Il Gruppo Skira prosegue le sue produzioni di grandi mostre, celebrando il ritorno milanese di Giovanni Segantini, con la più ampia retrospettiva italiana dedicata a uno dei maggiori protagonisti della modernità europea, a cui tanti celebri maestri delle avanguardie hanno guardato come ad un riferimento fondamentale.
Un percorso scientifico degno di nota la cui curatela porta il nome di Annie-Paule Quinsac, autrice del catalogo ragionato e maggior esperta di Segantini, a cui ha dedicato quasi mezzo secolo di studi e otto mostre in tutto il mondo, e da Diana Segantini, pronipote dellʼartista e già curatrice della mostra tenutasi alla Fondazione Beyeler nel 2011.
La mostra viene degnamente rappresentata nel bellissimo catalogo Skira, una vera e propria antologia monografica che racchiude approfondimenti e saggi di Annie Paule Quinsac, Diana Segantini, Pietro Bellasi, Dora Lardelli, Guido Magnaguagno, Beat Stutzer e Luigi Zanzi; le immagini di tutte le opere esposte, fotografie e altre illustrazioni con un testo introduttivo a ciascuna sezione della mostra; le schede tecniche, bibliografiche ed espositive delle opere curate da Annie Paul Quinsac e Donatella Tronelli; tre testi di indagini scientifiche su tre opere esposte – Dopo il temporale, Il ventaglio, L’amore alle fonti della vita e Alla stanga – curati da Gianluca Poldi, Letizia Montalbano e Stefania Frezzotti e gli apparati con le esposizioni, un aggiornamento dei passaggi di proprietà e la bibliografia di Segantini, curati da Donatella Tronelli.

La mostra s’inserisce nel palinsesto culturale multidisciplinare dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano: “Milano Cuore d’Europa”, un programma culturale dedicato all’identità europea della città anche attraverso le figure e i movimenti che, con la propria storia e la propria produzione artistica, hanno contribuito a costruirne la cittadinanza europea e la dimensione culturale.
La mostra milanese, realizzata in collaborazione con il Comune di Milano, Palazzo Reale e con la Fondazione Antonio Mazzotta, presenta al grande pubblico oltre 120 opere provenienti da importanti musei e collezioni private europee e statunitensi, tra cui ritroveremo i suoi quadri più noti, come le straordinarie nature morte, i navigli dei suoi esordi, ma anche molti dipinti inediti. L’esposizione è una gradevole passeggiata che accompagna i visitatori alla scoperta dell’intera opera di Giovanni Segantini, dai suoi esordi milanesi sino agli ultimi esiti in Engadina, dove si spegne nel 1899 alla giovane età di quarantadue anni.
Segantini, nato ad Arco di Trento nel 1858, a Milano arriva nel 1865 dove vi rimarrà per diciassette anni, è qui che si compie il suo apprendistato a bottega e a Brera, sviluppa rapidamente una prodigiosa capacità artistica e intellettuale, tanto da lasciare numerosi e brillanti scritti teorici dal personalissimo pensiero estetico. Nel 1881 si trasferisce prima in Brianza e poi in Svizzera, a Savognino infine in Engadina.

E’ nel capoluogo lombardo che sviluppa la sua carriera artistica e la sua fortuna di artista. Milano rimarrà il fulcro della parabola segantiniana, la perenne finestra sul mondo dell’arte.
La mostra, suddivisa in otto sezioni, viene introdotta da un’archivio documentario fatto di fotografie, lettere, libri, il busto di Segantini eseguito da Paolo Troubetzkoy e quello giovanile di Emilio Quadrelli, il ritratto di Segantini sul letto di morte, acquarello di Giovanni Giacometti, suo amico fraterno e padre del celebre scultore Alberto, a cui fa seguito una sezione dedicata maggiormente ai suoi autoritratti, che permettono di percepire l’evoluzione dall’immagine “realistica” che il pittore dà di se stesso nell’”Autoritratto all’età di vent’anni” (1879-1880), alla progressiva trasformazione simbolista in icona bizantina, nel carboncino su tela del 1895.
Grazie ai galleristi Vittore e Alberto Grubicy, Segantini viene presentato alla borghesia illuminata lombarda, e verrà istruito alla maggiore arte contemporanea europea: da Millet, cui sarà spesso accostato, alla Scuola di Barbizon sino alla scuola olandese che ne deriva. A Milano assimila le nuove tendenze artistiche, dapprima la Scapigliatura, poi il Divisionismo, sino al Simbolismo, che rielaborerà in modo personalissimo e visionario. Tuttavia, alla città stessa Segantini dedica pochi lavori, tutti presenti in mostra nella prima sezione introduttiva, dove viene presentato il dittico “I pittori di una volta, I pittori di oggi”, la cui prima parte, disgiunta da Vittore Grubicy dopo la mostra del 1883 e non più esposta, è stata ritrovata di recente. Segantini resta comunque dal 1886 un outsider rispetto alla cultura milanese: “Una posizione in bilico – spiega Quinsac nel suo saggio in catalogo – la cui peculiarità ha originato gli equivoci del Novecento, spiazzando la fortuna critica, comunque spezzettata tra tre paesi, Italia, Austria e Svizzera, che tuttora se lo contendono”.

