Søren Kierkegaard è morto solo e sconosciuto ai più nel 1854; sarà riscoperto dai critici soltanto nei Primi del Novecento quando il suo pensiero, che insisteva sulla finitezza e sulla impotenza dell’individuo come unica vera realtà, trova un terreno fertile.
Soren kierkegaard
Il filosofo danese parte dalla critica a Hegel ed alla sua artificiosa costruzione di un sistema che mai ha considerato la vita vera. Infatti, mentre per Hegel, che per Kierkegaard è solo “uno schifoso professore”, il reale è l’universale “logos”, per l’autore di Timore e tremore “logos” è una parola senza senso: la vera realtà è fatta dai singoli, cioè dagli individui presi nella loro particolarità, ognuno dei quali vuole “ex-sistere”, cioè porsi ed affermare se stesso fuori dagli altri e fuori da Dio.
Aut-autPertanto l’individuo è l’esistente e la realtà è composta dagli esistenti. L’esistente è, però, chiuso nella sua finitezza e non può superarla per alcun motivo: non per amore, non per sapienza, non per interesse. Possiamo soltanto illuderci di capire gli altri e di farci capire dagli altri, ma alla fine dei nostri vani sforzi comprendiamo che “in fondo all’anima nostra non scende mai alcuno e che uno è sempre disperatamente solo con se stesso”.
Da ciò deriva il dramma della incomunicabilità che affligge ogni individuo, che, pur essendo libero di essere se stesso (anzi nell’affermarsi tale), è costretto a ribadire la sua finitezza: ciascuno di noi deve, infatti, compiere delle scelte ed ogni scelta non può essere la sintesi logica delle alternative presentateci (“l’et – et hegeliano”), ma soltanto un drammatico “aut – aut”, cioè una drastica rinuncia ad ogni alternativa diversa rispetto a quella che scegliamo e, quindi, una limitazione.
Nella negazione delle spinte alla comunicazione sta la grandezza e la finitezza del pensiero di Kierkegaard. Rinnegando l’amore del padre, che vede macchiato di una colpa ancestrale che ha sterminato la famiglia, rifuggendo l’amore di una donna, ritenendo che le scelte sono guidate dal caso, egli limita il concetto di libertà nella mera affermazione di se stesso e del proprio modo di essere e di vivere.
La solitaria statua di kierkegaard
In questo modo depaupera la libertà, sciogliendola dalla responsabilità: la responsabilità nel rapporto con la propria famiglia di origine, nel rapporto con la famiglia che tutti noi tendiamo a creare, nel rapporto con le persone alle quali vogliamo bene, nel rapporto con le nostre aspirazioni, con i nostri sogni, con le nostre possibilità, il nostro lavoro. Non esiste la libertà senza responsabilità.
In questo modo depaupera la libertà e la negata responsabilità, sciogliendole dalla felicità: la felicità nel rapporto con la propria famiglia di origine, nel rapporto con la famiglia che tutti noi tendiamo a creare, nel rapporto con le persone alle quali vogliamo bene, nel rapporto con le nostre aspirazioni, con i nostri sogni, con le nostre possibilità, il nostro lavoro. Non esistono la libertà e la responsabilità senza felicità.
Senza la responsabilità e la felicità, la libertà è come un magnifico paesaggio, come la distesa silenziosa del mare: meravigliosamente fine a se stessa, vuota come l’angoscia che provava Kierkegaard.
Un mare di solitudine
Riempiamola con le persone con le quali desideriamo condividere le responsibilità e con le quali vogliamo essere felici.