Per chi trae diletto da una lingua viva e bella, leggere il Decamerone non è dissimile
dal vagare tra alberi in fiore e bagnarsi in acque purissime.

(Hermann Hesse)

Un uomo e una donna. Uno italiano, l’altra francese. Due vicende, due momenti, un’idea comune che ha lasciato un segno indelebile nella storia della letteratura europea.
Giovanni Boccaccio e Margherita di Navarra sono i protagonisti dello spazio narrativo dove questa volta scegliamo di celebrare le loro opere più famose mettendone a confronto gli stili e i presupposti che ne hanno determinato la nascita.
Andrea del Castagno, Giovanni Boccaccio, 1450 ca
Sicuramente meno nota del celebre novellista toscano, Margherita di Navarra merita qualche parola di presentazione: sorella del re di Francia Francesco I e moglie di Enrico II di Navarra, Margherita fu un essenziale punto di riferimento nella vita culturale del Rinascimento francese. Poetessa e scrittrice di talento, fu anche protettrice di umanisti e riformatori, nonché una vera femminista all’avanguardia. Ma ciò che ci interessa maggiormente è il suo capolavoro, rimasto incompiuto e pubblicato postumo (intorno al 1558-1559): l’Heptaméron, riprendendo senza mistero l’opera boccaccesca, si presenta come una raccolta di novelle in cui il soggetto dominante è l’amore, celebrato in tutte le sue forme e corredato dalla gamma di sentimenti, a volte contraddittori, che lo alimentano. Con queste storie più o meno brevi l’autrice intende difendere apertamente l’universo femminile dalla volgarità e dalla violenza insite negli uomini e allo stesso tempo celebrare l’amore platonico come una delle poche salvezze gratificanti a cui possono aspirare le donne infelicemente sposate. Per proteggere quest’ultime Margherita desidera fortemente lo stabilirsi di un solido contratto tra uomo e donna, un contratto fondato sulla legalità e sulla fedeltà reciproche e in più legittimato dal pensiero cristiano.
Attraverso le sue eroine del popolo, infatti, la scrittrice vuole istruire le dame di corte senza rinunciare, allo stesso tempo, all’ispirazione religiosa: è proprio la lotta tra corpo e spirito a essere messa in scena e a costituire l’occasione perfetta per denunciare le abitudini dissolute degli ordini religiosi, descritti con grande realismo psicologico. L’Heptaméron racchiude una vera e propria visione del mondo e illustra un’etica del matrimonio che precisamente si inscrive in quella  cosiddetta “querelle des Femmes”, che nel corso del XVI secolo aveva sollecitato l’interesse di tutti gli intellettuali d’Europa.
 Jean Clouet, Margherita d’Angoulême, 1527
Come il Decameron, anche la raccolta francese doveva comprendere cento storie raccontate nel corso di dieci giornate, ma purtroppo Margherita morì prima di poter completare l’ottavo giorno: in quel momento soltanto 72 novelle erano state portate a termine. Originariamente l’opera non aveva neanche un titolo e solamente più tardi i traduttori del libro gli attribuirono il nome di Heptaméron (in riferimento al fatto che la maggior parte delle storie si svolge durante i primi sette giorni), proprio in omaggio alla raccolta boccaccesca.
Il debito con Boccaccio è dichiarato fin dal prologo, che attribuisce ai personaggi-narratori la volontà di imitare il modello, differenziandosene però nella norma dell’autenticità dei fatti narrati. I firmatari dell’accordo sono dieci aristocratici, cinque uomini e cinque donne, di ritorno dalle terme degli Alti Pirenei. Motivo del loro soggiorno sulle rive del torrente d’Aspes è la piena che impedisce di passare a guado per proseguire il viaggio. E la lotta contro la noia dell’attesa, mentre degli operai lavorano alla costruzione di un ponte, è il pretesto al racconto di storie: il momento della giornata a esso destinato è il pomeriggio, il luogo è un idilliaco prato e il suo oggetto sono avventure vere di cui i narratori siano stati testimoni diretti o informati. C’è chi presenta le virtù o le debolezze delle donne, chi racconta i vizi o le qualità degli uomini, chi difende gli uni, chi preserva le altre; c’è chi si chiede quale sia il comportamento migliore, chi medita sui drammi o sulle gioie dell’amore, dando così vita a un ricco mosaico di emozioni, di sentimenti e di reazioni proprie dell’essere umano e facendo emergere la diversità del pensiero femminile da quello maschile sul tema dell’amore. Insomma, avventure amorose i cui protagonisti sono amanti sottomessi alla legge di natura, amanti puri e casti e amanti perfetti, i quali vivono l’amore terreno come mezzo per partecipare all’amore divino. Anche la struttura narrativa si rifa al Decameron: Margherita dispone la serie di novelle entro la cornice finzionale del soggiorno obbligato di dieci personaggi al di fuori delle pareti domestiche e assegna a ognuno di loro il ruolo di voce narrante per un periodo di dieci giorni, di una storia al giorno. Quindi salda tra loro le storie pronunciate di volta in volta da uno, con i commenti pronunciati, in intervalli di dialogo, da tutti. E apre e chiude le giornate con la storia di cornice, pronunciata da quella voce fuori campo che tiene le fila di tutti i racconti.
