Dopo la mostra dedicata al pittore Carlo Dolci, la nuova esposizione del Museo degli Argenti di Firenze riscopre, analizza e approfondisce uno dei temi più importanti dell’arte barocca fiorentina. Negli ambienti annessi alla Cappella Palatina di palazzo Pitti, sono esposte un nucleo di opere poco conosciute che aprono lo sguardo sull’attività della Compagnia di San Benedetto Bianco, una fra le più importanti e prestigiose aggregazioni laiche fiorentine.
Le opere, realizzate tutte da artisti fiorentini del Seicento, provengono quasi interamente dal patrimonio della Compagnia e sono state tutte recentemente restaurate per offrirsi alla fruizione in un luogo di Pitti normalmente chiuso alle visite. La Cappella Palatina, infatti, è ancora oggi aperta al culto, perciò non sempre aperta. Con questa mostra è possibile visitarla insieme agli ambienti adiacenti, che facevano parte di un appartamento che lungo i secoli aveva ospitato diversi esponenti della casata medicea, compreso Cosimo III. Prima di diventare granduca nel 1670, Cosimo III vi aveva soggiornato con la consorte Marguerite-Luise d’Orléans ed in questa occasione le volte e le pareti degli ambienti erano state affrescate con splendide quadrature, immagini allegoriche ed imprese araldiche da Jacopo Chiavistelli, principale pittore quadraturista della scena pittorica fiorentina. Formatosi a Bologna presso i due più importanti quadraturisti del suo secolo, Angelo Michele Colonna e Agostino Mitelli, che lavorarono sempre a Pitti per i Medici, Chiavistelli creò un’apposita scuola da dove uscirono i maggiori pittori di prospettive fiorentini e i suoi collaboratori come Francesco Bettini, Cosimo Ulivelli e Agnolo Gori, che ritroviamo come aiutanti anche nella Cappella Palatina.

Nel 1765, per volontà del granduca Pietro Leopoldo di Lorena, la sala grande dell’appartamento terreno fu trasformata in Cappella Palatina con il progetto degli architetti Giuseppe Ruggieri e Niccolò Gaspare Paoletti. L’ambiente, voltato a botte, ospita un altare costruito nel 1785 su disegno di Sante Pacini, in cui sono stati riadattati alcuni commessi in pietre dure delle botteghe granducali, che erano stati realizzati nel Seicento per l’altare della Cappella dei Principi in San Lorenzo, poi smantellato. Il paliotto reca una rappresentazione dell’Ultima Cena tra le personificazioni della Fede e della Carità, mentre nel ciborio sopra la mensa eucaristica si può ammirare una Adorazione dei magi tra le figure di Sant’Atanasio e San Giovanni Crisostomo. Alla ristrutturazione lorenese spetta anche la decorazione ad affresco, affidata al pittore neoclassico Luigi Ademollo, che effigiò nelle pareti maggiori della cappella le due scene affollate e teatrali dell’Entrata di Cristo a Gerusalemme e della Crocifissione. Risale all’epoca dei Medici il prezioso Crocifisso in avorio collocato sull’altare che il cardinale Flavio Chigi aveva donato al granduca Cosimo III nel 1692, scolpito da Lorenz Rues, con ai piedi della croce una Maddalena in bronzo, aggiunta successivamente da Antonio Raggi. Altro elemento importante dell’arredo della cappella è l’organo, collocato nella cantoria che si eleva sopra l’ingresso e costruito nel 1855 da Odoardo Landucci su progetto di Antonio e Michelangelo Ducci. Il Landucci, nato a Viareggio, fu uno dei più importanti ed innovatori artigiani d’organo e a lui si devono novità introdotte nel campo dei diversi registri musicali, rimanendo sempre fedele alla struttura tecnologica organistica italiana. I meriti di questa mostra non si fermano qui. Pensata sin dal 2012, per l’attuazione del progetto sono state realizzati 21 interventi di restauro anche molto complessi, fra i quali vanno menzionati quelli sui dipinti alluvionati di Cristofano Allori, che erano illeggibili fino ad ora. Rappresentano San Benedetto e San Giuliano, ed erano collocati sull’altare della Compagnia da San Benedetto Bianco nella storica sede in Santa Maria Novella. Importante anche il restauro della tela che rappresenta Sant’Antonino Pierozzi di Jacopo Vignali.

