Gli sono state dedicate canzoni e anche personaggi, come dimenticare il celebre “cappellaio matto” creato da Lewis Carroll, apparso per la prima volta nel 1865 in “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie”.
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E adesso è arrivata anche la prima monografia dedicata interamente a lui.
Il “cappello” si è meritato un’esposizione tutta per sé proprio alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti, le cui collezioni hanno oltre 1000 unità! Ma solo una parte sarà destinata alla mostra.
È proprio l’occasione che segna il passaggio da accessorio ad opera d’arte nel tentativo di conciliare produzioni storiche ed attuali.
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La mostra riunisce esemplari di note case di moda quali Christian Dior, Chanel, Yves Saint Laurent, Prada, ma non solo, sono presenti anche pezzi di modisti internazionali quali Philip Treacy, Stephen Jones, Paulette, per dirne alcuni, e sarà anche la prima volta che verranno esposti manufatti di modisterie italiane e fiorentine meno note.
L’esposizione dedicata all’intramontabile accessorio è allestita all’interno della Galleria del Costume, che ospita la mostra permanente “Donne protagoniste del Novecento”.
Per l’occasione sono esposti anche importanti prestiti di Cecilia Matteucci Lavarini, collezionista privata di alta moda e donatrice della Galleria, presenti anche i bozzetti realizzati appositamente da Alberto Lattuada e sempre per l’occasione vengono riproposti gli esemplari di Clemente Cartoni, modista romano degli anni ’50-’60.
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Cristina Acidini, Soprintendente per il Polo Museale Fiorentino, parlando della mostra:
“Se è vero che l’abito parla di chi lo indossa, non è meno vero che il copricapo è rivelatore: denota ruoli e rivela mestieri. (…) E’ il cappello mutevole e soggettivo, il cappello “opera d’arte”, il cappello “oggetto di design” del Novecento e del terzo millennio, quello cui si rivolge l’attenzione di questa mostra. (…) Oggi che tuttavia continuiamo a esaltare quale icona non solo di Hollywood ma dell’eleganza planetariapburn, celebrata proprio per i suoi cappelli da June Marsh, Tony Nourmand e Alison Elangasinghe nel recente Audrey Hepburn in Hats (2013), si attendeva nel “tempio” della moda e del costume quest’affascinante iniziativa espositiva, cui dà sostanza scientifica il bel catalogo di Sillabe. Da tempo la direttrice della Galleria del Costume di Palazzo Pitti, Caterina Chiarelli, ha lavorato con i numerosi esperti che l’affiancano e con i suoi collaboratori competenti ed entusiasti, trovando il pieno e generoso sostegno del Consorzio “Il Cappello di Firenze”.
La Direttrice della Galleria del Costume di Palazzo Pitti, parlando dell’accessorio cui la mostra è dedicata, ha a sua volta sottolineato: “Può essere studiato da un punto di vista storico-artistico ma può anche essere interpretato sotto un profilo puramente estetico, prendendosi così la libertà di formulare giudizi o esprimersi mediante aggettivi omnicomprensivi quali bello, fantasioso, fantastico e divertente”.
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Simona Fulceri, curatrice della mostra, ha sottolineato:
“Il cappello non è solo un fatto di moda. (…) La sua presenza nel nostro guardaroba stagionale attesta come non abbia più senso pensare al cappello come ad un capo antiquato solo perché ha profonde radici nel passato. (…) Dai primi decenni del XVIII secolo, Signa diventa il centro propulsore dell’attività industriale del cappello di paglia, grazie all’introduzione di un nuovo metodo di coltivazione del grano marzuolo che prevede una fitta semina e l’anticipazione della raccolta. (…) Oggi più che in passato le aziende hanno l’obbligo di tutelare i valori storici del proprio brand. Con spirito d’aggregazione a livello territoriale, si è costituito nel maggio del 1986 il Consorzio “”il Cappello di Firenze” nell’ambito