Era il 1564 quando Michelangelo Buonarroti, ormai quasi novantenne, moriva a Roma per poi essere sepolto a Firenze, presso Basilica di Santa Croce.
La storia vuole che fino a poco prima della morte, mentre il Concilio di Trento aveva stabilito la “censura” dei nudi della Cappella Sistina, lo scultore stesse lavorando ad una delle sue più famose opere: la Pietà Rondanini.

Proprio questa ultima rappresentazione della Pietà, che Michelangelo stava liberando dalla coltre marmorea in cui era imprigionata, sembra essere un trait d’union tra il passato e il presente in quanto protagonista dello scatto realizzato da Gabriele Basilico nel 2011 presente alla mostra Michelangelo e il Novecento presso la Galleria Civica di Modena.
Secondo capitolo questo, dopo la mostra a Casa Buonarroti a Firenze, del progetto espositivo volto alla celebrazione dei quattrocento anni della morte dell’artista toscano.

A cura di Emanuela Ferretti, Marco Pierini e Pietro Ruschi, nella sede emiliana ciò che si pone in luce è l’innegabile influenza che il Buonarroti ha esercitato nei “colleghi” del nostro secolo, senza esclusione di tecniche, poetiche e media comunicativi.
Una volta attraversati i giardini ed entrati nella palazzina, ci si para di fronte Merciful Dream (Pietà V), di Jan Fabre, esposto per la prima volta nel 2011 alla Biennale di Venezia. In questo imponente quanto suggestivo lavoro l’artista si autoritrae (in scala 1:1) come il Cristo della Pietà michelangiolesca del 1499; a tenere il suo corpo ricoperto di insetti, una Madonna con il volto tramutato in teschio.

Se la scultura è certamente una delle arti maggiormente influenzate dall’artista rinascimentale, un grande impatto egli lo ha avuto, nonostante lo scarto temporale, anche sulla fotografia; non intesa come strumento di documentazione, bensì come estensione dello sguardo umano, capace di cogliere nelle sculture la stessa vita che era in grado di cogliere Michelangelo nei blocchi di marmo. Questo è ciò che dimostrano gli scatti di Aurelio Amendola, in grado di catturare, attraverso i primi piani e i dettagli fisici di elementi inanimati (come per La Notte o Giuliano de’ Medici) la loro anima più profonda come se la volontà del loro creatore di farli parlare e vivere, venisse esaudita nuovamente.
E se Amendola fornisce un close-up sui protagonisti, Ico Parisi, con il suo Mosè a San Pietro in Vincoli del 1958, ne cattura l’immortalità carpendo un momento di religiosa contemplazione.

Differente è il discorso relativo alle fotografie di Robert Mapplethorpe, in cui l’influsso michelangiolesco è evidente nella plasticità dei corpi; nella scelta di pose che spesso ricordano personaggi di affreschi e sculture del Buonarroti tradotte con la sensualità unica del fotografo contemporaneo.
Non a caso, la fotografia Thomas del 1987, così come gli scatti dedicati a Ajitto e Lisa Lyon rimandano inevitabilmente al bozzetto di torso umano esposto nella medesima sala. Uno studio parziale di nudo virile con gamba destra piegata datato 1524- 25 realizzato a penna su carta dal Buonarroti che nel suo “non finto” racchiude la poetica dell’artista e la cura analitica nella realizzazione dei lavori così come un inequivocabile manifestazione dell’impatto sulle generazioni di un futuro molto lontano.

Un secondo disegno, in mostra alla Palazzina, è invece quello dedicato agli studi di monumenti tombali per la Sagrestia Nuova (presso San Lorenzo a Firenze) realizzato a matita nera su carta negli anni Venti del ‘500. E’ proprio nei lavori per la Sagrestia Nuova che emerge, insieme alla maestria scultorea dell’artista, anche il suo valore in quanto architetto in quella che forse può essere considerata l’emblematica sintesi della sua opera.

