Girare un film sui sopravvissuti a un genocidio vuol dire addentrarsi in un campo minato di cliché, la maggior parte dei quali ha lo scopo di creare un protagonista eroico (al limite della santità) con cui identificarci, offrendo così la falsa illusione che, nella catastrofe morale di certe atrocità, non assomigliamo per niente ai persecutori.
Ma rappresentare i sopravvissuti quasi fossero santi per rassicurare noi stessi sulla nostra bontà significa usarli per ingannarci. E’ un insulto all’esperienza di vita dei sopravvissuti, e non aiuta a comprendere cosa significhi sopravvivere alle atrocità, vivere una vita devastata dalla violenza di massa ed essere ridotti al silenzio dal terrore.
Per riuscire ad attraversare questo campo minato di cliché, dobbiamo dunque esplorare il silenzio stesso.

                                                                                                                                              Joshua Oppenheimer

The look of silence 1Con The look of silence il regista Joshua Oppenheimer continua l’indagine iniziata col suo film precedente The act of killing – L’atto di uccidere sul genocidio indonesiano in cui sono state trucidate più di un milione di persone tra il 1965 e il 1966.
La ricerca di una verità a lungo rimasta nascosta, distorta dalla propaganda di un regime finito solo nel 1998 che nel passaggio alla democrazia ha mantenuto largamente al potere gli stessi esecutori di quella mattanza.
Ancora oggi nelle scuole indonesiane si racconta la crudeltà dei comunisti insegnando una devota gratitudine per quegli ‘eroi’ nazionali che li hanno sterminati, ma la distorsione della realtà nasconde ciò che da sempre sta alla base di ogni massacro solo in apparenza ideologico: l’avidità!
Il partito comunista indonesiano PKI voleva emancipare l’Indonesia da tre secoli di colonialismo europeo che avevano ridotto il popolo in condizioni di estrema povertà, ma Stati Uniti e Gran Bretagna hanno sostenuto il golpe militare del 1965 che con la caccia ai comunisti (bastava esprimere il minimo dissenso per esser imprigionati) ha assicurato loro la forza lavoro dei detenuti, usati come schiavi ad esempio nelle piantagioni di gomma per la fabbricazione di pneumatici Good Year.
In The look of silence si vedono i cinegiornali USA del 1967 che con enfasi celebrano lo sterminio come una buona notizia, il New York Times titolò “Un bagliore di luce in Asia” lodando la Casa Bianca per aver nascosto il proprio coinvolgimento nei massacri.
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Vale la pena raccontare la genesi di questi due film indissolubili l’uno dall’altro: nel 2001 Joshua Oppenheimer va in Indonesia per la prima volta a girare un cortometraggio sulla difficoltà dei contadini di unirsi in cooperativa, durante la dittatura tali unioni erano proibite e nonostante la legge marziale sia stata abolita da tre anni resiste la paura, alimentata anche dalle intimidazioni della compagnia belga che gestisce le piantagioni di olio di palma.
Alla fine della lavorazione furono i sopravvissuti stessi a chiedergli di tornare per fare un film sulla natura delle loro paure, il regista iniziò di nascosto a raccogliere testimonianze di vittime ancora intimidite dalla presenza degli assassini al governo di tutta la società, dal parlamento al più piccolo villaggio, perché per poter spacciare le uccisioni come ‘spontanea lotta del popolo’ i militari avevano reclutato civili imbottiti di propaganda per trucidare di notte i prigionieri, gli stessi che oggi ricoprono a livello locale ruoli come sindaco o insegnante assicurando così una loro presenza capillare sul territorio.
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L’esercito che ha sede in ogni villaggio seppe ben presto del film in lavorazione e minacciò i sopravvissuti intimando di non prendervi parte, così furono le vittime stesse a suggerire a Joshua d’intervistare gli assassini, che inaspettatamente si mostrarono fieri delle loro azioni e particolarmente loquaci nel raccontare i dettagli anche più efferati degli omicidi: questo lavoro è diventato The act of killing – L’atto di uccidere1.
Quando poi il primo film era finito e montato ma non ancora distribuito Joshua Oppenheimer è tornato in Indonesia per girare The look of silence, perché sapeva che eventuali ripercussioni internazionali del suo film gli avrebbero potuto impedire di entrare di nuovo nel Paese una volta che la sua opera prima avesse raggiunto gli schermi.
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Scorrendo i titoli di coda colpisce la quantità di volte in cui è utilizzata la dicitura ‘Anonimo’ al posto del nome dei collaboratori, questo può dare un metro di comprensione del pericolo di rappresaglie a cui si sono esposti gli indonesiani coinvolti nella realizzazione di un opera che non è più un semplice film.
Protagonista di The look of silence è Adi, con i suoi anziani genitori, fratello minore di Ramli, un giovane assassinato nel 1965 che è diventato tra i sopravvissuti simbolo dell’intero genocidio perché il suo è l’unico assassinio avvenuto davanti a testimoni.
Nato nel 1968 Adi non ha conosciuto direttamente quel terrore e non teme d’indagare la verità, così dopo aver visto tutte le interviste filmate da Joshua Oppenheimer tra il 2003 e il 2005 ha voluto incontrare gli assassini in cerca di un’ammissione di colpa che non è mai arrivata2.
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Nella vita Adi è un’optometrista, misura la vista per fare gli occhiali, e quest’attività che ha usato come pretesto per incontrare molti anziani assassini nei villaggi, diventa metafora universale del suo coraggioso impegno nell’aprire gli occhi a uomini ciechi sull’efferatezza delle loro azioni.
Gli stessi che a volte ridendo si lasciano andare a dichiarazioni di disarmante assurdità.
Stesso valore universale assume la figura del vecchio padre ultracentenario di Adi, Rakun, affetto da demenza senile, sordo e quasi del tutto cieco, incarnazione fisica dell’Indonesia stessa che rifiuta di esplorare il proprio passato e di sentire le migliaia di voci che dal silenzio invocano giustizia.
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Nella sua tragicità The look of silence si fa avvicinare più facilmente rispetto a The act of killing – L’atto di uccidere, perché al centro ci sono le vittime con cui è più facile entrare in empatia e non siamo costretti a vincere la repulsione che suscitano i carnefici, ma la visione di entrambi i film rappresenta una vera e propria potente esperienza che travalica il semplice valore cinematografico.
Per questo credo che il lavoro di Joshua Oppenheimer considerando tutto ciò che è riuscito a mettere in movimento3 meriterebbe il Premio Nobel per la Pace più che un semplice Oscar.

