Platone e Aristotele, uno dopo l’altro. Spartiacque di una filosofia che prima di loro in qualche modo aveva tenuto un corso lineare. Come una melodia orecchiabile, in cui all’improvviso due note suonano altissime o al limite stonate, ma dopo le quali, in ogni caso, riprendere il registro conosciuto diventa un compito arduo. Come filosofare dopo di loro? È questa domanda a rendermi tanto impaziente del prossimo incontro, perché stavolta non sarà solo con un filosofo, ma anche con un momento storico che costringe a riordinare le fila, dopo uno strappo che non avrà eguali per secoli. E non si parla solo di filosofia, perché è il mondo stesso ad essere mutato: siamo in pieno ellenismo, l’epoca che inizia nel 323 a.C. con la morte di Alessandro Magno e termina dopo tre secoli con quella di Cleopatra. Grazie alle imprese del Conquistatore, i confini del mondo greco si sono ampliati dalla Sicilia fino all’India e dalla Macedonia all’Egitto, e il formarsi delle grandi monarchie ha causato il declino delle polis tanto care ai greci, che sembrano spaesati anche dalla vicinanza di quelli che chiamavano barbari e ora sono costretti a chiamare concittadini.
       Ma nonostante tutto, mi trovo di nuovo ad Atene, nel solo posto in cui potrei essere per conoscere il fondatore dello stoicismo, Zenone di Cizio: la Stoà Pecile, il suggestivo «portico dipinto» dove lo scolarca tiene le lezioni. E se non fosse che sono trascorsi pochi anni dalla costituzione della scuola ed è ancora Zenone a dirigerla, riconoscerlo non mi sarebbe facile, perché i nomi, i volti e persino i pochi scritti sopravvissuti degli interpreti della scuola ci sono giunti riferiti genericamente allo stoicismo e pertanto sfumati, come se fra loro non vi fossero differenze. Ce ne sono eccome, invece, e non potrebbe essere altrimenti per una dottrina che si svilupperà lungo cinque secoli, seguendo anche geograficamente il corso della storia, tanto da esaurirsi a Roma nel II secolo d.C. Basti pensare che il primo (e più radicale) stoicismo sosteneva il disinteresse per la politica e la vita sociale ma l’ultimo grande stoico della storia sarà Marco Aurelio, un imperatore.
1 gaetano gandolfi diogene e alessandro olio su tela 1792 collezione privata zurigo
      «Perciò è questa la tua famosa scuola, Zenone?», domando all’uomo che sta osservando le tavole dipinte alle pareti del portico. Quella che ho di fronte dev’essere La presa di Troia, che sarà poi attribuita a Polignoto di Taso.

       «Vedi forse una scuola, forestiero?», mi domanda, senza distogliere lo sguardo dal dipinto.
       «Come sai che non sono ateniese? Forse tutta la città segue le tue lezioni?», rispondo risentito.
       «Oh, è molto semplice… solo un forestiero può ignorare le leggi di Atene. Sembri conoscermi e dovresti sapere che vengo dall’isola di Cipro. E se fossi ateniese, sapresti anche che a uno straniero non è consentito possedere immobili. Per questo le nostre lezioni si svolgono qui», mi fa lui, scrutandomi appena con la coda dell’occhio.
       «Va bene, hai ragione: non sono di Atene. Ma so bene che questo è un portico! L’ho chiamato scuola perché il significato è quello, ti pare?», mi giustifico io.
       «No che non mi pare», brontola lui, che quantomeno si volta e aggrotta le sopracciglia. «Se il significante è lo stesso per entrambi e così anche l’oggetto, allora anche il significato dovrebbe essere uguale!».
       Bisogna dirlo, Zenone ha dei modi tutt’altro che affabili (finora non me ne ha passata una…), ma io ho commesso una leggerezza, perché la teoria del significato è proprio uno dei contributi principali che lo stoicismo ha lasciato in eredità. Distinguendolo dall’oggetto che richiama e dallo stesso significante, ovvero la parola che evoca l’oggetto, il significato diventa l’atto con cui, dopo la percezione, la ragione aderisce alla realtà. Certo non è questo il solo contributo dello stoicismo alla logica. In linea col materialismo che caratterizza il pensiero della scuola, Zenone e i suoi seguaci procederanno oltre il sillogismo aristotelico per fare in modo che la logica non si configuri solo come intelaiatura formale della realtà ma si fondi su una precisa rispondenza tra premesse e situazioni di fatto.
2 hartmann schedel zeno illustrazione da cronache di norimberga 1493
      «Bisogna stare molto attenti con le parole. Se è un portico, non è una scuola. Ma questo è un portico. Dunque non è una scuola», chiosa lui, dandomi dimostrazione pratica di come la dialettica può condurre a stabilire ciò che è vero o falso fondandosi non su termini universali (come faceva Aristotele), ma su proposizioni ipotetiche relative a fatti o eventi individuali.

