«Sappi dunque che io ho fatto numerosi viaggi, e ogni viaggio fu un’avventura meravigliosa, tale da destare in chi l’ascolta uno stupore senza limiti. Ma tutto ciò che ora ti racconterò è avvenuto perché era scritto, e da ciò che è scritto non v’è scampo né rimedio!»
(“Sindbad il Marinaio e i suoi viaggi” in Le Mille e una notte)

Tra i tanti luoghi che sostengono di aver dato i natali a Sindbad, leggendario personaggio i cui mirabolanti racconti di viaggio fanno parte delle Mille e una notte, il porto omanita di Sohar può vantare la sua lunga storia come luogo di approdo e scambio delle merci e come sede dei cantieri che ancora oggi costruiscono con metodi tradizionali, tramandati per generazioni, i dhow: queste imbarcazioni in legno dalla linea slanciata ed elegante, solo in apparenza fragili, sono in grado di affrontare agevolmente le onde dell’Oceano Indiano su cui si affaccia il porto di Sohar.

Già nell’VIII secolo d.C. i dhow che salpavano dalle coste dell’odierno Oman giungevano fino alla Cina, e sulla base di documenti d’epoca fu organizzata nel 1980 una spedizione: un dhow costruito con le tecniche e i materiali utilizzati nel X secolo salpò dal porto di Sohar, e dopo un anno di navigazione giunse a Canton, ripercorrendo l’antica rotta, quella che se non Sindbad, almeno i suoi contemporanei seguivano per i commerci con l’estremo Oriente.

Il Sultanato dell’Oman, situato nella parte sud orientale della Penisola Arabica, fin dall’antichità ha svolto un ruolo chiave nello scambio di merci, persone, idee e culture, creando un ponte tra il bacino del Mediterraneo, i paesi sull’Oceano Indiano e la Cina: da qui partiva la “Via dell’incenso”, che arrivava alle sponde del Mediterraneo con un percorso di quasi 2.500 chilometri: le carovane impiegavano due mesi a compierlo, attraversando montagne e deserti e toccando città favolose, come la splendida Sana’a (Yemen) o la misteriosa Petra (Giordania).

Nel cammino tra le nude montagne di rocce impervie, in fondo a ripide valli, improvvisamente fioriscono oasi verdeggianti: qui la poca acqua degli wadi viene sfruttata fino all’ultima goccia col millenario sistema dei falaj – canali e condotte per la distribuzione delle acque, alcuni dei quali risalgono a oltre quindici secoli fa – creando un piccolo inaspettato paradiso, che doveva apparire quasi un miraggio a chi percorreva a piedi o sui cammelli le piste sassose, affacciate a strapiombo su rocce e burroni.

L’incenso non costituiva l’unica produzione di grande pregio in un territorio ricco anche per le importanti miniere di rame, sfruttate fino dal III millennio a.C., quando questo metallo divenne indispensabile per la produzione del bronzo.

Le vie commerciali, percorse da carovane con merci preziose, erano protette e sorvegliate da una fitta rete di castelli e fortezze, che si andava rafforzando col trascorrere dei secoli; i più imponenti e rappresentativi dal punto di vista architettonico sono stati sottoposti a un’accurata e impegnativa opera di restauro, iniziata alla fine degli anni Settanta e tuttora in corso: il Sultano dell’Oman ha affidato la supervisione di questa immane impresa (i castelli sono oltre seicento) all’architetto fiorentino Enrico d’Errico.

Tra le opere condotte da D’Errico spicca il restauro della grandiosa fortezza di Bahla, costruita nel XIII secolo, le cui mura in adobe (mattoni crudi realizzati con un impasto di argilla, sabbia e paglia) si elevano fino a 55 metri di altezza. Negli anni Ottanta el Novecento sembrava che Bahla – imponente ma fragile per il materiale di cui è costituita – fosse destinata a sgretolarsi e scomparire inesorabilmente, insieme con la cinta muraria che circonda l’oasi, e della quale si sono conservati sette dei dodici chilometri originali. Con una immane opera di consolidamento il complesso di Bahla, che dal 1987 è entrato a far parte del Patrimonio dell’Umanità UNESCO, è stato interamente recuperato.