L’ovale, datato fra il 1664-65, raffigura l’arcivescovo di Firenze amico di Cosimo il Vecchio Medici, che nel 1448 aveva approvato gli statuti della Compagnia di San Benedetto Bianco. Era collocato nel vestibolo d’ingresso della Compagnia per accogliere i confratelli che entravano, spronandoli e ricordandogli di proseguire nel loro cammino spirituale: egli infatti indica con la mano destra il testo della sua Summa moralis e un giglio, simbolo della purezza. Jacopo Vignali era uno dei confratelli, come molti altri artisti fiorentini, ed in questa tela dà il meglio di sé nella resa frusciante del ricco piviale e nella profondità degli occhi del santo. Gli accurati studi per la mostra fatti in archivi con conseguente scoperta di documenti inediti, hanno anche permesso ai curatori di individuare gli arredi originali della Cappella Palatina, della sede della Compagnia in Santa Maria Novella e la paternità di opere eseguite da celebri pittori barocchi fiorentini, quali Carlo Dolci, Matteo Rosselli, Jacopo Vignali. La scoperta più rilevante è stata quella di un intero fondo archivistico appartenente alla famiglia Zuti, a cui si deve la committenza di un ciclo di dipinti di forma ottagona, che è esposto in mostra.

Gabriello Zuti, confratello della Compagnia, fece eseguire a diversi artisti vari episodi tratti dall’Antico Testamento, spesso collegati a vicende della sua stessa storia familiare.

Nell’opera del Balassi, con l’episodio della guarigione di Tobi, tratto dal testo biblico del Libro di Tobia, si vede il ragazzo che, a destra, sta spalmando sulle palpebre dell’anziano padre Tobi, affetto da cecità, un unguento che aveva ricavato dalle viscere di un pesce, su indicazione dell’arcangelo Raffaele. L’immagine del farmaco oleoso rimanda ai prodotti che furono sviluppati dalle farmacie fiorentine nel tempo della terribile peste del 1630 che falcidiò la famiglia dello stesso Zuti.

Altro capolavoro è la tela di Lorenzo Lippi, che rappresenta l’episodio biblico tratto dal libro della Genesi della vendita da parte di Esaù della primogenitura al fratello minore Giacobbe, in cambio di un piatto di lenticchie. Nella figura di Esaù, raffigurata in abito rosso, si è riconosciuto il ritratto del committente, Gabriello Zuti, segnato dalle cicatrici dei bubboni della peste che l’aveva colpito in giovane età. La pittura è di un naturalismo freddo e oggettivante, tipico del Lippi con il pane e le stoviglie, superbo brano di natura morta, e l’elegante blu di velluto della veste del giovane ed imberbe Giacobbe. Anche Jacopo Vignali fu fra gli artisti che parteciparono a questo importante ciclo che impreziosiva il patrimonio della Compagnia. Il suo ottagono rappresenta il ritrovamento di Mosè tela è uno dei capolavori del maestro fiorentino Jacopo Vignali, membro di San Benedetto Bianco.

Qui è raffigurato l’episodio del libro dell’Esodo, nel quale il piccolo Mosè, abbandonato nelle acque del Nilo in una cesta di giunchi, viene trovato dalla figlia del faraone che stava facendo il bagno insieme con le sue ancelle; impietosita per la sorte del bambino, deciderà di adottarlo. La principessa egiziana ha qui acquistato l’aspetto di una nobildonna fiorentina del tempo, ornata di splendidi monili, così come la sua ancella, che esibisce un abbigliamento vistoso, con nastri e fiocchi colorati, come una cortigiana dell’epoca. La delicatezza degli incarnati delle donne è aumentato dalla sapiente realizzazione dei capelli, toccati da accenti di luce calda, che li fa accendere di toni rossicci. Sempre allo stesso committente degli ottagoni si deve la tela dipinta da Antonio Ruggieri e non, come si è creduto finora, dal suo maestro Ottavio Vannini.

