«Giotto rimutò l’arte del dipingere di greco in latino e ridusse al moderno ed ebbe l’arte più compiuta che avessi mai più nessuno», scriveva il pittore e teorico Cennino Cennini intorno al 1390 nel suo “Libro d’arte” a proposito della rivoluzione portata dalla pittura di Giotto (1267 – 1337) nel campo della figurazione – all’epoca ancora legata ai modelli bizantini, da cui neppure Cimabue si era distaccato in maniera così drasticamente definitiva.
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L’efficace sintesi del commento di Cennini venne ripresa un secolo e mezzo più tardi nelle “Vite” da Giorgio Vasari, che così sintetizzava l’innovazione e il recupero della tradizione come elementi fondamentali nella pittura di Giotto e il suo rifarsi all’antico: «risuscitò la moderna e buona arte della pittura, et introdusse il ritrar di naturale le persone vive, che molte centinaia d’anni non s’era usato». Il naturalismo, il senso dello spazio e del volume ottenuto mediante l’uso delle ombreggiature, introdotti  da Giotto nella pittura all’inizio del Trecento, rappresentavano una vera e propria rivoluzione che spazzava via i canoni stilistici dell’arte bizantina, in cui le scene e i personaggi sacri apparivano fissati in una dimensione oltremondana astrattamente ieratica e immersi in una luce soprannaturale che tutto appiattiva e sublimava.
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Nel 1204, i crociati partiti per la IV Crociata al comando del veneziano Enrico Dandolo, approfittavano della lotta fra i successori dei Comneni sul trono dell’impero bizantino per assediare e conquistare Costantinopoli, mettendola a ferro e fuoco fra lutti, rapine e devastazioni: molti monumenti vennero danneggiati e le chiese saccheggiate e profanate; del resto, dopo il Grande Scisma del 1054 (lo Scisma d’Oriente per la storiografia occidentale, Scisma dei Latini per gli Ortodossi), la chiesa ortodossa era considerata nemica della vera fede, e come tale da combattere e abbattere.
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Anche la basilica di Santa Sofia, sede del Patriarca di Costantinopoli, venne depredata delle reliquie più preziose e trasformata in chiesa cattolica romana. Furono anni bui per la città, che visse un periodo di grave decadenza destinato a durare fino al 1261, quando la dinastia Paleologa riconquistò Costantinopoli ripristinando l’impero bizantino. La diaspora degli artisti verificatasi dopo la caduta di Costantinopoli, rende ragione della presenza di straordinarie opere nei monasteri della Serbia, grazie alla committenza della dinastia regnante dei Nemanjić, ricca e potente, l’unica in tutta l’area balcanica in grado di assicurarsi i migliori architetti, pittori e scultori dell’impero. La chiesa della Vergine, nel monastero di Studenica, fu costruita fra il 1183 e il 1196 in un arioso e monumentale stile romanico: rivestita in lastre di marmo bianco, presenta nei portali e nella trifora absidale una finissima decorazione scultorea dalla complessa simbologia e con motivi fitomorfi di chiara derivazione ellenistica.
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All’interno si conservano tuttora alcuni degli affreschi realizzati nel 1208-9, tra i quali spicca la monumentale, splendida Crocifissione: i personaggi, collocati sullo sfondo un cielo stellato azzurro, nei gesti e nelle espressioni dei volti sottolineano il pathos della scena, con una caratterizzazione individuale delle fisionomie che nel volto di San Longino, a destra della croce, assume toni espressionistici. Le figure sono modellate secondo proporzioni armoniose che rimandano ai modelli antichi, così come rievocano la pittura ellenistica il disegno nitido e preciso e la raffinata gamma cromatica.
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Più tardi, ma ancora prima che il piccolo Giotto vedesse la luce nella verde vallata mugellana, il re di Serbia Stefan Uroš I dava inizio alla costruzione del monastero di Sopočani, isolato in una valle presso le sorgenti del fiume Raška, nel cuore del suo regno. La chiesa dedicata alla Trinità fu completata nel 1265, e poco tempo dopo venivano portati a termine anche gli affreschi che all’interno decorano tutte le pareti e la cupola; nel XIV secolo all’edificio veniva aggiunto un nartece esterno, sul quale fu eretta la torre campanaria. La chiesa era destinata a divenire il mausoleo della famiglia reale: nel 1266 Stefan Uroš I vi fece traslare i resti di suo padre – Santo Stefano I Coronato – e della madre, la veneziana Anna Dandolo.
