quando davanti alla provvisorietà della vita vittime spezzate da uno stesso lutto si allontanano, ognuna intenta a seguire le proprie reazioni per costruire armi interiori con cui resistere a una sofferenza che non conosce mai regressione.

Senza alcun timore per la continuità narrativa il regista divide il ruolo della protagonista tra due attrici diverse, Emma Suárez e Adriana Ugarte qui alla loro prima volta in un film di Almodóvar, che si integrano in modo così perfetto da creare davvero l’illusione della stessa persona in età diverse.
Rossy De Palma torna per la settima volta a farsi dirigere dal cineasta che la fece esordire in La legge del desiderio con un piccolissimo ruolo che già esaltava in modo indimenticabile il suo profilo cubista.
Denso di citazioni cinematografiche soprattutto hitchcockiane, come le sequenze ambientate sul treno, Julieta si avvale di una colonna sonora firmata dal fedele Alberto Iglesias che sa accompagnare in punta di piedi le immagini, con discrezione, costituendo un tappeto emozionale di fondo che non prende mai il sopravvento sulla narrazione visiva.

Ricco di sequenze originali, una per tutte quella con l’asciugamano in cui la madre passa di colpo da un’interprete all’altra invecchiando sotto il peso di una sciagura che annichilisce, Julieta aggiunge un altro tassello importante alla filmografia di Almodóvar affrontando temi già toccati, con risultati più alti, in quello che resta il suo capolavoro Tutto su mia madre.
Intrecciando drammi e coincidenze il cineasta continua a narrare situazioni eccezionali intrise di sentimenti comuni, che tengono incollati allo schermo e fanno chiedere al nostro bambino interiore, impreparato all’arrivo improvviso dei titoli di coda: “…e poi?”
Didascalie immagini
- Locandina italiana
- Julieta e Lorenzo / L’incontro casuale / Consapevolezza di un distacco
- Daniel Grao è Xoan, prototipo di fragilità virile fallocentrica
- Adriana Ugarte è la giovane Julieta
- Dario Grandinetti è Lorenzo / Inma Questa è Ava / Julieta e Marian interpretata da Rossy De Palma / Blanca Parés è Antía adolescente con la madre Julieta
- Pedro Almodóvar e i due volti della sua Julieta / Il cineasta al lavoro sul set
.
(© 2016 El Deseo)
In copertina:
Emma Suárez è la Julieta più matura, impegnata a ripercorrere graffiandola sulla carta tutta la sua storia (© 2016 El Deseo)
SCHEDA FILM
- Titolo originale: Julieta
- Regia: Pedro Almodóvar
- Con: Emma Suárez, Adriana Ugarte, Daniel Grao, Inma Cuesta, Darío Grandinetti, Michelle Jenner, Rossy de Palma, Pilar Castro, Nathalie Poza, Susi Sánchez, Joaquín Notario, Priscilla Delgado, Blanca Parés, Ariadna Martín, Sara Jiménez, Ramón Aguirre, Tomás Del Estal, Mariam Bachir, Luis Iglesia B., Lupe Roda, Monti Cartiñeiras, Agustín Almodóvar, María Mera, Paqui Horcajo, Cecilia Rivera, Ramón Ibarra, Mari Carmen Sánchez, Óscar Rus, Jorge Pobes, Cuco Usín, Fernando Iglesias, Carlos Gª Cambero, Liliana Niespial, Bimba Bosé, David Delfín, Elena Benarroch, Charles Centa, Toni Novella, Lola García, Esther García
- Sceneggiatura: Pedro Almodóvar basata su tre racconti di Alice Munro
- Fotografia: Jean Claude Larrieu
- Musica: Alberto Iglesias
- Montaggio: José Salcedo
- Scenografia: Antxon Gómez
- Costumi: Sonia Grande
- Produzione: Agustín Almodóvar e Esther García con Bárbara Peiró e Diego Pajuelo per
- Genere: Drammatico
- Origine: Spagna, 2016
- Durata: 98’ minuti