Il soggetto rappresentato (Giudici 4, 17-21) è quello dell’uccisione di Sisara, generale dei nemici di Israele, da parte di Giaele che si era offerta di dargli riparo nella propria tenda per poi colpirlo nel sonno, conficcandogli un picchetto nella tempia. L’accurato disegno naturalistico è trasceso dalla pittura e fissato in una materia smaltata e lucente che fa di questo dipinto uno dei capolavori del Seicento fiorentino. La Compagnia di San Benedetto Bianco raccoglieva molte opere d’arte, ora confluite quasi completamente nel patrimonio della Curia Arcivescovile di Firenze. Fondata nel 1357 presso il monastero camaldolese di San Salvatore, ma fu trasferita dal 1383 nel convento domenicano di Santa Maria Novella, dove dal 1570 risedette definitivamente in alcuni locali realizzati appositamente da Giorgio Vasari all’interno del cimitero vecchio. Con l’unità d’Italia e l’allargamento di via degli Avelli, fu abbattuto il recinto del cimitero e quindi anche i locali della Compagnia. Continuò tuttavia l’attività prima in via degli Orti Oricellari e poi presso la parrocchia di Santa Lucia sul Prato, dove si estinse. Tutto il suo patrimonio durante la seconda guerra mondiale venne depositato dalla Curia nel Seminario arcivescovile di Cestello, dove si trova ancora oggi. La Compagnia divenne ricca di opere non solo perché molti confratelli amarono fare doni, ma anche perché molti erano gli artisti fra le loro fila. Membri della famiglia Medici, teologi, scienziati, filosofi, letterati, artisti: Nel Seicento la Compagnia raggiunge il suo massimo splendore, e i loro incontri e conversazioni prevedevano le riflessioni sopra la vita di Cristo, seguendo il testo di Domenico Gori, che era stato uno dei cosiddetti correttori, oltre all’altro testo degli Esercizi Spirituali, sempre redatto per la Compagnia da quest’ultimo. Il centro della spiritualità della Compagnia era il sacrificio di Cristo, modello al quale ovviamente ispirarsi. Inoltre la storia di San Benedetto veniva più volte analizzata e commentata.

Da qui le molte opere che rappresentano il Santo, non solo con semplici episodi della sua vita, ma soprattutto con i miracoli prodotti da lui. Una serie di dodici tele con la vita di San Benedetto decoravano la compagnia nei suoi momenti solenni, realizzate da artisti locali. San Benedetto che scaccia il demonio dalla pietra, del 1620-1621, fu realizzata a spese dell’orafo fiorentino Orazio Vanni e dipinta da suo figlio Giovan Battista con rimandi alla pittura morbida del Cigoli e del Bilivert.

Nel quadro, San Benedetto sta scacciando il Demonio che aveva reso pesantissima e inamovibile una grossa pietra durante i lavori per la costruzione dell’abbazia di Montecassino, che anche qui viene simbolicamente identificata con Santa Maria Novella: appare ben riconoscibile il fianco della basilica gotica fiorentina, al quale erano addossati proprio i locali di San Benedetto Bianco. Di Giovan Battista Bracelli, artista attivo tra il 1616 e il 1650, San Benedetto resuscita un morto: anche questa tela fa parte del ciclo di dodici storie di San Benedetto, eseguito nel 1620-21 e raffigura il santo patriarca che riporta alla vita un monaco rimasto ucciso durante la costruzione dell’abbazia di Montecassino, a causa del crollo di un muro causato dal Demonio.

L’antefatto è rappresentato nello sfondo del dipinto, a lato della facciata di una chiesa che riecheggia sempre Santa Maria Novella, il luogo fisico dove sorgeva la sede della Compagnia. Tante sono i capolavori riscoperti in questa esposizione, fra cui l’opera di Vincenzo Dandini con il Cristo caduto sotto la Croce, del 1646. La tela costituiva la pala d’altare del Ricetto della Compagnia e pertanto accoglieva i confratelli ogni volta che vi entravano. L’impatto scenografico ed austero dell’immagine dipinta dall’artista, membro affezionato della Compagnia, insieme con lo sguardo fisso di Gesù, rivolto al riguardante, dovevano destare fin da subito una profonda riverenza per il suo sacrificio e, al contempo, il desiderio di farsi carico della croce come novelli Simone di Cirene. La spiritualità di San Benedetto Bianco infatti insisteva molto sull’offerta delle proprie sofferenze quotidiane in unione a quelle di Gesù, in riparazione dei peccati propri e di tutti gli uomini. Per questo non poteva mancare un riferimento alle sofferenze corporali di Cristo alla colonna, come possiamo ammirare nel dipinto di Agostino Melissi, datato sul retro al 1653.

