L’importanza di un concerto si può evincere – oltre che dal peso dei musicisti sul palco – dallo spessore culturale del pubblico accorso. Certo la presenza esclusiva di noti mondani e ricchi “amanti” delle arti non fa testo in questa mia affermazione e anzi potrebbe diventare un criterio svalutante.
Non è questo, però, il caso del parterre che affollava il teatro Odeon di Catania la sera del 31 marzo e che vedeva il gota dei musicisti della Sicilia orientale riunito per ascoltare The Beautiful Dreamers, il nuovo trio di Bill Frisell. Ad affiancare il noto chitarrista sul palco c’erano il violista Eyvind Kang e il batterista Rudy Royston.
Da-sinistra-bill-frisell,-eyvind-kang,-roy-royston
Dopo essere usciti sulla scena con quella semplicità che è, a volte, sinonimo di autorevolezza, Kang pizzica la sua viola che – su ampi pedali di chitarra e su un discreto commento della batteria – ricorda un koto o un erthu e vagheggia un oriente stilizzato.
Si dispiega una melodia notturna e marina, lamentosa, che la chitarra raddoppia a tratti creando spesso dei leggeri canoni in un contrappunto appena accennato. Fluendo da un brano all’altro – o per meglio dire da un’atmosfera all’altra – senza interruzione si passa da quest’ambientazione umida e mediterranea ad una più solare e serena, appena adombrata qua e là da preoccupazioni più che sopportabili. Si alternano poi temi spigolosi che ricordano “Five Pieces” di Braxton, momenti di grande tensione e successivi attimi di rilascio dal gusto quasi pop.
Sebbene un organico di questo genere potesse far pensare a un repertorio virato verso la Musica d’Arte contemporanea d’ispirazione europeista, il suono del trio guidato da Frisell resta profondamente americano come americane sono le riletture dei brani non originali interpretati da questi musicisti. La viola di Kang suona come un fiddle oppure imita il timbro del violino di Stephane Grappelli quando affronta gli standard del repertorio jazz: la tranquilla The Days of Wine and Roses e la commovente e affettuosa I Love You, Porgy su tutti. Frisell, utilizzando l’elettronica con parsimonia, si concede arpeggi bluesy e soulfull per preparare l’ingresso di una versione gospel di In My Life dei Beatles.
Un-momento-del-concerto
Coesi quando si lanciano in lunghe tirate all’unisono, i tre musicisti mantengono ruoli definiti ma elastici. Kang e Frisell – sfruttando la somiglianza di timbro fra chitarra e viola – alternano di continuo il loro canto diventando ora solisti, ora accompagnatori. La batteria di Royston sostiene dei groove discreti che non chiudono nessuno spazio al solista di turno ma anzi stimolano e commentano. La sua funzione non è un semplice sostegno ritmico: egli partecipa attivamente come parte melodica alla costruzione musicale.
Su tutto regna il sorriso di Frisell, sereno e pacioso, che comunica la gioia di trovarsi a suonare la propria musica con le persone giuste. Uno stato d’animo così forte da essere contagioso per il pubblico che va via dal teatro soddisfatto e contento.