       «D’accordo, me ne ricorderò. Ma perché la logica è tanto importante per te?», gli domando sorpreso. «Credevo fosse la morale la vostra disciplina prediletta».
       «La morale si occupa dei frutti di quell’orto che è la filosofia. Ma la logica è il suo muro di cinta, perché ha per oggetto la verità. Non a caso il suo nome deriva da logos: il discorso, certo, ma anche la ragione universale e provvidenziale che governa l’intero universo. Confondersi su questo, può far sì che i frutti non crescano buoni», risponde Zenone, usando un’immagine divenuta poi classica in ambiente stoico. Ora s’è spostato e ammira l’Amazzonomachia di Micone, opera che costò una multa di trenta mine all’autore, colpevole di aver dipinto i Persiani più grandi dei Greci.
       «Il logos di cui parli non è forse lo stesso di cui parlava Eraclito?», domando io.
       «Proprio lo stesso. E come governava il suo divenire, così tiene insieme ogni cosa ed è la necessità razionale che determina ogni accadimento».
       «Necessità, dici. Dunque non solo con Eraclito sei in accordo, ma persino con Democrito», osservo ancora. Lui, visibilmente sorpreso dal nuovo riferimento (il che la dice lunga su quanto poco credito mi desse), chiarisce prontamente:
       «Dici bene, forestiero: tutto accade necessariamente. Ma certo non casualmente, come sostiene Democrito. Al contrario… Il mondo è un organismo in cui ogni parte svolge la propria funzione, secondo una legge naturale e perfetta, che è la stessa ad Atene come a Roma. Ed è in questa legge che si trova il Dio che tanti s’affannano a cercare».
3 manuel dominguez sanchez el suicidio de seneca olio su tela 1871 museo del prado madrid
      Se gli stoici intendono il Logos come legge divina intrinseca alla natura e operante in ogni cosa, ecco che allora la loro dottrina è una forma di panteismo. Ma la fiducia nel logos è anche il modo che lo stoicismo sceglie per ricomporre la frattura tra Dio e Materia che Platone e Aristotele avevano operato. Come può un Dio perfetto avere fuori di sé la materia che è radice del mondo? O un principio attivo esistere senza un passivo che riceva la sua azione? Se il Dio di Aristotele è «pensiero di pensiero», è proprio perché, pensando sé stesso, pensa anche l’universo e gli conferisce la vita e l’ordine.