Allo stesso modo, il castello di Jabreen, una splendida dimora del XVII secolo a poca distanza da Bahla, restaurato e aperto al pubblico, è divenuto uno dei monumenti più visitati del paese, non solo come testimonianza della raffinata semplicità di una dimora d’altri tempi, ma quale esempio di architettura “ecocompatibile” dei secoli passati. Le stanze hanno le finestre al livello del pavimento, in modo che chi vi soggiornava, sedendo sui tappeti che coprivano le piastrelle, aveva modo di godere della circolazione dell’aria; nella parte alta delle pareti, infatti, una serie di aperture schermate da griglie permetteva all’aria calda di uscire, creando così una sorta di condizionamento naturale, la cui efficacia è ancora oggi apprezzabile. L’essenziale arredamento degli ambienti – tappeti, cuscini, soprammobili e libri nelle nicchie che si aprono lungo le pareti – è stato ricollocato al suo posto, mentre sono stati restaurati i bellissimi soffitti a travi in legno, dipinti con motivi decorativi ispirati a quelli dei tappeti, così da creare un effetto molto particolare: distesi sui cuscini posti a terra, sembra di fluttuare in uno spazio astratto, di cui è difficile individuare le coordinate, e i concetti “alto” e “basso” non appaiono adeguati a descrivere l’impressione quasi onirica che si prova.

A D’Errico si deve anche il restauro del forte di Mirani, all’ingresso della baia di Muscat, la capitale dell’Oman, costruito nel Cinquecento da un architetto italiano per i Portoghesi che all’epoca avevano stabilito un caposaldo sulla costa, per dare rifugio alle proprie navi sulla rotta per le Indie.
L’attenzione e il rispetto che l’Oman riserva alla propria storia sono testimoniati oltre che dall’accurata opera di restauro di tutti i maggiori monumenti, dalla volontà di tramandare il linguaggio stilistico dell’architettura tradizionale: anche gli edifici più recenti non si lasciano sedurre dalla sfrenata fantasia che caratterizza l’architettura contemporanea negli altri paesi del Golfo, in primis Dubai; non si innalzano grattacieli e si cerca piuttosto di creare uno stile che interpreti in chiave moderna gli elementi decorativi dell’architettura tradizionale. In questo modo tutte le conoscenze tecniche e la manualità di un artigianato dalla grande e secolare tradizione vengono conservate e tramandate.

Il complesso che appare come un simbolo di questa volontà di trovare un equilibrio fra modernità e tradizione è quello della grande moschea di Muscat. Costruita negli anni Novanta del Novecento per volere del Sultano Qaboos Bin Said, dal quale prende il nome, la moschea contrappone la severa linearità delle strutture esterne al fasto della grande sala di preghiera, in grado di accogliere 6.500 fedeli, e il cui pavimento è coperto da un unico, immenso tappeto realizzato da artigiani iraniani. La moschea è circondata da grandi spazi verdi, tenuti con attenta cura, come del resto tutti i numerosi giardini che ornano una città sorta tra deserto e oceano.

Notevoli le gallerie che circondano il corpo centrale, suddivise in una serie di ambienti, ciascuno dei quali è decorato secondo lo stile dell’arte islamica proprio di una particolare area geografica: dal Marocco con i suoi disegni geometrici ai tulipani e garofani della Turchia ottomana, dalle balze marmoree tipiche della Siria, fino alle variopinte volute floreali del Rajastan, si susseguono le multiformi declinazioni in cui si articola il linguaggio di un’arte che rinunciando a priori alla rappresentazione di figure umane, si esprime con motivi ornamentali in una straordinaria varietà di forme e colori; assumono il valore di eleganti elementi decorativi anche i caratteri dei versetti del Corano presenti qui come sulle superfici di tutti gli edifici religiosi, mostrando i livelli di straordinaria raffinatezza che l’arte della calligrafia ha toccato nel mondo islamico. Non a caso, il termine “arabesco” ha avuto origine proprio dagli esempi di calligrafia ornamentale che fino dal Medioevo giungevano in Occidente riprodotti su ceramiche e tessuti, apprezzati anche da chi ne coglieva il puro valore estetico, ignorando il significato di quegli eleganti e sinuosi intrecci.