 Sandro Botticelli, Nastagio incontra la donna e il cavaliere nella pineta di Ravenna, 1483,
 Sandro Botticelli, Uccisione della donna, 1483,
Come Boccaccio, Margherita utilizza il dispositivo che vede un gruppo di persone isolate dal resto del mondo, ma con una differenza sostanziale: mentre i narratori dell‘Heptaméron sono intrappolati in una località di montagna e quindi costretti alla convivenza, le voci narranti scelte per il Decameron sono in isolamento volontario in una tenuta di campagna, dove hanno deciso di recarsi per sfuggire alla peste che nel 1348 imperversava a Firenze. L’opera si apre con la dichiarazione del titolo e del contenuto: «Comincia il libro chiamato Decameron, cognominato Prencipe Galeotto, nel quale si contengono cento novelle, in dieci dì dette da sette donne e da tre giovani uomini». Seguono poi il Proemio e l’Introduzione in cui si delineano rispettivamente i destinatari (le «vaghe donne») e la cornice entro cui saranno iscritte le cento novelle della raccolta. Il soggiorno della lieta brigata, improntato a valori di cortesia e temperanza, durerà quattordici giorni, da un mercoledì al martedì di due settimane dopo; il venerdì e il sabato di ciascuna settimana saranno dedicati al riposo, gli altri dieci giorni a «novellare». Ciascuno dei dieci giovani sarà “re” per un giorno, a rotazione, e avrà il potere di stabilire l’argomento della giornata, ognuna delle quali comprenderà dieci novelle, una per ogni giovane. I nomi dei narratori sono ripresi da opere precedenti dello stesso Boccaccio, o comunque dalla tradizione letteraria classica o romanza, mentre i nomi dei personaggi delle novelle sono tratti perlopiù dalla realtà contemporanea. I loro tratti sono semplici e stilizzati, il loro comportamento è misurato e decoroso, e nessuno è caratterizzato da una psicologia particolarmente complessa. Una volta delineato lo scenario in cui si colloca la narrazione, la cornice non ha però esaurito il suo compito: Boccaccio, infatti, interviene continuamente all’inizio e alla fine di ogni novella per descrivere con rapidità gli atteggiamenti dei narratori e le loro reazioni di fronte alla vicenda che hanno ascoltato e interviene, soprattutto, all’inizio e alla fine di ogni giornata per descrivere le attività che caratterizzano la compagnia. Infine la cornice riveste un particolare rilievo in conclusione dell’opera, quando l’autore narra il ritorno dei dieci giovani a Firenze e si congeda brevemente dai suoi lettori.
Sandro Botticelli, Il banchetto nel bosco, 1483
6 botticelli
E Margherita non ha nulla da invidiare in questo senso. La presenza della cornice, in entrambe le raccolte, consente di ordinare un vastissimo materiale narrativo, disponendolo all’interno di un’architettura ben bilanciata e facendo sì che essa costituisca anche un filtro fra l’opera e il suo stesso autore. Delegando ai narratori, siano essi giovani ragazzi o sfarzosi aristocratici, il compito di raccontare le novelle, si ha la possibilità di introdurre nel testo una molteplicità di punti di vista sul reale senza che l’autore si identifichi in maniera esclusiva con nessuno di essi. Tali personaggi, a seconda delle loro caratteristiche personali, rappresentano diversamente un mondo in cui si alternano comportamenti anche opposti tra loro, salvaguardando così l’autore da un eccessivo coinvolgimento psicologico e ideologico e consentendogli una maggiore libertà creativa.
