È quasi Natale, per questo torno nei miei giorni. È uno di quei momenti in cui non ho mai desiderato essere in un posto che non fosse casa mia. Ho trascorso un anno girovagando più per il tempo che per il mondo – o almeno è questa l’impressione che ho avuto – perché nell’epoca in cui sono stato, il mondo si sviluppava tutt’intorno al Mediterraneo e in realtà molto lontano dalla Grecia non mi sono mai spostato. Ma anche quando l’ho fatto, dalla Grecia m’è sembrato di non essere mai uscito, perché greca era la lingua che parlavo, greche le tradizioni, fatalmente greco quel lunghissimo tempo che da Talete arriva fino a Plotino. E dunque greca tutta la filosofia nata in quei secoli fecondi.
Cosa mi resta di questo lunghissimo viaggio? Domande, più che risposte. Ma la filosofia serve soprattutto a questo: a interrogare e a interrogarsi. Per le risposte c’è la scienza e, dove la scienza non arriva ancora (e chissà se lo farà in futuro), con altri mezzi risponde la teologia. Già, ma – si potrà obiettare – a cosa serve incontrare filosofi che hanno posto domande oltre duemila anni fa? A gran parte dei loro interrogativi si è ormai risposto e quando non si è fatto, è perché molte domande, figlie di teorie che il tempo ha sconfessato, hanno perso d’interesse. In che modo allora può servire leggere ancora Aristotele o chiedersi con Platone dove siano le idee o indagare il nulla, che tanto scandalizzava Parmenide? La risposta credo di averla nel bagaglio senza il quale ero partito e che invece ho portato indietro al ritorno (e non pesava neanche poco). Perché ognuno dei personaggi che ho incontrato mi ha lasciato qualcosa da portare con me, che fosse un esempio, un monito o una regola. Regali perfetti per questo periodo, di quelli che magari non si scartano ma nemmeno si cambiano, perché non puoi sbagliare misura o gusto: sono cose che vanno bene per tutti. Per questo ho deciso di condividerle.

Da Talete ho imparato come la semplicità possa essere rivoluzionaria. L’acqua come principio di tutte le cose è il concetto più ingenuo e allo stesso tempo innovatore della storia del pensiero, perché mette in discussione la struttura mitologica fino a quel momento accettata, a cui il primo filosofo di sempre rifiuta di adattarsi. Chissà che direbbe Talete se sapesse quali scenari ha aperto la sua intuizione semplice; e quanto riderebbe a scoprire che, dopo quasi tremila anni, il principio di tutto non l’abbiamo ancora trovato.
Dall’incontro con Eraclito ho appreso invece il valore dei contrari e la certezza che a generare armonia non è l’omologazione ma piuttosto la diversità. In fondo suonare sempre la stessa nota quale melodia potrebbe mai produrre? Dall’incessante lotta fra opposti germina viceversa la dialettica, che tanto al tempo di Eraclito quanto nel nostro, ha il compito di indagare la realtà.
Parmenide mi ha insegnato a guardare lontano, oltre quelle cose materiali che lui considerava con diffidenza e che al mio tempo – ma forse in ogni tempo – risultano misura dell’affermazione personale. Sorrido quando sento qualcuno distinguere tra essere e sembrare, perché sono certo ignari che, nonostante Parmenide sembri superatissimo, in qualche modo si sta ancora parlando di lui.
Ma ho portato con me pure la sfrontatezza mostratami da Democrito nel saper ridere del caso, anche quando non ha i connotati rassicuranti che speravamo o quando tutt’intorno niente sembra avere senso. Perché la risata non è affatto del pazzo, tuttalpiù del visionario: colui che vede oltre, che osa e a cui non importa di chi non lo sa comprendere.

Da Protagora ho appreso che l’uomo è davvero al centro di tutto. Per questo non è detto che le cose siano sempre ciò che sembrano ma piuttosto ciò che noi vediamo in loro. Quando ripenso al mio primo amore, ad esempio, mi domando spesso se lei era davvero bella come la ricordo o se ad essere belli erano i mie occhi quando la incontravano. E mi conforta pensare che forse quella bellezza non se ne sia andata con lei ma in qualche modo, trasformata dal tempo, sia ancora dentro di me.
Nella prigione sul colle delle Muse, Socrate mi ha mostrato invece la forza della coerenza, propria dell’uomo che non accomoda le sue ragioni per convenienza, che non fa calcoli nel difendere la verità in cui crede e che per questa è tanto pronto a vivere umilmente quanto nobilmente a morire.
Ciò che ho imparato da Platone invece è che, seppure invischiati nelle trame del sensibile, abbiamo e come la possibilità di trovare verità universali; anzi, è solo seguendo queste che possiamo orientarci nel disordine dell’esistenza e aprirci un varco verso l’Assoluto; ma da Aristotele ho appreso anche che, se davvero ci sta a cuore perseguire la verità, allora con le cose di questo mondo in un modo o nell’altro bisogna farci i conti.
Sembrerà strano, visto il suo carattere burbero, ma di Zenone mi rimane la fiducia incrollabile nei confronti della natura, governata da una ragione universale in nome della quale tutto accade. Per questo non ha senso avere timore nemmeno della morte. Anche perché, come mi ha insegnato Epicuro, la felicità è alla portata di tutti, poiché dipende da piccole cose e non dalla fortuna o da contesti favorevoli, e la filosofia è una bussola straordinaria capace di indicarci dov’è che si nasconde.
Infine, Plotino m’ha lasciato la fede. E non quella nei confronti di un Dio, che i suoi contemporanei stavano appena conoscendo (quella non può insegnarla nessuno), ma la fede in un intelletto che sappia intuire le analogie tra questa vita e l’essere altro e quella in un’anima che di quell’essere altro sappia sentire il richiamo.

Souvenir: è così che mi piace chiamarli. Come quelli che si acquistano un momento prima di lasciare un posto che ci rimarrà nel cuore, quasi per fermare il tempo, e che costano niente ma diverranno preziosissimi. Per questo li custodirò con gelosia, fino a quando potrò mostrarli a mio figlio e raccontargli da dove vengono, affinché nella filosofia possa anche lui trovare le sue verità. Quelle che l’uomo cerca dai tempi di Talete e che cercherà fino alla fine del mondo.
Didascalie immagini
- L’anfora a figure nere di Exechias, risalente al 540-530 a.C. e oggi conservata ai Musei Vaticani, è stata rinvenuta in una tomba etrusca a Vulci ed è tra le ceramiche più famose del mondo antico.
Sulla superficie sono raffigurati Achille e Aiace che giocano a dadi in una pausa dal combattimento.
(fonte) - Leo Von Klenze, Ricostruzione dell’Acropoli e dell’Areopago di Atene, dipinto, 1846, Neue Pinakothek, Monaco di Baviera (fonte)
- Il kylix era una coppa da vino in ceramica in uso nell’antica Grecia a partire dal VI secolo a.C. In questo kylix è raffigurata la vittoria di Teseo sul Minotauro alla presenza di Atena (fonte)
In copertina:
Bramante, Eraclito e Democrito, frammento di affresco, 1486-1487, Pinacoteca di Brera, Milano (fonte)