La tradizionale tecnica del “commesso fiorentino”, anche se ormai pluricentenaria, continua a mantenersi vitale e creativa.
Si tratta di un’antica tecnica arrivata fino ai giorni nostri senza subire cambiamenti significativi sia nella tecnica di realizzazione sia nell’uso dei materiali. Il lavoro si basa sulla creazione di una composizione pittorica attraverso piccoli pezzi di pietra, modellati e uniti insieme seguendo un disegno, in modo da ottenere la figura precedentemente studiata, per poi essere incassata nel piano appositamente preparato.

L’ultimo esempio di questa tecnica è esposto all’Opificio delle Pietre Dure in via degli Alfani, si tratta del nuovo piano di tavolo con intarsi e commessi in marmi policromi, realizzato nei laboratori di Mosaico e commesso in pietre dure dell’istituto.
L’opera nasce da un ambizioso progetto pensato a scopo didattico e portato a termine dagli esperti del laboratorio. È stato eseguito partendo da un modello di fine Cinquecento appartenente alle Collezioni medicee e oggi conservato al Museo degli Argenti, dal quale è stata ripresa la composizione decorativa.

Come ha spiegato la già direttrice del laboratorio di restauro Mosaico e commesso in pietre dure, Annamaria Giusti: “i materiali sono stati scelti sulla falsa riga del modello del Museo degli Argenti, ma variandone qualità e cromia in rapporto alla disponibilità delle pietre, ma anche e soprattutto al gusto cromatico degli artefici che di questi lavori erano e sono non solo esecutori, ma anche interpreti creativi del modello pittorico”.
I materiali scelti per reinterpretare l’opera sono marmi archeologici conservati nella riserva dell’Opificio, arrivati da Roma su ordine della famiglia Medici.

Ma tornando al piano di tavolo, è stato realizzato pensate in 6 mesi da un équipe di esperti del laboratorio. Per il piano, che misura complessivamente 110 x 116 cm e ha uno spessore di 6 cm, è stata acquistata una lastra di marmo bianco di Carrara, sulla quale è stato riportato a matita il disegno ricavato dal modello originale (generalmente dal modello acquerellato si ricava un lucido per segnarvi le sezioni che comporranno il mosaico).
Dunque, come nasce un mosaico fiorentino?
Dai ciottoli di pietre si tagliano le diverse “fette” scegliendovi le sfumature più adatte alle singole sezioni. Successivamente, sulla fetta prescelta, si incolla il modellino in carta della sezione da ritagliare, con archetto e abrasivo.

Una volta tagliate le singole sezioni queste vengono collegate fra loro dal rovescio, creando una figura (la frutta, la testa ecc.) che viene capovolta e fissata con gesso ad una lastra, poi spianata dal retro, in modo da livellare perfettamente il tutto e incollarlo ad un supporto.
Durante la fase di scasso delle singole sezioni di marmi vengono utilizzati scalpello e mazzuolo, le stesse zone vengono tagliate a mano secondo la tecnica del “commesso fiorentino”, e vengono fatte aderire con collante naturale alla lastra di fondo. Quest’ultima viene poi scalpellata lungo i bordi per ottenere una modanatura a “becco di civetta”, frequente nei tavoli cinquecenteschi.
Per concludere, l’operazione di lucidatura manuale dell’intero piano è ottenuta con ripetuti passaggi di polveri abrasive, ottenute da resine naturali, trascinate con un ciottolo di pietra dura.
Se vi è capitato di trovarvi davanti ad un “tavolo di lavoro” sarete rimasti colpiti dall’impressionante lucentezza che lo caratterizza, e pensate che si tratta di un effetto del tutto naturale, frutto delle pietre raffinate, accuratamente scelte.