       «Ma se c’è un Logos così rassicurante da occuparsi di tutto, quali rischi vi sono che l’orto dia frutti sbagliati?». La mia domanda è lecita, ma la risposta di Zenone apre finalmente alla morale stoica.
       «La realtà segue il proprio corso e su questo l’uomo non ha potere. Anzi, possiamo dire che l’uomo stesso è parte del logos e non può sottrarsi a tale condizione. Ma solo l’uomo virtuoso si accorge di questo e dà il suo assenso al fato, volendo ciò che il Fato vuole e scegliendo di vivere in accordo con la natura. Purtroppo i più dimenticano la ragione e, lasciandosi guidare dalle passioni, cadono in errore e perseguono valori che a noi sono indifferenti», esclama, chiudendo il pugno in segno di disapprovazione.
       «Intendi valori come il potere o la ricchezza?», ipotizzo io.
       «Non solo. Anche la bellezza o la salute. E persino la stessa vita, che non è degna d’essere vissuta se non può essere al servizio della virtù. Credimi, forestiero, mi ucciderò quando sarà il momento se le condizioni m’impediranno di adempiere al mio dovere», dice lui con decisione.
       So bene che non mente, perché è così che se ne andrà nel 263: lasciandosi morire, accelerando il decorso di una grave malattia. In linea, in fondo, con quanto aveva fatto Socrate, che aveva preferito la morte a una vita inautentica. Quel Socrate che Zenone tanto ammirava e che aveva rivisto in Cratete, il filosofo cinico di cui si fece scolaro e che tanta influenza ebbe sulla morale dello stoicismo. L’indifferenza alle passioni del cinismo (che deve il proprio nome alla vita da cane condotta da Diogene, il filosofo cinico che viveva in una botte) diventerà l’apatia professata da Zenone, il disprezzo per i piaceri illusori si farà ricerca di una felicità che si espleti nell’assenso incondizionato alla ragione che determina il corso degli eventi.
4 raffaello sanzio scuola di atene affresco 1509-1511 circa-particolare
      «Ora vattene», mi dice, tonando all’improvviso scorbutico. «Ecco che già Cleante sopraggiunge. Mi auguro che scoprirai qual è il tuo dovere in questa vita. Io conosco bene il mio». E senza nemmeno l’accenno di un saluto, si fa incontro a colui che lo succederà alla guida della scuola.

       Ecco, allora, come si filosofa dopo Platone e Aristotele e nel pieno smarrimento del primo ellenismo: rivolgendosi a sé stessi e rendendo i confini del proprio mondo interiore più solidi di quelli che il mondo di fuori ha ridisegnato. In fondo, mi dico, il nostro tempo non è tanto diverso da quello di Zenone. La rivoluzione tecnologica, la rete, la realtà virtuale hanno ampliato i nostri orizzonti come dovettero farlo le conquiste di Alessandro Magno o le speculazioni di Platone e Aristotele. E noi, non diversamente da quei Greci, ci troviamo spesso confusi di fronte alla moltitudine di strade, timorosi di scegliere quella sbagliata ma consci che non sceglierne neanche una è solo un modo più lento per perdersi.
       Di fronte alla divisione specialistica del sapere, al crollo dei valori tradizionali, al clima d’incertezza sociale, lo stoicismo offre all’uomo del tempo una visione d’insieme che serva per la vita, un’ancora di salvezza nell’impetuoso mare magnum. Ma lo stesso identico obiettivo perseguirà anche un’altra scuola, che, pure se contemporanea, rispetto allo stoicismo pare agli antipodi: quella del giardino. È venuto il momento di incontrare Epicuro.

Didascalie immagini

  1. Gaetano Gandolfi, Diogene e Alessandro, olio su tela, 1792, collezione privata, Zurigo (fonte)
  2. Hartmann Schedel, Zeno, illustrazione da le Cronache di Norimberga, trattato illustrato sulla storia del mondo, stampato a Norimberga nel 1493 (fonte)
  3. Manuel Domìnguez Sànchez, El suicidio de Seneca, olio su tela, 1871, Museo Nacional del Prado, Madrid. Seneca fu tra i massimi esponenti della Nuova Stoà, la fase romana dello stoicismo (I e II secolo d.C.). (fonte)
  4. Raffaello Sanzio, Scuola di Atene, affresco, 1509-1511 circa, Città del Vaticano, Musei Vaticani [particolare] (fonte)

In copertina:
La Stoà di Attalo, portico donato dal re di Pergamo Attalo II nel 140 a.C., fedelmente ricostruita dalla Scuola Americana di Studi classici di Atene nel 1951 e rappresenta oggi un esempio di come doveva essere anche la Stoà Pecile,
il più antico portico dell’Agorà, eretta tra il 475 e 450 a.C., luogo dove Zenone teneva le sue lezioni e da cui il pensiero prese il nome di stoicismo.
(fonte)