“Il ritratto. Dallo specchio al simbolo” dà il nome alla seconda sezione della mostra: una selezione di dipinti magnifici alcuni mai visti a Milano, come ad esempio il “Ritratto della Signora Torelli” (1885-1886), nel quale è raffigurata la moglie del fondatore del “Corriere della Sera”, Eugenio Torelli Viollier, scrittrice femminista affermata, nota come marchesa Colombi. Quest’opera appartiene a una famiglia che ne è proprietaria sin dal 1898. E poi “Tisi galoppante” del 1883, nel quale il volto della compagna Bice al risveglio è simbolo di sensualità. In questa seconda parte delle mostra sono state scelte opere attraverso le quali è possibile illustrare l’evoluzione simbolista che l’artista impartisce al genere del ritratto.
Una volta in Brianza, Segantini rifiuta l’idea metropolitana della vita e dell’arte dei suoi amici scapigliati prediligendo un contatto con la natura, che interpreterà come terra di vita agricola resa con ricche sfumature tonali, rifacendosi inizialmente alla tradizione della pittura contadina derivata da Millet e dai pittori francesi della metà dell’Ottocento, che poi supererà arrivando al simbolismo di una natura incentrata sul paesaggio. Raffigura inoltre la religiosità degli umili, cui dà voce in opere fondamentali presenti nella quinta sezione “Natura e simbolo” come nel quadro dal titolo “Effetto di luna” (1882), e il significativo “Ave Maria a trasbordo” (II versione 1886) accompagnato con i vari disegni precedenti e successivi alla tela, oltre che “Ritorno dal bosco” (1890), opere “dove Segantini già tocca, in embrione – afferma Quinsac – le tematiche chiave cardine del suo simbolismo: solitudine al cospetto della natura, armonia tra natura e destino, calore e tenerezza delle greggi, implicito parallelo tra maternità umana e animale”.
Tornando al Segantini uomo, egli conduceva una vita agiata che andava oltre le sue possibilità, infatti nonostante il successo e i guadagni in breve tempo raggiunse uno stato di crisi economica permanente, che lo portò a lasciare la Brianza per la Svizzera in cui perseguì il suo desiderio di lusso. La vita abbiente non lo distoglie dalla pittura all’aria aperta, passa lunghe ore in esterna, componendo direttamente sulla tela.

La terza sezione “Il vero ripensato: la natura morta”, raccoglie una serie di straordinarie nature morte, genere obbligato alla fine dell’Ottocento, cui Segantini si dedica con eccellente maestria sia in pannelli decorativi, di cui sono esposti due bellissimi esempi con frutta e fiori, sia nella sua personalissima maniera di costruire il reale in quadri che paiono astratti come “Funghi” (1886), “Pesci” (1886), “Anatra appesa” (1886). Nella quarta sezione “Natura e vita dei campi” sono esposti i capolavori sulla vita agreste caratterizzati dalla presenza femminile, come “La raccolta dei bozzoli” (1882-1883) e “Dopo il temporale” (1883-1884). All’interno di questa sezione troviamo una sottosezione “Il disegno dal dipinto”, a testimonianza del continuo rifacimento di Segantini dei propri lavori, che venivano modificati per arrivare a soluzioni diverse: sono qui esposti disegni tratti dal dipinto già realizzato, opere compiute e di altissima qualità stilistica.
Con il trasferimento in Svizzera nel 1886, Segantini approda al suo personale divisionismo, spezzando la materia in lunghi filamenti di colore. Protagoniste saranno le Alpi, prese sempre di scorcio. Oltre alle donne compaiono gli uomini, anche se dopo il 1890 la natura dominerà sempre di più la scena in composizioni molto vaste dove la presenza umana sarà solo simbolica. Ai capolavori indiscussi del periodo di Savognino, “Mezzogiorno sulle alpi” (1891), “Ritorno dal bosco” (1890), fanno seguito le monumentali opere in formato orizzontale, in un divisionismo atto a rendere la luce rarefatta delle Alpi, in cui il paesaggio è maggiormente protagonista e assurge a simbolo come “L’ora mesta” (1892), “Donna alla fonte” (1893), “Primavera sulle Alpi” (1897).