Nella stessa sala, a smorzare con ironia la solennità dei lavori citati, un David in scala 1:1 intitolato Relic 2 (2002) ad opera del sudafricano Kendell Geers. Conosciuto per lavori di riflessione socio politica, Geers sembra affrontare qui il tema del “feticismo da souvenir” , tipico della Firenze odierna e di molte città “turistiche”. Un David di polistirolo avvolto in un bendaggio di nastro rosso e bianco: quello che si trova per strada e che transenna strutture architettoniche, monumenti e spazi pubblici.
Un gigante ironico e per certi versi beffardo, che quasi si prende gioco del visitatore portandolo a guardare con occhio voyeuristico qualcosa che c’è e non c’è allo stesso tempo.

Formalmente, l’opera dialoga a distanza con la scultura in resina di Yves Klein, L’Esclave d’après Michel-Ange, (S 20) del 1962. Per certi versi summa del lavoro di Klein, di quell’inequivocabile e impalpabile tonalità di blu che sembra voler tradurre in colore quello stesso concetto di eternità di cui si facevano portavoce le sculture michelangiolesche.
Concettualmente, in quanto a ironia e spirito di osservazione delle dinamiche tra fruizione- pubblico- opera d’arte il dialogo, evidente, è con il lavoro di Thomas Struth, parte del progetto Audience.

Audience 11, Florence del 2004 ritrae, o meglio dire, immortala, un nutrito gruppo di visitatori presso la Galleria dell’Accademia: i loro sguardi talvolta sbigottiti, curiosi, soddisfatti dal poter dire “io l’ho visto”, “io c’ero”, “io l’ho visitato”. E’ qui il rimando al discorso concettuale di Geers per il quale talvolta il feticismo della fruizione (non a caso nello scatto di Struth non si vedono opere d’arte ma solo persone) è più forte del motivazione profonda data dalla passione per l’arte stessa o dall’oggetto contemplato; discorso che può essere esteso a qualsiasi azione, spinta dal senso del dovere piuttosto che dal piacere e dalla volontà.
A chiudere il percorso -e il pensiero ritorna alla fotografia di Parisi- il cortometraggio di Michelangelo Antonioni Lo sguardo di Michelangelo (2004) in cui il tempo è scandito dai passi del regista e, al finale, dai canti di un coro all’interno della basilica. Qui il regista, con grande silenzio e devozione, entra in contatto con il Mosè, intrattenendo con esso uno scambio che appare come spirituale, prima di tutto carico di ammirazione e devozione in seconda istanza. Certamente, denso di quella profondità che il Buonarroti ha conferito alle arti e che è entrata a fare parte del patrimonio culturale indennitario e poetico dei maggiori artisti di oggi.
Didascalie immagini
- Jan Fabre, Merciful Dream (Pietà V), 2011, marmo di carrara, 190 x 195 x 110 cm, foto Pat Verbruggen, Collezione privata, (Copyright Angelos bvba)
- Robert Mapplethorpe, Thomas, 1987, stampa alla gelatina d’argento / Gelatin Silver Print, MAP#1742, All Mapplethorpe Works (© Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission)
- Thomas Struth, Audience 11, Florence (Spettatori 11, Firenze), 2004 stampa cromogenica / chromogenic print 185 x 299 cm / 72 13/16 x 117 11/16 in. (Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT in comodato)
- Yves Klein, L’Esclave d’après Michel-Ange, (S 20), 1962 Dry pigment and synthetic resin on plaster, 60 x 22 x 15 cm (© Yves Klein / ADAGP, Paris, 2014)
- Kendell Geers, Relic 2 , 2002, nastro per sagnaletica stradale, polistirolo, h 454 cm, Photo Oak Taylor-Smith (Courtesy Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin)
- Aurelio Amendola, La tomba di Giuliano de’ Medici duca di Nemours, veduta d’insieme, 1992-93 (Galleria civica di Modena)
- Aurelio Amendola, Sagrestia Nuova, Basilica di San Lorenzo, architettura, 1992-93 (Galleria civica di Modena)
- Michelangelo, Studio parziale di nudo virile con gamba destra piegata, 1524-25, penna su carta, mm 194×124 (Fondazione Casa Buonarroti, Firenze)
In copertina:
Jan Fabre, Merciful Dream (Pietà V), 2011, marmo di carrara, 190 x 195 x 110 cm, foto Pat Verbruggen, Collezione privata,
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(Copyright Angelos bvba)