Nel dicembre di un paio di anni fa lessi con attenzione alcuni articoli che riportavano la notizia dell’ennesima azione di censura cinese esercitata sull’arte contemporanea occidentale.
In vista della mostra itinerante Andy Warhol: 15 minutes eternal, programmata a Pechino e Shanghai nel 2013, il governo impedì l’esposizione dei ritratti in serie realizzati dall’artista americano e raffiguranti Mao Zedong.
La spiegazione fu breve e poco esauriente: “Mao non funziona“. Che cosa non funzionasse fu difficile capirlo, tanto più che i dieci ritratti realizzati in seguito alla visita dell’allora Presidente Richard Nixon in Cina nel 1972, sembravano in linea con il culto della personalità che Mao promosse e che continua ancora oggi, decenni dopo la sua morte.
L’uso commerciale che la stessa Cina ha fatto dell’effigie del Grande Timoniere, stampandone il volto su magliette, accendini, orologi, riproducendo copie di vari dimensioni del Libretto Rosso (antologia di citazioni tratte dai suoi scritti e dai suoi racconti), non spiega altresì l’opposizione all’esposizione di quella che, nei progetti originari di Warhol, era la consacrazione visiva di “una grande star” al pari di Liz Taylor o Marylin Monroe.

Questo cappello introduttivo è funzionale per una notizia che ha colpito la mia attenzione qualche giorno fa.
L’artista Li Mu, infatti, sull’onda di un Paese continuamente assetato di qualsiasi cosa possieda il marchio “Occidente”, ha tentato di portare l’arte contemporanea nel villaggio in cui è cresciuto e tra le opere più controverse, neanche a dirlo, c’erano le riproduzioni dei coloratissimi ritratti del Presidente Mao realizzati da maestro della Pop Art.
Possedere un ritratto di Mao appeso in casa era prassi comune e in alcuni villaggi cinesi, non ancora colpiti dalla dilagante modernizzazione, non è insolito vederli ancora appesi alle pareti.

La tipografia scelta da Li Mu ha dovuto, però, stampare di nascosto i ritratti mettendo in evidenza quanto bizzarro sia il ricorrere al “contrabbando” nel 2014.
Secondo gli accordi presi, Li Mu avrebbe ripreso l’intero processo di stampa come parte della sua iniziativa artistica, ma gli telefonarono solo poco prima di aver terminato la stampa per passare a ritirare il materiale.
Nell’impossibilità di filmare anche solo l’ultima parte del processo di taglio, gli operai gli riferirono che il capo era piuttosto nervoso, temeva di mettersi nei guai perché il governo non avrebbe supportato questo tipo di iniziativa artistica.
Come per ogni opera d’arte, oltre al nome del progetto, l’autore, l’anno di realizzazione, l’istituzione artistica che lo sosteneva, Li Mu volle inserire la frase “Tipografia Runcai, prima stampa maggio 2013. Copie: 200. Prezzo: 3,5 Yuan” a imitazione dei ritratti dell’epoca.
Nome ovviamente fittizio, in quanto la tipografia non aveva acconsentito all’inserimento del nome vero, perché preoccupata di eventuali ritorsioni da parte del Governo.
Nonostante gli ostacoli, Li Mu voleva assolutamente portare a termine il progetto; così organizzò la mostra nel suo villaggio, Qiuzhuang, un posto tuttora piuttosto nascosto e isolato nella pianura dello Hebei.
Nel 2010 il Van Abbemuseum di Shanghai aveva tenuto una mostra cui Li Mu fu invitato a partecipare. All’artista venne così l’idea di portare la collezione del museo nel suo villaggio natio. Fu autorizzato a portare i file, i progetti e altro materiale, tra cui il ritratto del presidente Mao di Andy Warhol. Quello esposto nella mostra di Qiuzhuang sarebbe stato una riproduzione realizzata sul posto.
Le sue intenzioni erano semplici: far conoscere l’arte contemporanea agli abitanti del villaggio. Come parte del progetto, Li Mu era intenzionato a registrare le reazioni della gente. In occasione del Capodanno lunare del 2013, realizzò una preview di quella che sarebbe stata la mostra e poco dopo inviò i ritratti ai suoi compaesani.
L’indagine antropologica e sociologica collaterale portò ai seguenti risultati: le reazioni furono contenute; a molti non piacevano quei tre ritratti coloratissimi del presidente, non ne apprezzavano soprattutto i colori.
Nessuno, però, oppose rifiuto, pur mantenendo un atteggiamento abbastanza riluttante. Ciò che maggiormente incuriosiva gli abitanti del villaggio erano i colori utilizzati, e nonostante Li Mu non li avesse collegati a particolari significati, un amico artista in visita al villaggio interpretò la scala cromatica utilizzata in questo modo: il rosso come simbolo di salute, il giallo sinonimo di fortuna e soldi mentre il blu utilizzato come “scudo” contro gli spiriti malvagi.
Per tradizione, in Cina, i colori possiedono un significato preciso e questa breve spiegazione riuscì a smuovere gli animi, alcuni se ne convinsero e ne fecero richiesta spontanea.

Con il passare del tempo, gli abitanti del villaggio si sono abituati ai tre ritratti del Presidente posti sulla strada principale; anche quelli provenienti dai villaggi vicini non si voltano più a guardarli.
La mostra di Li Mu ha attirato visitatori provenienti da Stati Uniti, Canada, Australia e Italia. Per gli anziani e i più giovani del villaggio è stata la prima occasione di vedere degli stranieri: non è forse una vittoria questa?
Didascalie immagini
- Andy Warhol (1928–1987), Mao, 1977,
Lithograph on paper
(Fonte) - Citazioni dalle Opere del presidente Mao Tse-tung (Fonte)
- Villaggio di Qiuzhuang, provincia dello Hebei (Fonte)
In copertina:
Villaggio di Qiuzhuang, provincia dello Hebei (Fonte)