È stata inaugurata a Cortona il 21 Marzo la mostra Seduzione Etrusca, uno degli eventi più attesi dell’anno di cui vi avevamo già fornito un’anteprima. Frutto della collaborazione del Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona (MAEC) e del British Museum, la mostra è l’occasione per indagare a fondo un rapporto secolare tra il Regno Unito e questa parte di Toscana: due realtà lontane ma legate da vicende storiche e un comune interesse per la cultura Etrusca.

Non si tratta di una semplice esposizione di pezzi di pregio: al contrario Seduzione Etrusca vuole testimoniare la nascita e lo sviluppo di un interesse – a tratti una vera “Etruscomania” — che partito dall’Inghilterra contagiò tutta Europa. Questa passione si concretizzò nella costituzione di importanti collezioni, ma anche nella nascita di mode più “frivole” come la decorazione d’interni ispirata all’arte Etrusca, o presunta tale.
Gli inglesi divennero infatti nel XVIII secolo tra i maggiori acquirenti di pezzi etruschi: proprio il British Museum già nel 1756 — a soli tre anni dalla sua fondazione — acquistò una collezione di buccheri etruschi, mentre negli annali dell’Accademia Etrusca di Cortona, nata nel 1727, si possono contare molti nomi di eruditi provenienti dal Regno Unito così come molti mercanti d’arte e antiquari anglosassoni erano presenti in Toscana e Lazio, nei luoghi in cui più facilmente venivano alla luce reperti etruschi.
L’interesse per l’Etruria non fu per il Regno Unito una moda passaggera, bensì un movimento intellettuale che si estese fino all’alba del XX secolo: basti pensare all’esperienza pittorica di Nino Costa e della Etruscan School a Londra.
Un percorso ragionato
Attraverso gli occhi dei collezionisti inglesi, è possibile ricostruire non solo la genesi di un “gusto” collezionistico per gli oggetti Etruschi, ma anche in un certo senso immedesimarsi nello stupore — una vera seduzione appunto — che devono aver provato i pionieri dell’archeologia di fronte ai manufatti ed edifici dell’Etruria: in fondo dopo secoli il mistero di questo popolo, allo stesso tempo così vicino e così distante, non smette di sedurre anche il pubblico contemporaneo.

La mostra Seduzione Etrusca è stata possibile anche grazie alla collaborazione con la Holkham Hall, la residenza costruita da Thomas Coke, il personaggio che è stato il vero spunto per questa mostra. Tramite la sua vicenda infatti il visitatore è accompagnato in una sorta di viaggio nel tempo dove il passato dialoga attivamente con il presente, e dove i pezzi esposti sono un tutt’uno con il contesto che li circonda.
Etruria e Regno Unito: una storia d’amore
Questa storia nasce intorno al 1712 quando Sir Thomas Coke come molti giovani nobili della sua generazione lascia la Gran Bretagna per il classico Grand Tour Europeo.
La prima parte della mostra ci illustra tramite oggetti e documenti provenienti anche dalla Halkham Hall -— la dimora in stile Palladiano che farà costruire nel Norfolk e dove è ancora oggi sono conservate le collezioni di Coke — le origini della famiglia e l’esperienza del Grand Tour.

Arrivato in Italia, Thomas scopre le meraviglie dell’Italia e il suo passato romano: ne sono testimonianza le opere acqustate durante questo periodo, di cui molte si rifanno a miti o episodi storici greco-romani — anche se con un intento politico riferito alle vicende politiche e alle posizione intellettuali dell’epoca — e vedute in cui le antiche rovine sono quasi sempre ben presenti.

