Pare che potesse chiedere qualsiasi compenso per un suo dipinto, tanto era ammirata e lodata in tutta Europa.

Eppure, gli scrittori delle vite artistiche del Seicento come Filippo  Baldinucci la nominano appena, e non per esaltarne le sue doti artistiche.  Giovanna Garzoni, nata ad Ascoli Piceno probabilmente nel 1600, è presente con le sue famose nature morte nei musei di tutto il mondo ed ha lavorato per le famiglie più importanti della sua epoca. E’ lei stessa a dirci la sua data di nascita  nel dipinto con Sacra 1 ritratto di vittorio amedeo iFamiglia (collezione privata), dove si firma IONA DE GARZONIBUS FA ANO SUE ETATIS XVI 1616. I suoi genitori erano entrambi di origine veneta, il nonno materno fu orafo e un suo zio materno, Pietro Gaia, fu pittore nella bottega di Palma il Giovane; è lecito supporre, quindi, che i primi rudimenti d’arte li possa aver appresi nell’ambito familiare, a giudicare anche dallo stile delle sue prime opere e dalla destinazione lagunare delle sue iniziali commissioni, come il Sant’Andrea per la chiesa dell’Ospedale degli Incurabili a Venezia, oggi conservato alle Gallerie dell’Accademia; alcuni studiosi hanno ipotizzato anche un suo alunnato presso lo stesso Palma il Giovane. 
Proprio a Venezia la giovane Giovanna si trasferì per frequentare la scuola di calligrafia di Giacomo Rogni, producendo il Libro de’ caratteri cancellereschi corsivi, dove dimostrò subito la sua incredibile vena naturalistica: il Libro, conservato manoscritto a Roma presso l’Accademia di S. Luca, contiene lettere e brevi apologhi eseguiti dall’artista con grafia sicura e molto diversificata, oltre al capolettera della prima pagina che ha una “G” decorata con motivi vegetali e animali e che è una delle sue prime prove di miniatura.
A Venezia, nel 1625, troviamo una delle sue prime miniature a tempera, firmata e datata, che rappresenta il ritratto di un gentiluomo, ora conservato all’Aia; questo era il genere di pittura alla quale era dedito Tiberio Tinelli, pittore veneziano con il quale Giovanna fu fatta maritare alla fine del 1622. Il matrimonio, però, non durò a lungo, poiché Giovanna aveva in verità fatto un voto di castità per una ragione a noi rimasta sconosciuta, così che l’unione fu sciolta nel 1624.
2 porcellana cinese con ciliegie e fagioli
I problemi con la sua famiglia cominciarono a essere ingombranti, così prese la decisione di lasciare Venezia nel 1630, in compagnia di suo fratello Mattio, col quale già viveva nella laguna, e si trasferì a Napoli, al servizio del viceré di Spagna F. Alfán de Ribera duca di Alcalà. Nel trasferimento passò per Roma, dove cominciò ad allacciare rapporti con personaggi influenti come Cassiano Dal Pozzo e con Anna Colonna, moglie di Taddeo Barberini, nipote di papa Urbano VIII, dimostrando una grande intraprendenza e abilità nel perseguire la sua indipendenza economica.
Cassiano dal Pozzo fu un’importante figura della scena culturale romana, membro dell’Accademia dei Lincei e legato a papa Urbano VIII Barberini, nonché grande amante d’arte, come denota il suo interesse per Poussin, del quale fu uno dei primi patrocinatori. Questo incontro fu molto importante per Giovanna, poiché il periodo napoletano durò solo un anno, visto che il Vicerè fu richiamato in patria nel 1631 e la pittrice si trasferì a Roma, grazie all’aiuto di Cassiano che le procurò un luogo di residenza.
3 natura morta con piatto di cedri
Originario del Piemonte, Cassiano probabilmente favorì il trasferimento di Giovanna presso la corte torinese su richiesta di Cristina di Francia duchessa di Savoia, che ne aveva conosciuta la fama di ritrattista e miniaturista. Dal 1632 al 1637 Giovanna ricoprirà il ruolo di ritrattista di corte, dimostrando una grande abilità nel disegno abbinata a un colore morbido e seducente, dove per la prima volta introduce l’uso del puntinato che le permette di raggiungere effetti di estrema luminosità e vibrazione: sono i ritratti di Emanuele Filiberto duca di Savoia e poi di Carlo Emanuele I, entrambi conservati al Palazzo Reale di Torino, l’esempio di uno stile ancora tardo manierista ma di respiro internazionale condotto con grande capacità tecnica.
Proprio al periodo torinese appartiene anche la sua prima natura morta della quale abbiamo notizia: un Piatto di ceramica con frutti, firmato sul tralcio di vite, forse per essere venuta in contatto con artisti d’Oltralpe così come i lombardi Fede Galizia e Panfilo Nuvolone, presenti alla corte con le loro nature morte.
