E’ ancora immerso nella nostra quotidianità, eppure sono già passati trent’anni dalla scomparsa di Andy Warhol, icona dell’arte contemporanea. Per celebrarlo, Palazzo Ducale di Genova ha organizzato una mostra che durerà fino al 26 febbraio 2017. Le opere sono esposte in sei sezioni, dedicate al disegno, alle icone, alla polaroid, ai ritratti, al rapporto fra l’artista e l’Italia e al cinema. Warhol è l’inizio di una relazione fra arte, media e consumismo di massa: è la Pop Society.
Precursore dell’era dei selfie e di Photoshop, l’artista è il primo ad avere intravisto la necessità di apparire perfetti per essere creduti tali. Secondo Warhol, per farsi notare dagli altri serve crearsi un’immagine, limare i propri difetti fino a farli sparire. Così l’acne dell’artista sparisce in un ritocco, la sua calvizie sotto una parrucca d’argento, il suo pallore diventa arte a contrasto col fondo scuro di un suo ritratto. Ma per apparire in modo indelebile sulla scena, serve anche uno stile che possa essere emulato facilmente, serve la ripetizione, l’imitazione degli altri, la spinta a una produzione in serie di abitudini ed outfit che guardino a quelli di Warhol: giubbotto in pelle nera, jeans, stivaletti e Ray-Ban.
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Ma l’outfit non basta. Warhol crea la Factory e la riempie di star, di gente strana, di outsider di cui l’artista ama circondarsi per essere così sulla bocca di tutti. La celebrità è il suo primo obiettivo. La sua filosofia è una bugia che ama ripetere:  “Se volete sapere tutto di Andy Warhol, vi basta guardare la superficie dei miei quadri, dei miei film, della mia persona. Ed è lì che sono io. Dietro non c’è niente”.
La superficie di cui parla Warhol può essere paragonata alla superficie di uno schermo televisivo. Dentro questo schermo, la pubblicità ci magnifica ogni giorno prodotti bellissimi, perfetti, desiderabili, che finiamo per volere davvero. La pubblicità, come il consumismo di massa, è una novità inedita ai tempi del Warhol artista emergente. Dopo mezzo secolo di guerre, è un paese dei balocchi pieno di cibo e benessere quello che viene proposto dalle tv americane, e Warhol è incantato da questo nuovo mondo. L’arte è bella, desiderabile, come un’attrice, come un barattolo di pomodoro in scatola. Tutti dovrebbero goderne, siamo nell’era pop: l’arte de’essere replicabile. Siamo passati dai ritratti dei regnanti a Marylin Monroe, dalle nature morte al cibo in scatola. L’arte è consumista e consumata, l’artista pure.
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In realtà, il bisogno costante di un’immagine cui fare riferimento esiste da sempre nel mondo occidentale cristiano, che ha ben presente la differenza fra idea e rappresentazione dell’idea nel mondo reale. Rappresentare l’immagine non vuol dire spiegarne l’essenza, ma si sente il bisogno di vederla per crederci veramente. L’artista, cristiano, sa che la continua riproduzione d’immagini è stata tanto essenziale nell’evangelizzazione delle masse quanto nel processo di persuasione degli acquirenti moderni, catturati dalle immagini della pubblicità. Le immagini, continuamente riprodotte, finiscono per diventare icone e acquisiscono valore. La prima sezione della mostra è dedicata a loro, alle icone.
Le prime a raggiungere la fama sono quelle pubblicate dal Time nel 1962: trentadue stampe serigrafiche su tela ricoperte in pittura, rappresentanti tutte dei barattoli di Campbell’s Soup. Il soggetto, così ripetuto, perde la sua unicità e diventa oggettivo, uguale per tutti. La serigrafia è il mezzo per immortalare le icone più celebri, da Liz Taylor a Mao Tse Tung. Le star perdono la loro personalità attraverso la semplificazione estrema dei loro tratti somatici, le colorazioni irrealistiche del volto, lo sfondo piatto. Fra tutte le icone, il ritratto di Marylin è forse il più celebre: non si nota più la bellezza ammaliatrice dell’attrice, ma si distinguono appena i tratti fondamentali che la contraddistinguono. E’ solo Marylin. 