In Toscana sotto l’ala protettrice del Granduca Cosimo III scopre il fascino dell’antico popolo Etrusco. Da questo fortunatissimo incontro tra Coke e il vivace ambiente culturale della Toscana granducale nasce una curiosità sincera per un passato remoto, addirittura antecedente a quello romano che già affascinava gli uomini del tempo, del quale si conosceva ben poco.
Thomas Coke e la nascita dell’Etruscologia
L’Etruscologia nasce infatti grazie al De Etrusca Regali scritto da Thomas Dempster, un erudito scozzese che nel XVII secolo scrive su richiesta del Granduca Cosimo II una prima versione del libro, rimasta però incompiuta alla sua morte (1625). Il manoscritto, composto da ben sette tomi viene scoperto circa un secolo dopo dal precettore di Coke, che lo acquisisce insieme a molti altri volumi durante la sua tappa italiana del Grand Tour. Dopo averlo portato in Inghilterra, invia nuovamente l’opera in Toscana, perché sia copiata e poi preparata per una nuova versione a stampa, da lui finanziata.
Scriverà Thomas Coke nel suo saluto al Granduca che apre il De Etrusca Regali:
Serenissimo Principe, vedrai con piacere da questo libro quanta gloria venne alla tua Patria fin da tempi antichissimi. […] quali popoli e di quale natura siano stati quelli che hanno abitato la Vostra regione; da quali istituzioni erano retti e quali forme di pace e di guerra usavano; quale disciplina e quali atti di religione persino Roma non si peritò di prendere dai maestri Etruschi; pertanto, non sorprendiamoci che questa regione fino ai giorni nostri sia stata fiorente nelle arti e abbia sempre generato grandi ingegni […].
Di fatto già da tempo il passato etrusco era un elemento d’interesse per i Medici: c’era infatti la volontà di stabilire un parallelo tra la grandezza della civiltà etrusca — definita non a caso “regale” — e il regno del Granduca che si vuole identificare come continuatore della grandezza Etrusca.
Tutto il lavoro è frutto di una collaborazione tra il mecenate inglese e alcuni umanisti toscani. Il progetto della stampa del de Etrusca Regali viene infatti affidata in veste di editore a Filippo Buonarroti, colto archeologo ante litteram, discendente di Michelangelo e curatore della collezione di Casa Buonarroti che arrichisce con molti pezzi antichi, anche etruschi. La revisione è opera di un altro letterato fiorentino, Antonio Maria Biscioni.
Scoperta e documentazione
Pubblicata nel 1726, la nuova versione è composta di due tomi. Se l’originale compilato da Dempster era scritto in chiave umanistica e basato su fonti letterarie, l’opera rivista e corretta da Buonarroti e Biscioni era un lavoro basato su un modernissimo approccio empirico e critico. Privata delle parti ritenute errate, l’opera comprende infatti due aggiunte importanti: una sezione di Explicationes et conjecturae compilata dallo stesso Buonarroti e 93 tavole fuori testo contenenti illustrazioni di reperti: i manufatti antichi cessano di essere solo descrizioni di seconda mano per uscire dalla letteratura e diventare testimonianza reale di una passata civiltà.
Non è forse un caso che solo pochi anni prima fosse stato pubblicato L’antiquité expliquée et représentée en figures (1719-1724) di Bernard di Montfaucon che con le sue 1120 incisioni sposta per la prima volta l’attenzione degli archeologi dai documenti ai monumenti, ed è per questo considerato il testo fondatore della moderna archeologia.
Il Buonarroti incoraggiò sempre gli allievi e gli studiosi del suo tempo a effettuare viaggi di studio, un atteggiamento che di fatto diventerà lo standard per gli studiosi di etruscologia e più in generale di tutte le discipline — in fondo nella seconda metà del secolo sarà pubblicata l’Encyclopédie di Diderot e d’Alambert.

Proprio il ritrovamento recente delle incisioni per le tavole illustrate hanno dato lo spunto per questa mostra, che finalmente riunisce i manufatti, le lastre e le relative tavole, tutte in un unico luogo. Per il visitatore più attento sarà ad esempio una vera emozione trovarsi di fronte alle lamine incise che raffigurano due dei manufatti etruschi già famosi all’epoca di Coke e i manufatti stessi: la Chimera di Arezzo — qui è in mostra una copia celebre, l’originale è al Museo Archeologico di Firenze — e l’Arringatore. Tutta la seconda parte della mostra è quindi dedicata a questo aspetto della documentazione archeologica, che se ancora priva di contesto cerca comunque un approccio descrittivo basato sull’osservazione “dal vero”.
Un dialogo continuo
Il contesto è invece la parte conclusiva nella mostra: i manufatti, tutti di grandissimo valore, sono esposti all’interno degli spazi del MAEC, e non in un ambiente separato. Questo fa sì che i pezzi di fatto dialoghino con il museo stesso e la realtà circostante. In fondo basta affacciarsi alle finestre per immaginare che alcune delle statuine esposte si animino e comincino a muoversi sullo sfondo delle Terre Etrusche che le hanno viste nascere.

L’allestimento, curatissimo e molto suggestivo, spinge infatti il visitatore a non soffermarsi solo su dati “tecnici” dei reperti esposti, ma a interrogarsi e riflettere su un insieme di oggetti tra loro eterogenei eppure accomunati da uno stesso fascino. Ad esempio se i materiali sono quelli tipici di quesa parte dell’Italia centrale, non si può non rimanere colpiti dai tratti orientaleggianti di una delle figure più affascinanti di tutta la mostra: la poderosa statua-cinerario che è il centro ideale della sala, con la sua espressione enigmatica, accostata dagli archeologi a esempi di arte del nord della Siria. O ancora la piccola figura di Gorgone in bronzo, che con le sue linee sinuose ci parla di miti di paesi lontani.

Insomma, il mistero degli etruschi è ancora intatto, sembrano suggerirci i curatori, indissolubilmente legato alla bellezza di queste terre, con la loro stratificazione di popoli e di storie che il tempo ha depositato sulle colline, rendendo le “Terre Etrusche” un luogo unico al mondo.
E proprio fuori dalle mura del MAEC si svolge una sorta di ideale proseguimento della mostra: parallelamente all’esposizione infatti sono stati organizzati itinerari ed eventi per portare il visitatore alla scoperta del territorio circostante, lo stesso che tanto affascinava gli Inglesi al punto di inserire Cortona tra le tappe nel loro Grand Tour. Non solo visite alla mostra e al Parco Archeologico – che da soli varrebbero comunque la visita – ma anche itinerari del gusto alla scoperta di tradizioni enogastronomiche antichissime e in parte ancora tutte da scoprire.
Data fine:30 December, 2013 Indirizzo: Museo Archeologico, Cortona
Dettagli
Catalogo edito da Skira
ECCEZIONALMENTE PROROGATA
AL 30 SETTEMBRE 2014