In mezzo alla pianura desertica della Nubia, presso la riva destra del Nilo – le cui rive verdeggianti rompono la monotonia della piatta distesa di sabbia – si staglia isolata la mole del Jebel Barkal, la “montagna pura”. Qui sorgeva Napata, antica capitale del regno di Kush, conquistata nel XVI secolo a.C. dai faraoni della XVIII dinastia che vi stabilirono un importante luogo di culto dedicato ad Amon.

La penetrazione degli Egizi verso il cuore dell’Africa si svolse in fasi successive, risalendo il corso del Nilo e arrestandosi ogni volta che si incontrava una di quelle che vennero chiamate “cateratte”: qui il fiume si insinua in gole rocciose, creando rapide poco profonde e dalla corrente impetuosa, che rendono impossibile la navigazione.
La numerazione progressiva delle sei cateratte procede in direzione inversa allo scorrere delle acque – così come le incontrarono gli Egizi via via che si spingevano sempre più a sud; la prima si trovava nei pressi di Assuan (oggi le prime due cateratte sono sommerse dal lago Nasser, creato dalla costruzione della grande diga), mentre Napata è situata fra la terza e la quarta cateratta, nei pressi dell’attuale città di Karima.

La civiltà nubiana è figlia del Nilo come e forse più di quella egizia: oltre la stretta striscia coltivata lungo le sponde del fiume, c’è il nulla; tra la terza e la sesta cateratta il Nilo traccia un semicerchio, abbracciando l’ampio territorio del deserto Bayuda (bianco). Nella distesa di sabbia, polvere e pietre spunta solo qualche sparuta acacia spinosa, e lungo la pista che taglia la grande ansa del Nilo non si incontrano oasi ma solo un paio di pozzi isolati.
Qui si fermano per rifornirsi di acqua i gruppi di nomadi che si spostano con le loro greggi alla ricerca di magri pascoli; l’acqua viene tirata su dai pozzi un secchio alla volta, con una corda trainata da asinelli, mentre sotto il sole cocente uomini e animali aspettano pazientemente il loro turno, e solo le taniche di plastica utilizzate per trasportare l’acqua testimoniano l’attualità di una scena che sembra appartenere a un remoto passato.

L’importanza del tempio di Amon a Napata si consolidò e accrebbe intorno al 950 a.C., quando nella città si rifugiarono i sacerdoti che i faraoni della XXII dinastia avevano cacciato dal tempio di Tebe (oggi Luxor). Più tardi, Napata conobbe il suo momento di maggior splendore con la crisi della supremazia egiziana: nell’VIII secolo a.C. i sovrani di Kush conquistarono tutto l’Egitto fino al delta e per quasi cento anni, fino all’invasione assira del 656 a.C., governarono su Nubia ed Egitto unificati, mantenendo la capitale a Napata.
I faraoni della dinastia kushita – la XXV – per la loro origine nubiana sono stati chiamati i “faraoni neri”; tra questi, fu soprattutto Taharqa, che negli oltre venti anni del suo regno intraprese grandi opere per arricchire la città santa di Napata: il tempio dedicato al culto di Amon e disegnato sul modello di quello di Luxor veniva ampliato, altri edifici sacri sorgevano attorno ad esso, fino a creare un’area sacra comprendente tredici templi, disposti alla base del Jebel Barkal, mentre una serie di statue di arieti in granito grigio accompagnava i pellegrini lungo il viale che conduceva all’approdo sul Nilo – l’ariete con il disco solare tra le corna ricurve è la forma sotto la quale il dio Amon viene rappresentato in tutta la Nubia.

Il progetto di modellare il pinnacolo di pietra che fiancheggia la mole della montagna, scolpendolo in forma di testa di cobra (l’ureo, sacro ad Amon-Ra), che avrebbe dovuto essere ricoperto di lamina d’oro – visibile da grandissima distanza – fu abbandonato perché la roccia friabile si sgretolava.
La sacralità del Jebel Barkal era legata anche al mito che vedeva nella momtagna pura, solitaria e isolata in una grande pianura deserica, il luogo al cui interno Amon (nome che significa “il nascosto”, o “il misterioso”), si occultava alla vista dopo il tramonto per riapparire col sorgere del sole, nel quale si identificava.

In quest’area è in corso una campagna di scavi condotta da una missione archeologica americana: in particolare sta venendo alla luce una serie di tempietti ed edicole lungo il viale di accesso all’area sacra, costruiti in tempi diversi.
Alle spalle del tempio di Amon, un piccolo tempio rupestre scavato nella parete rocciosa, racchiude una cella decorata da rilievi dove le spose dei faraoni davano alla luce la loro prole; all’ingresso, due pilastri in forma di statue del dio Bes – rappresentato come un nano, vecchio e deforme – tenevano lontano il malocchio e favorivano il felice esito del parto reale.

Nei pressi di Napata, nella necropoli reale di Nuri, si trovano le prime piramidi nubiane, destinate alle sepolture reali: in Nubia vennero erette più di duecento piramidi, la cui costruzione ebbe inizio oltre ottocento anni dopo che in Egitto era stato innalzato l’ultimo di questi monumenti; col tempo, non solo le sepolture della famiglia reale, ma anche le tombe dei notabili e personaggi della corte ebbero le loro piramidi di modeste dimensioni.
Comunque, anche le più imponenti tra piramidi nubiane sono più piccole di quelle egizie, hanno le pareti con un’inclinazione maggiore, e in genere non contengono la camera funebre, che si trova nel pilone davanti alla piramide, costruito secondo il modello dei piloni dei templi egizi.