A confermare la derivazione dell’opera francese dal capolavoro boccaccesco possiamo prendere come ulteriore esempio la scelta di alcuni temi che frequentemente ricorrono in entrambi i testi: le storie, infatti, sono perlopiù di natura oscena e ambigua e affrontano argomenti moralmente riprovevoli come il tradimento, l’inganno, la lussuria e l’avidità. Tematiche peccaminose che spesso mettono in luce le personalità degli stessi narratori, i quali rivelano dettagli del loro passato proprio grazie alle novelle che raccontano e alle reazioni che hanno all’ascolto dei racconti degli altri. Ma in Margherita, più che in Boccaccio, si riscontra una maggiore parità tra vizio e virtù: i protagonisti delle storie raccontate a Cauterets sono, infatti, sia donne oneste che donne maliziose e furbe, sia uomini a volte infedeli e crudeli a volte virtuosi. C’è in tutto questo un narrare al femminile e un narrare al maschile, in quanto le narratrici preferiscono raccontare storie in cui è presente un comportamento maschile negativo che loro stesse apertamente condannano, mentre i narratori scelgono di raccontare vicende in cui emergono i raggiri e gli inganni compiuti dalle donne nei loro confronti. È proprio da questo costante dibattito ora sui difetti, ora sui pregi dell’uno e dell’altro sesso, che emerge la funzione didattica dell’opera di Margherita di Navarra, la quale ha voluto e saputo evidenziare la meravigliosa imperfezione dell’essere umano.
Dall’altro lato, nonostante l’eccezionale varietà stilistica di cui Boccaccio si fa portatore, nel Decameron prevale un registro basso, almeno secondo i canoni del tempo: lo stesso autore nell’introduzione alla VI giornata dichiara, infatti, di aver scritto in «fiorentin volgare» e «in istilo umilissimo e rimesso», cosa che gli avrebbe consentito di preservare la sua opera dalle critiche dei letterati. Tuttavia, la rappresentazione piacevole e istruttiva delle virtù e dei vizi nel Decameron e nell’Heptaméron rivela il punto di vista di un gruppo sociale dominante, cioè del popolo grasso fiorentino e della nobiltà di corte francese.
Marguerite d’Angoulême, L’Heptaméron des Nouvelles,
Per comprendere il proposito generale degli autori delle novelle è necessario ricorrere al concetto del divertimento: i novellisti del ‘500 si sono spesso rifatti a questo cliché, creato dallo stesso Boccaccio, con lo scopo di voler divertire il lettore. E anche in questo caso il discorso si applica alla perfezione: gli autori delle nostre due raccolte si avvalgono un’altra volta della cornice proprio per dimostrare al lettore questo intento narrativo. Per divertirsi la nobile brigata del Decameron ha deciso di escludere la moltitutine, come ci ricordano le parole di Panfilo in conclusione alla X giornata: «la nostra brigata, già da più altre saputa dattorno, per maniera potrebbe multiplicare che ogni nostra consolazion ci torrebbe». Pretendendo di aver proposto un modello ideale di comunità armoniosa, i giovani di Boccaccio osservano con distaccata indulgenza le attività laboriose e la razionalità dei personaggi delle novelle, i quali devono resistere ai pericoli e alla sfortuna e superarli. La finzione della nobile brigata, ritiratasi dalle preoccupazioni quotidiane, riflette appunto la consapevolezza del popolo grasso di dover e di poter conservare il predominio socio-politico.
Giovanni Boccaccio, Il Decameron
I novellatori dell‘Heptaméron si sono riuniti in un luogo sicuro per salvarsi dai temporali autunnali e tale riunione rappresenta l’occasione per realizzare un progetto i cui destinatari siano un gruppo sociale esclusivo identificabile nei membri del seguito della stessa Margherita. Mentre però nel Decameron i giovani narratori manifestano una certa tolleranza nei confronti dei discendenti della borghesia, tale tolleranza viene completamente a mancare nella raccolta francese, dove la cornice ha la funzione di riassumere la varietà di quelle “storie vere” che esprimono un’analisi moralistica della nobiltà di corte. I nobili francesi raccontano le novelle per discutere di vari problemi etici, prendono prima la veste di novellatori per diventare poi critici e deridere con crudeltà e disprezzo il comportamento dei loro stessi personaggi. Solo due idee li mettono tutti d’accordo: la non fiducia nella debole natura umana e all’opposto una cieca fiducia nell’onnipotenza di Dio che li porta ad applaudire il potere centralistico dell’assolutismo, garante indiscusso della loro posizione privilegiata.
Potrebbe sembrare piuttosto difficile comprendere le idee o i problemi moralistici che Margherita di Navarra aveva posto a fondamento della sua opera in quanto il suo discorso è stato pensato e determinato grazie a delle strutture sociali che la rivoluzione francese ha poi abolito definitivamente. L’opera di Boccaccio, invece, si presta a una più facile attualizzazione dato che sembra offrire ai suoi lettori una prima forma espressiva di quelle norme e di quei valori che sono sicuramente ascrivibili con più pertinenza al punto di vista moderno.