Morire da soli, in un motel della Riviera romagnola, nella sera di San Valentino di dieci anni fa.
Nessuno dovrebbe essere solo nella giornata degli innamorati e nessuno dovrebbe mai morire da solo.
Ma la solitudine è sempre stata nel suo destino di corridore.
Marco Pantani è sempre stato solo.

Solo, quando scattava in salita e nessuno riusciva a restare alla sua ruota. Solo, quando usciva dalla
nebbia e dalla pioggia delle immagini sul Galibier per ricomparire trionfante sul traguardo di Les Deux Alpes. Solo, quando veniva fermato da una caduta disastrosa durante la edizione del 1995 della Milano – Torino o da un infortunio provocato da un gatto che gli aveva attraversato la strada durante il Giro d’Italia.
Solo, la mattina di Campiglio nel giugno del 1999 quando, per i colpevolisti, la lotta al doping non si fermò neanche di fronte al più grande ciclista del momento o quando, per i complottisti, la lotta al doping fu usata per fermare un fenomeno inarrestabile.
Solo, sulla salita di Oropa, quando rimontò un intero gruppo dopo una foratura, maestoso ed irraggiungibile quel giorno sul podio del vincitore, signore della montagna, “re dell’azzurro” con le sue “ali da gigante”.

Solo, nell’estate del 1999 quando tutti aspettavamo il suo ritorno, solo il giorno del Ventoux nel 2000 quando fu detto che vinse per la cortesia del più forte, solo nel 2003 quando rimbalzò indietro lungo la salita di Cascata del Toce.
Solo ed impotente, solo ed incapace di tornare a volare nel cielo azzurro sopra le montagne. Aveva toccato terra e le sue grandi ali candide giacevano abbandonate “come remi ai suoi fianchi”.

Solo, quando tanti di coloro che lo avevano incensato mettevano in dubbio e negavano la grandezza delle sue imprese, gli stuzzicavano “il becco con la pipa” e scimmiottavano “zoppicando l’infermo che volava”.
Solo, nella grandezza e nell’inferno, come l’albatros sulla chiglia della nave, incapace di levarsi in volo dopo essere caduto.