La lavorazione delle pietre dure fu ufficialmente fondata nel 1588 da Ferdinando I de’ Medici (Firenze, 30 luglio 1594 – Firenze, 7 febbraio 1609) che fu cardinale e poi Granduca di Toscana. L’eredità della Manifattura medicea si è tramandata nel tempo all’interno dei laboratori dell’Opificio. Ma è solo in seguito all’alluvione del Novembre 1966 e alla legge istitutiva del Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali del 1975, che l’antico Opificio mediceo e il Laboratorio restauri della Sopraintendenza vennero fusi, e ad essi vennero aggiunti altri laboratori minori.
L’Opificio trasformò la sua attività lavorativa negli ultimi decenni del XIX secolo in attività di restauro, prima dei materiali prodotti durante la sua storia poi ampliando la propria competenza.
Sempre in riferimento alla Manifattura medicea vennero ereditati: commesso in pietre dure e tarsia marmorea o opus sectile, una tecnica che utilizza lastre marmoree di vario tipo sagomate e giustapposte le une alle altre senza lasciare spazi intermedi in modo che da tale lavorazione risultino varie immagini sia geometriche sia figurative.

La direttrice del Museo e del laboratorio di restauro Mosaico e commesso in pietre dure, Clarice Innocenti, ha voluto ribadire che si tratta di: “una sistemazione che intende mettere in risalto la corrispondenza e la continuità tra passato e presente attraverso la coerenza delle tecniche e dei materiali. La prima sala ospita infatti le opere più antiche del museo, a cui si collegano la tecnica e la scelta del modello per il nostro tavolo”.

La produzione di manufatti in pietre dure di alto prestigio già nella seconda metà dell’Ottocento permise di evitare la chiusura dell’Istituto, che dopo l’Unità d’Italia e la conseguente fine del Granducato, aveva perduto la sua natura di manifattura di corte.
Questa attività viene ripresa oggi per mantenere viva una tradizione artistica che fa parte del patrimonio dell’Opificio ma anche della tradizione fiorentina.
Come ha messo in evidenza il Soprintendente dell’Istituto, Marco Ciatti: “La realizzazione di quest’opera dimostra il livello d’eccellenza dell’Istituto e dei diplomati della sua scuola anche in questo particolare campo di attività e conferma come l’antica tradizione dell’Opificio riviva negli attuali studi delle tecniche artistiche, che costituiscono la premessa fondamentale per una conservazione consapevole”.

Il Museo è stato ristrutturato nel 1995 su progetto di Adolfo Natalini.
A curare il riordino della raccolta è stata Anna Maria Giusti, seguendo un criterio tematico: nelle sale ricavate dal salone sono presenti le produzioni del periodo granducale mediceo e lorenense, mentre nelle salette ottocentesche quelle del periodo post-unitario.
Il piano rialzato è dedicato invece alle tecniche di lavorazione, a partire dal campionario di pietre che conta 558 pezzi dove spiccano i marmi di provenienza archeologica impiegati nei lavori più antichi e l’assortimento di pietre dure, ai banchi di lavoro per il tagli del mosaico, per glittica e per intagli minuti, fino all’esemplificazione di alcune fasi di produzione di tarsi e intagli.

La Scuola di restauro dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze ha avviato i propri corsi nel 1978. E’ diventata Scuola di Alta Formazione e
di Studio nel 1998 quando venne ufficialmente istituita con la legge 20/01/1992 n. 57, poi nel 2004 la Scuola per il Restauro del Mosaico di Ravenna è divenuta sede distaccata della Scuola di Alta Formazione (SAF) dell’OPD, venendo ad integrare uno dei settori storici dell’Istituto. (http://www.soprintendenzaravenna.beniculturali.it/index.php?it/107/scuola-per-il-restauro-del-mosaico)

Per quanto riguarda il settore della ricerca, il Laboratorio Scientifico e il Settore di Climatologia e Conservazione Preventiva, sono entrambi attivi da molti anni e sono diventati un punto di riferimento a livello nazionale ed europeo per restauratori, scienziati, storici dell’arte, architetti e archeologi.
L’Opificio ha iniziato fin dal 1986 la pubblicazione di una rivista annuale, “OPD Restauro” (http://www.opificiodellepietredure.it/index.php?it/178/opd-restauro), nella quale sono presentati i risultati degli studi e delle ricerche effettuate e alcuni dei restauri più significativi.
Titolo evento
L’Opificio delle Pietre Dure e l’eredità illustre della Manifattura Data fine:03 May, 2014 Sito web:http://www.opificiodellepietredure.it/