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Numerose e varie le tematiche rappresentate negli affreschi della chiesa, con una complessa iconografia: dalle dodici Festività della liturgia ortodossa, a scene della vita di Maria, di Cristo e di San Nicola, oltre alla raffigurazione di numerosi Profeti, Apostoli e Santi, accanto ai quali figurano i ritratti di vari membri della famiglia regnante serba, antenati del committente.
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Nel corso del Cinquecento e del Seicento il monastero fu più volte saccheggiato dagli eserciti Ottomani, non essendo sufficiente a proteggerlo la cerchia di mura che lo circondano, finché nel 1689 la chiesa fu incendiata dai Turchi, che portarono via la copertura in piombo della cupola. I monaci fuggirono in Kossovo e non fecero più ritorno a Sopočani; la chiesa, abbandonata per secoli, andò lentamente in rovina e la cupola finì per crollare.
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Solo negli anni Venti del Novecento si dette inizio ai lavori di restauro del monastero, i monaci tornarono a prenderne possesso e gli affreschi, pur essendo stati esposti per oltre due secoli alle intemperie, furono in gran parte recuperati con un lungo e paziente lavoro. È purtroppo irrimediabilmente perduto lo splendore che emanava dalle superfici delle pareti, perché gli sfondi su cui si stagliavano le figure e gli elementi architettonici presenti in alcune scene, erano interamente ricoperti di foglia d’oro.
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Il complesso di affreschi della chiesa di Sopočani presenta caratteri stilistici che lo avvicinano alla pittura tardo-antica di ambiente ellenistico, distaccandosi nettamente dal linguaggio figurativo proprio dell’arte bizantina coeva: la composizione delle scene ha un’impostazione monumentale, le figure dei personaggi sono dotate di una gestualità dinamica, che insieme all’uso del chiaroscuro le colloca in uno spazio tridimensionale, mentre le loro proporzioni appaiono ispirate a un’armonia di derivazione classica, così come la ricchezza di coloriture; gli elementi architettonici sullo sfondo, rappresentati con grande senso dei volumi e nello stile proprio dell’architettura greco-ellenistica, svolgono un ruolo significativo nella definizione dello spazio.
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Tutti questi caratteri distintivi si uniscono in una felice sintesi nella grande scena della Dormitio Virginis, che occupa un’ampia superficie della parete nord della navata: l’iconografia è quella tradizionale, in cui il corpo di Maria giace circondato dagli Apostoli, mentre al centro della scena Cristo sorregge l’anima  della Madonna, rappresentata come una bambina in fasce. L’importanza attribuita a questo affresco è dimostrata anche dal fatto che quando un secolo più tardi vennero ridipinte alcune parti della parete opposta, sopra il sepolcro di Anna Dandolo venne affrescata la scena della sua morte, impostandola secondo la stessa composizione della Dormitio Virginis che le sta di fronte.
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La personalità del maestro che lavorò con alcuni collaboratori agli affreschi nella chiesa della Trinità a Sopočani, resta avvolta nel mistero: quello che appare come uno dei migliori eredi della tradizione post-ellenistica costantinopolitana, testimonia con la sua straordinaria opera come intorno al 1260 in area balcanica si fosse conservata la vitalità di una cultura figurativa che l’Occidente aveva perduto da molto tempo, e che sarebbe tornata alla luce – emergendo all’improvviso come un fiume carsico – negli ultimi anni del secolo: le Storie di San Francesco, dipinte sulle pareti della basilica superiore di Assisi, riallacciavano quel filo conduttore della classicità, che si era solo apparentemente interrotto.

Didascalie immagini

  1. Monastero di Studenica: Chiesa della Vergine (1183-96), veduta della parte absidale
  2. Monastero di Studenica: Chiesa della Vergine, portale sud
  3. Monastero di Studenica: Chiesa della Vergine, Crocifissione (1208-09)
  4. Monastero di Studenica: Chiesa della Vergine, Crocifissione; San Longino
    [particolare]
  5. Monastero di Sopočani: Chiesa della Trinità (c.a. 1263)
  6. Monastero di Sopočani: La facciata della chiesa della Trinità con il campanile del XIV secolo
  7. Monastero di Sopočani: Chiesa della Trinità, interno
  8. Monastero di Sopočani: Chiesa della Trinità, Dormitio Virginis (c.a. 1265) / primo piano di un particolare
  9. Monastero di Sopočani: Chiesa della Trinità, Dormitio Virginis
    [particolare]
  10. Monastero di Sopočani: Chiesa della Trinità, San Demetrio (c.a. 1265)
  11. Monastero di Sopočani: Chiesa della Trinità, il Profeta David (c.a. 1265)
    .
    (© Donata Brugioni)

In copertina:
Monastero di Studenica: Chiesa della Vergine, Crocifissione (1208-09)
[particolare]
(© Donata Brugioni)