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Le icone diventano i ritratti di copertina di Interview, rivista dedicata alle celebrities, fondata da Warhol, Malagan e Wilcok. Fra i personaggi del mese restano impressi Mick Jagger e Liza Minnelli. Tuttavia, il ritratto  di Warhol non s’interessa solo alle star. L’artista ritrae soggetti differenti, come le drag queen di un locale notturno che incarnano, secondo i suoi ideali, un mondo segreto, tabù, scandaloso e senza regole. Incarnano il mondo ideale di Warhol, che dice: “I travestiti sono la testimonianza vivente di come un tempo volevano essere le donne, di come qualcuno le vuole ancora e di come alcune di loro vogliono essere ancora. I travestiti sono archivi ambulanti della femminilità ideale, impersonata dalle star del cinema. […] Io sono affascinato da questi ragazzi che passano la vita intera nel tentativo di essere ragazze a tutti gli effetti, perché bisogna faticare proprio tanto – il doppio – per sbarazzarsi dei connotati del maschio mitico e prendere quelli della femmina”. 
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Oltre ai ritratti, la mostra presenta una serie di disegni risalenti agli inizi della carriera di Warhol. Vetrinista per Tiffany e disegnatore delle copertine di molti album musicali, è influenzato da Jasper Johns, che lo introduce al concetto di cultura di massa. Questa sarà la base da cui prenderà spunto per disegnare beni di consumo come la Campbell’s Soup, la Coca-Cola, i dollari. Da questo trampolino, Warhol si tuffa nel mondo della pubblicità e del business, da cui ricava un ciclo di opere intitolate ADS (Advertising). Le pubblicità sono tramutate in opere d’arte. Lo scopo? Ricavarne il maggior profitto possibile.
Un altro spazio della mostra fa luce sui soggiorni e le mostre di Warhol in Italia, paese d’ispirazione continua per l’artista: da un graffito comunista su un muro di Roma nasce Hammer & Sickle; a Napoli crea la serie pop intitolata Vesuvius; a Milano è ispirato dall’affresco dell’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci, che rielabora in una serie di tele intitolate Last Supper. Ma Warhol non si limita al mondo inanimato e si avvicina, come aveva fatto negli Stati Uniti, alle star italiane più in voga del momento: Armani, Agnelli, Valentino, Chia.
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Polaroid, infine, è il nome della sezione espositiva dedicata alla fotoserigrafia. Possiamo immaginarci Warhol con la Polaroid in mano a scattare una sessantina di foto. Di queste, ne sceglieva quattro, le stampava, poi ne sceglieva una e modificava il soggetto fino a renderlo il più perfetto possibile. Una volta soddisfatto, ingrandiva l’immagine su un formato 40×40 e ne faceva la serigrafia, riportando la foto su un telaio di seta che diventava matrice per infinite stampe.  Molte polaroid diventeranno le copertine di album, come Sticky Fingers dei Rolling Stones, altre andranno a rendere omaggio ad artisti come Dalì e Man Ray, altre ancora diventeranno quelle che oggi chiameremmo “selfie”: una serie chiamata Self-portraits che ha come protagonista un Andy Warhol in tutte le pose, da quelle più sobrie a quelle da drag, fino al Warhol “fantasma” che esce pallido da uno sfondo nero, segnato dall’età e dal successo.

Didascalie immagini

  1. Self-portrait, 1986 Polaroid, cm 35 x 33 Collezione Eugenio Falcioni
  2. Marilyn, 1967 Serigrafia su carta, cm 91,4 x 91,4, edizione 225250 Collezione Eugenio Falcioni
  3. Mick Jagger, 1975 Serigrafia su carta, cm 110,5 x 73,7 Collezione JF
  4. Ladies and Gentlemen, 1975 Serigrafia su carta, cm 110,5 x 72,4 Collezione privata
  5. Last Supper, 1987 Acrilico e serigrafia su tela, cm 100 x 100 Collezione Credito Valtellinese, Sondrio

In copertina:
Shoes, 1980 Serigrafia su carta, cm-102,2×151,1 collezione privata (particolare)

Dove e quando

Evento: Warhol Pop Society
  • Fino al: – 26 February, 2017
  • Sito web