della Sezione Paglia e Cappello dell’Associazione Industriale di Firenze. (…) L’industrializzazione di quest’arte è condotta da famiglie coraggiose e spesso ambiziose, ammaliate dalla cura per il dettaglio e dalla passione creativa. La loro abilità non è misurata in base al successo ottenuto, ma su audaci e nobili tentativi dove la perseveranza dei singoli diventa esempio di realizzazione individuale da condividere con la collettività. Saper comprendere il legame che unisce queste famiglie al loro territorio, consente di riscoprire il valore intrinseco del cappello. La conoscenza spesso si apprende dal contatto.”
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Nella Chiesa di San Miniato a Signa c’è una lapide che recita “Qui giace Domenico Sebastiano Michelacci di Bologna, che per primo vendette i cappelli agli Inglesi e arricchì se stesso, Signa e i paesi vicini con il commercio della paglia”.
Fu nei primi anni del ‘700 che Michelacci si adoperò per trovare la “ricetta segreta” per una paglia perfetta. I primi cappelli prodotti a Signa, furono introdotti nel mercato inglese.
La materia prima è la paglia da cappelli, ottenuta dalla lavorazione di particolari varietà di grano, soprattutto il ”semone” o il ”Santa Fiora”.
Il Cuore di questa produzione è l’area che comprende i comuni di Signa, Campi Bisenzio e Lastra a Signa, non a caso la coltivazione della varietà di grano impiegata avveniva nel distretto toscano compreso tra i fiumi Arno, Bisenzio e Ombrone, perché particolarmente adatto a questa coltivazione. Il clima presente in tale area permetteva di ottenere fibre e policromie diversificate e allo stesso tempo uniche.
Quando le piante raggiungevano  la maturazione, venivano sbarbate, poi gli steli  esposti al sole per tre giorni e infine raccolti in mazzetti.
I punti di forza di quest’antica tradizione sono: accuratezza dei materiali, manualità d’esecuzione e controllo di qualità.
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Oggi, anche se la materia prima viene prevalentemente importata, la lavorazione è ancora legata alla tradizione passata e le trecce vengono cucite manualmente.
La lavorazione del cappello di paglia fiorentino è un’arte con radici lontane, che alcune aziende dalle origini centenarie hanno sentito l’esigenza di tutelare, il “cappello di paglia” di Firenze viene ancora realizzato secondo l’antica tradizione artigianale dell’Ottocento.
L’accessorio più noto è il cappello di paglia con i fiori ricamati a mano. Nasce dagli abbinamenti della paglia con materiali diversi quali raso, sete, merletti, piume e non solo, diffusi agli inizi dell’Ottocento a Firenze soprattutto tra le donne alla moda d’Europa e d’America, per i primi viaggi sui transatlantici e poi in aereo.
Oggi i cappelli di paglia fiorentini sono esportati in tutto il mondo, e le imprese associate vendono i cappelli di paglia in tutto il mondo con una presenza significativa tra Stati Uniti, Giappone, Australia, Russia e Cina.
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Giuseppe Grevi, presidente del Consorzio, spiega:
“Vogliamo salvaguardare il valore della manualità, di quell’artigianalità propria del Made in Italy che nel Mondo vince la concorrenza dei Paesi emergenti. Ci unisce una tradizione secolare che, tutt’ora molto viva, vede le mani delle modiste specializzate trasformare la paglia in modelli unici”, e aggiunge “la produzione delle nostre aziende non si limita al commercio, ma a noi si rivolgono anche registi e artisti internazionali che chiedono modelli per le loro opere”.
Il catalogo edito da Sillabe, è corredato dalle schede storico-scientifiche di Simona Fulceri e da testi di Katia Sanchioni, Aurora Fiorentini, Dora Liscia Bemporad, Nicola Squicciarino.

E voi avete trovato la risposta al celebre indovinello “Cos’hanno in comune un corvo ed uno scrittoio?”


Titolo evento

Il cappello tra arte e stravaganza Data fine:18 May, 2014 Sito web:http://www.uffizi.firenze.it/musei/?m=costume