Seguace di Ludovico Cigoli, ancora oggi poco conosciuto, l’artista caratterizza la composizione concitata con ricercati effetti luministici e chiaroscurali. Il tema della flagellazione di Gesù si collegava all’ambiente per cui l’opera era stata dipinta, la cosiddetta ‘stanza dei confessionali’, situata dietro l’oratorio della Compagnia e rinnovata appunto nel 1652. Qui i confratelli erano soliti praticare la ‘disciplina’ (cioè l’auto fustigazione) in espiazione dei propri peccati e come strumento di unione e partecipazione alle sofferenze patite da Cristo. Meditazioni sulla vita di Cristo che non si limitavano solo all’esegesi dei testi sacri, ma che prevedevano una immedesimazione totale da parte dei Confratelli. Cristo come meta di quiete ai travagli dell’anima, l’arte come mezzo per divulgare la spiritualità della Compagnia fiorentina.
Didascalie immagini
- Jacopo Vignali (Pratovecchio, 1592 – Firenze, 1664) Sant’Antonino Pierozzi 1640-1645 circa Firenze, Seminario Arcivescovile
- Jacopo Vignali (Pratovecchio, 1592 – Firenze, 1664) Vestizione di san Benedetto 1620-1621 Olio su tela Firenze, Seminario Arcivescovile
- Giovan Battista Bracelli (attivo tra il 1616 e il 1650) San Benedetto resuscita un morto 1620-1621 Olio su tela Firenze, Seminario Arcivescovile
- Giovanni Battista Vanni (Firenze, 1600 – Pistoia, 1660) San Benedetto scaccia il demonio dalla pietra 1620-1621 Olio su tela Carrara, Collezioni d’arte del gruppo Banca Carige
- Lorenzo Lippi (Firenze, 1606-1665) Vendita della primogenitura 1645 Firenze, Seminario Arcivescovile
- Mario Balassi (Firenze, 1604-1667) Guarigione di Tobi 1645 Firenze, Seminario Arcivescovile
- Jacopo Vignali (Pratovecchio, 1592 – Firenze, 1664) Ritrovamento di Mosè 1645-1646 Firenze, Seminario Arcivescovile
- Vincenzo Dandini (Firenze, 1609-1675) Geroboamo e il profeta Achia 1645 Firenze, Seminario Arcivescovile
- Antonio Ruggieri (Firenze, 1615-post 1670) Giaele e Sisara 1648 Firenze, Seminario Arcivescovile
- Vincenzo Dandini (Firenze, 1609-1675) Cristo caduto sotto la croce 1646 Firenze, Seminario Arcivescovile
- Agostino Melissi (? 1615/1616 circa – Firenze, 1683) Flagellazione di Cristo alla colonna 1653 Firenze, Seminario Arcivescovile
In copertina:
Un particolare di: Vincenzo Dandini (Firenze, 1609-1675) Cristo caduto sotto la croce 1646 Firenze, Seminario Arcivescovile
- MOSTRA A CURA DI Alessandro Grassi Michel Scipioni Giovanni Serafini
- COMITATO SCIENTIFICO Cristina Acidini, Anna Bisceglia, Valentina Conticelli, Alessandra Marino, Francesca Merz, Daniele Rapino, Maria Sframeli
- DIREZIONE DELLA MOSTRA Valentina Conticelli Maria Sframeli
- CATALOGO edito da Sillabe
Dove e quando
Evento: Il rigore e la grazia La Compagnia di San Benedetto Bianco nel Seicento fiorentino
- Fino al: – 17 May, 2016
- Sito web