Didascalie immagini

  1. Locandina italiana
  2. La nuova generazione: i figli di Adi / Adi: meditazione e autocontrollo
  3. Incontro coi carnefici: misurazione della vista / confessione davanti alla figlia ignara d’aver bevuto sangue umano
  4. Gli anziani genitori di Adi: la madre Rohani e il padre Rukun
  5. Adi: l’incontro con l’assassino di suo fratello Ramli
  6. Il regista Joshua Oppenheimer con Adi all’anteprima mondiale alla 71ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove The look of silence ha vinto il Gran Premio della Giuria
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    (© 2014 Final Cut For Real)

In copertina:
Gli anziani genitori di Adi, la madre Rohani accudisce il padre Rukun (© 2014 Final Cut For Real)

NOTE

1 Una volta entrato in contatto con i primi carnefici, a catena da una squadra della morte a un’altra tutti gli assassini si son resi disponibili al racconto davanti alla macchina da presa e Joshua Oppenheimer ha risalito così le gerarchie del potere fino a Anwar Congo, capo a livello nazionale delle squadre della morte 41° intervistato, che è diventato il protagonista del film The act of killing – L’atto di uccidere.

2 All’incontro con i carnefici più potenti Adi si è presentato senza documenti, accompagnato dal regista e da un ristretto gruppo di collaboratori danesi, prendendo mille precauzioni come cancellare i numeri in rubrica nei cellulari o approntare una seconda auto per seminare eventuali pedinamenti successivi.
Joshua era conosciuto dagli uomini del regime che già aveva incontrato e Adi ha dimostrato una straordinaria capacità di entrare in comunicazione persino con l’assassino di suo fratello, ma nel film è palpabile la tensione del confronto e la difficoltà di mantenere lucidità davanti al racconto di uomini che hanno bevuto sangue umano per non essere annientati dalle atrocità compiute.
Una pratica a metà tra rito e pressante esigenza psicologica: in certe culture primitive si crede di poter amplificare così la propria forza vitale, ma dalla testimonianza viene fuori anche il bisogno di superare un confine necessario alla propria sopravvivenza. In altre parole è come se il carnefice mettesse al sicuro la sua sanità mentale, perché se è capace di un’azione tanto truce può andare avanti nell’esercizio della violenza senza che niente possa più scalfirlo; l’uomo ricorda altri che hanno perso la ragione uccidendo ripetutamente e concluso la propria vita a pregare arrampicati su una palma.

3 L’opera di Joshua Oppenheimer ha avuto un impatto fortissimo sulla società indonesiana: The act of killing – L’atto di uccidere è stato trasmesso ripetutamente dalla tv nazionale ed è sempre disponibile in rete gratuitamente a disposizione di tutti i cittadini, nell’ottobre 2012 la più importante rivista d’attualità del Paese ha dedicato al film uno speciale di 75 pagine rompendo un silenzio sul genocidio durato 47 anni.
Nel fascicolo le boriose testimonianze di altri carnefici da tutte le isole dell’Indonesia hanno dimostrato le dimensioni di un fenomeno che non può più esser ignorato. Finalmente la società civile può confrontarsi in modo aperto con le autorità sul passato sanguinoso alla base della giovane democrazia indonesiana e con la candidatura all’Oscar di The act of killing – L’atto di uccidere il governo ha poi ammesso per la prima volta la necessità di una riconciliazione nel Paese, parlando di crimini contro l’umanità anziché di patriottici atti eroici. Adesso con il Gran Premio della Giuria a Venezia assegnato a The look of silence speriamo che questo processo di pacificazione possa definitivamente esser messo in atto e portato a termine.

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: The look of silence
  • Regia: Joshua Oppenheimer
  • Co-regia: Anonimo
  • Fotografia: Lars Skree
  • Montaggio: Niels Pagh Andersen
  • Produzione: Signe Byrge Sorensen con Anonimo, Kaarle Aho, Torstein Grude e Bjarte Morner Tveit per Final Cut For Real con Anonimo, Making Movies Oy, Piraya Film production in associazione con Spring Films
  • Genere: Capolavoro
  • Origine: Danimarca / Finlandia / Indonesia / Norvegia / Gran Bretagna, 2014
  • Durata: 99’ minuti