Nel corso del IV secolo a.C., la capitale del regno fu spostata a Meroe, situata più a sud fra la quinta e la sesta (e ultima) cateratta del Nilo, e meno esposta di Napata alle frequenti incursioni da parte degli egiziani. Anche a Meroe sorse un grande tempio dedicato ad Amon, posto nei pressi della città reale che comprendeva palazzi e terme riccamente decorati; nelle piramidi della necropoli reale trovarono
sepoltura gli oltre quaranta fra re e regine che si succedettero sul trono di Meroe, che rimase capitale del regno di Kush per otto secoli, fino alla sua caduta nel IV secolo d.C., quando venne annesso al regno etiope di Axum. La fusione fra arte egizia e influssi ellenistico-orientali che caratterizza il periodo meroitico è evidente oltre che nelle architetture, nella statuaria: la cosiddetta Danzatrice, proveniente dall’area delle terme di Meroe, dalle forme sinuose e colta in movimento, appare ormai lontanissima dalla ieratica astrazione della figura umana propria dell’arte egizia.
Quando nel 1835 il medico bolognese Giuseppe Ferlini giunse in vista della necropoli reale di Meroe, le decine di piramidi che la costituiscono erano ancora in gran parte intatte.
Personaggio quanto meno eclettico, il Ferlini si era messo dapprima al servizio della causa greca nella insurrezione contro l’Impero Ottomano, operando come medico in quell’esercito composito di cui aveva fatto parte anche Lord Byron, che a Missolungi trovò la morte nel 1824.
Non essendo riuscito a farsi pagare dai Greci quanto dovuto per la sua attività in quella disastrosa impresa, Ferlini passò disinvoltamente al servizio del Sultano, arruolato come medico militare nell’esercito Ottomano. In tale veste, ottenne dal Sultano un lasciapassare per la Nubia, che ai tempi faceva parte dell’Impero, e partì alla ricerca dei tesori dei faraoni neri spingendosi fino a Meroe, dove nel 1820 il francese Caillaud aveva scoperto una cinquantina di piramidi nelle necropoli della città, ne aveva stilato una descrizione e tracciato alcuni disegni.

Ferlini a Meroe iniziò le sue ricerche con mano pesante, operando la distruzione di una serie di piramidi, senza trovare niente. Infine, si rivolse alla più grande di queste, iniziando a demolirla dalla cima; sotto un sarcofago vuoto venne rinvenuta una grande quantità di gioielli, che il Ferlini riuscì avventurosamente a portare in patria.
La sua peregrinazione tra corti e musei europei, nel tentativo di piazzare il tesoro di Meroe, si rivelò piena di ostacoli: gli esperti del British Museum giudicarono gli oggetti falsi, per lo stile diverso da quello egizio classico così come lo si conosceva; alcuni pezzi furono acquistati dal re Ludwig di Baviera (e si trovano presso lo Staatliches Museum Ägyptischer Kunst di Monaco), smembrando così il corredo funebre; il resto, grazie al famoso egittologo tedesco K.R. Lepsius, che ne riconobbe l’autenticità, entrò a far parte delle collezioni del Museo Egizio di Berlino, che ai gioielli di Meroe ha riservato un’apposita sala, la “Stanza del tesoro”.
La sepoltura violata da Ferlini era quella della Candace (titolo delle regine guerriere di Meroe) Amanishketo, che regnò fra il 10 a.C. e i primi anni dell’era cristiana, e sconfisse l’esercito inviato da Augusto alla conquista della Nubia; gli splendidi gioielli di Amanishketo, dalla raffinata fattura, testimoniano la magnificenza di un regno che possedeva le più importanti miniere d’oro dell’antichità: il nome stesso di Nubia deriva secondo alcuni studiosi da nwb, oro in antico egizio.

Non lontano da Meroe, la città di Naqa rivestiva grande importanza anche come centro religioso: i due templi maggiori, costruiti fra il II secolo a.C. e il II d.C., sono dedicati ad Amon – anche qui la via di accesso al luogo di culto è fiancheggiata da statue di arieti – e ad Apedemak, il dio nubiano dalla testa di leone.
Davanti al tempio di Apedemak, il cosiddetto “chiosco romano”, databile nel II secolo d.C., mostra un’originale commistione di elementi architettonici egizi, ellenistici e romani e presenta notevoli affinità con il tempio egiziano di File, costruito all’epoca di Traiano.

Il regno di Kush era ormai avviato verso la decadenza, il linguaggio figurativo dell’arte egizia, tramandato per secoli e fuso con la cultura locale, si era stemperato con le influenze portate dalla conquista dell’Egitto da parte dei romani, e la fine delle dinastie meroitiche segnava l’inizio di una nuova era – poco conosciuta, ma destinata a durare un millennio – quella dei regni cristiani di Nubia, sopravvissuti fino al XIV secolo alla progressiva islamizzazione di tutta l’Africa del nord.