L’incontenibile Giovanna cominciò a viaggiare molto, in Inghilterra e poi in Francia, tanto che la troviamo a Parigi nel 1640, dove incontrò l’ambasciatore mediceo in Francia, Ferdinando de’Bardi, che la raccomandava caldamente alla corte fiorentina per la sua bravura e per poterle dare aiuto perché aveva problemi con l’ambiente familiare.
Non sappiamo a cosa si sia riferito nella sua missiva l’ambasciatore fiorentino, ma certamente il consiglio fu accolto immediatamente a Firenze, dove troviamo la Garzoni a partire forse dal 1643, dopo un breve soggiorno a Roma, per visitare suo fratello Mattio, al quale sarà sempre molto legata.
4 mandragora 1650
Ormai artista affermata, che dalle diverse esperienze vissute aveva maturato uno stile personale e unico nel panorama del Seicento europeo, a Firenze potrà dare libero sfogo al suo amore per la natura morta e la riproduzione quasi di carattere scientifico, di soggetti botanici, sulla scorta di quello che era già stato fatto per il Granducato toscano dal veronese Iacopo Ligozzi, attivo fino al 1627, al quale va il merito di aver innalzato l’immagine botanica e zoologica ad un alto livello di valore formale e scientifico.
Potremo affermare che sarà lei a prenderne il testimone, basandoci sulle incredibili opere raccolte nel suo famoso Herbarium oggi conservato a Dumbarton Oaks negli Stati Uniti, che consta di cinquanta tavole dipinte a tempera su pergamena, accompagnate da scritte per il riconoscimento delle diverse specie. L’erbario forse fu composto lungo un arco di tempo che va dalla sua gioventù fino alla sua età matura, visto che le diverse tavole hanno differenze qualitative che permettono di riconoscere la maturazione dello stile della Garzoni, le influenze di vari periodi, fino a raggiungere un’incredibile capacità descrittiva, come si può vedere dalla tavola della Mandragora.
A Firenze lavorò a corte per diversi personaggi della famiglia Medici, il granduca Ferdinando II, la moglie Vittoria Della Rovere, don Lorenzo, Leopoldo e Giovan Carlo, ma ebbe la possibilità di operare anche per altre famiglie fiorentine come gli Altoviti. Presente a Firenze fino al 1651, il suo successivo trasferimento a Roma non recise il filo che ormai l’aveva legata alla corte medicea e con la quale ebbe rapporti fino alla sua morte, avvenuta nel 1670. Per i Medici realizzò copie di opere di Raffaello, e altri maestri italiani, ritratti come quello del cardinale Leopoldo, oggi alla Galleria degli Uffizi, ma soprattutto le stupende nature morte di fiori e frutta, che ancora oggi possono essere ammirate nei musei della città. Sontuosi bouquet dalle complesse architetture compositive, vassoi ricolmi di frutti e ortaggi dai colori smaltati, fanno di lei l’iniziatrice di un’importante corrente di pittura floreale femminile. 
5 natura morta gouache su pergamena
Entro il 1662, su richiesta di Ferdinando II de’ Medici che la voleva per sua moglie la Granduchessa Vittoria della Rovere, Giovanna Garzoni realizzò una serie di miniature comprendenti venti piatti di frutta, che furono collocate nella stanza dell’Aurora della villa di Poggio Imperiale dove li ricordano gli inventari medicei di fine Seicento: su una base che appare come un terreno roccioso, entro piatti in ceramica decorata o porcellana, sono collocati frutti o ortaggi di ogni tipo. Il motivo è sempre lo stesso, giocato solo sulla variante della frutta o su inserimenti di fiori o altri frutti in primo piano, a volte con un insetto, altre volte un uccello. Nonostante l’apparente ripetitività dei soggetti, in queste tempere la pittrice variò il timbro della luce o la levigatezza delle superfici, grazie anche al sapiente uso del puntinato.
Probabilmente lavorò anche per la grande manifattura dei commessi marmorei dell’Opificio delle Pietre Dure, che nel 1648 realizzò per il cardinale Giovan Carlo de’ Medici “un disegno granto miniato per fare in pietra rimesso”.
La sua lunga vita d’artista si concluderà a Roma, dove dopo una breve malattia morirà amata da molti colleghi che l’andarono a trovare portandole “pane di zuccaro” e “altre confetture”, e che la avevano accolta nell’Accademia di San Luca a partecipare alle riunioni in modo stabile; nelle sue ultime volontà Giovanna lascerà praticamente tutti i suoi averi all’associazione degli artisti, con la sola clausola di essere sepolta nella chiesa di Santa Martina, posta sotto la protezione dell’Accademia stessa, dove doveva esserle eretto un sepolcro. Le sue ultime volontà trovarono accoglimento solo nel 1698, quando fu portato a compimento il monumento a lei dedicato disegnato da Mattia de’Rossi, uno dei collaboratori del Bernini, con un dipinto del pittore Ghezzi che rappresenta la “eminente miniatora”.



Dettagli