La sesta sezione “Fonti letterarie e illustrazioni” mostra l’evoluzione dell’attività pittorica di Segantini attraverso importanti disegni ispirati a opere letterarie e religiose, la Bibbia e “Così parlò Zarathustra” di Nietzsche.
Tutta la penultima sezione, la settima, è dedicata al “Trittico dell’Engadina”, dove viene ricostruita attraverso disegni, studi preparatori e filmati la genesi di questa monumentale opera concepita tra il 1896 e il 1899 e considerata il testamento spirituale dell’artista.
Nella sezione conclusiva “La maternità” sono presenti altri capolavori come lo splendido olio “Le due madri” (1889) della GAM di Milano, considerato manifesto del divisionismo italiano alla prima Triennale di Brera che vide la nascita ufficiale del movimento, e le opere simboliste in cui l’uso dell’oro e argento in polvere si abbina a una tecnica mista di derivazione divisionista, come le due versioni de “L’Angelo della Vita” (1894), quella della GAM e quella di Budapest, riprese anche in due disegni, e “L’amore alla fonte della Vita” (1896). A ulteriore approfondimento, i visitatori saranno qui accompagnati anche da un breve filmato che li aiuterà a comprendere nella sua totalità la riflessione segantiniana sul tema della maternità che, anche per via della sua vicenda familiare, si era trasformato per lui in un’ossessione e nel quale il suo simbolismo raggiunge gli esiti più alti.

Segantini muore il 29 settembre del 1899, ancora giovane e famoso, tra i pittori meglio pagati del suo tempo e presente con le sue opere in molte importanti collezioni pubbliche olandesi, belghe, tedesche, austriache, ungheresi e inglesi, tanto che nel primo decennio del Novecento sarà il riferimento per i maestri delle avanguardie europee.
Dato il numero limitato di opere prodotte, disperse in tutto il mondo e rese molto fragili dalla tecnica utilizzata, il percorso dell’artista è stato ricostruito solo poche volte nella sua interezza, con i capolavori simbolisti visionari accanto a quelli naturalisti, ai ritratti e alle nature morte degli esordi; per i più recenti episodi si deve infatti risalire alla mostra di San Gallo in Svizzera del 1956 e alla retrospettiva del centenario ad Arco nel 1958.
La rassegna di Milano a Palazzo Reale intende così rendere compiuto omaggio a uno dei maggiori artisti europei del secondo Ottocento che “in meno di vent’anni di attività ha espresso – conclude Quinsac – tutte le angosce e i fermenti della sua epoca in un linguaggio che, teso tra innovazione e tradizione, risulta di una forza senza ulteriori esempi”.
Didascalie immagini
- Giovanni Segantini, Riposo all’ombra, 1892, olio su tela, 44×68 cm. Collezione privata.
- Giovanni Segantini, Il Naviglio a Ponte San Marco, 1880, olio su tela, 76×52,5 cm. Collezione privata.
- Giovanni Segantini, Ritorno dal bosco, 1890, olio su tela, 64,5×95,5 cm. St. Moritz, Museo Segantini, deposito della Fondazione Otto Fischbacher – Giovanni Segantini.
- Giovanni Segantini, Dopo il temporale, 1883-1885, olio e tempera su tela, 180×123 cm. Collezione privata.
- Giovanni Segantini, La raffigurazione della primavera, 1897, olio su tela, 116×227 cm. New York, French & Company.
- Giovanni Segantini, Ave Maria a trasbordo, seconda versione, 1886, olio su tela, 120×90 cm. St. Moritz, Museo Segantini, deposito della Fondazione Otto Fischbacher – Giovanni Segantini.
In copertina:
Giovanni Segantini, L’Amore alla fonte della vita, 1896, olio su tela, 70×100 cm. Milano, Galleria d’Arte Moderna.
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