Colui che conosce gli altri è sapiente;
colui che conosce se’ stesso è illuminato;
colui che vince un altro è potente;
colui che vince se’ stesso è veramente forte.
(Proverbio Giapponese)
All’interno della stagione Art et Érotisme en Orient e a complemento dell’esposizione Kâma-Sûtra, la Pinacoteca di Parigi ha offerto un approccio del tutto nuovo e singolare alla vita e alla cultura erotica
giapponese del cosiddetto periodo Edo (o periodo Tokugawa, dal nome della famiglia che in quegli anni deteneva il massimo potere politico e militare nel paese), inaugurando lo scorso 5 novembre la mostra L’Art de l’amour au temps des Geishas: les chefs-d’œuvre interdits de l’art japonais. È la prima volta che la Francia ospita queste famose raffigurazioni “vietate”, le quali fanno emergere dal profondo tutti i fantasmi e le fantasie più recondite.
La grande prosperità del periodo Edo favorì la nascita di una classe borghese dominante: questi commercianti, artigiani, medici, insegnanti o artisti affermavano, attraverso il movimento culturale noto come ukiyo-e, una concezione edonistica della vita, che contrastava fortemente con la morale del neo confucianesimo giapponese delle classi guerriere dirigenti. Questo movimento viene oggi visto come il prodotto di una riflessione estetica e morale sul carattere breve e transitorio dell’esistenza, in cui la bellezza femminile idealizzata e l’immaginario erotico acquisiscono un ruolo fondamentale. Le incisioni policrome rappresentanti belle figure di donna (bijinga) e quelle a carattere erotico (gli shunga), sono tra le manifestazioni più significative dell’epoca. Si tratta di un’arte che conosce il suo apice proprio durante il periodo Edo e che simboleggia il modo di vivere raffinato, lussuoso e moderno della classe borghese, assidua frequentatrice di teatri, quartieri del piacere, feste di ogni sorta, con la precisa volontà di rivendicare un’esistenza dedita all’edonismo e alla soddisfazione dei desideri personali.

Un’esposizione incentrata sul tema dello shunga è, prima di tutto, una finestra aperta su una visione assai particolare dell’erotismo che si manifesta e conquista la sua piena maturità proprio in Giappone durante la dinastia Tokugawa (1603-1867). Essa costituisce, inoltre, un riflesso del gusto e delle abitudini di tutta un’epoca, al punto tale che, grazie allo studio approfondito di queste raffigurazioni, si potrebbe quasi scrivere una storia della morale e del pensiero giapponese. Oltre a rappresentare la creazione artistica nel corso del periodo Edo, in quest’occasione trovano legittimo spazio i più grandi maestri della pittura e dell’incisione giapponese dal XVII al XX secolo; compresa la triade formata da Kitagawa Utamaro, Katsushika Hokusai e Utagawa Hiroshige, considerati tra i massimi esponenti dell’arte shunga.
In Giappone le prime rappresentazioni di scene erotiche sono pittoriche e risalgono all’epoca Kamakua (1185-1333). Si tratta per lo più di rotoli di carta orizzontali (e-makimono) raffiguranti soggetti umoristici o destinati alla decorazione di pannelli scorrevoli, utilizzati per separare le varie stanze all’interno delle cosiddette “case del piacere”. Nel corso del XVII secolo, il rotolo a carattere narrativo si evolve nei semplici fogli dipinti, generalmente raccolti in album, a comporre un insieme di dodici posizioni amorose, una per ogni mese dell’anno. Segretamente collezionate in tutta Europa, ma in particolare a Parigi, da grandi personalità artistiche come Gustav Klimt e Émile Zola, fin dall’apertura del Giappone all’Occidente nel 1868, le incisioni ukiyo-e contribuiscono alla nascita e allo sviluppo del “giapponismo” (si tratta dell’influenza che l’arte giapponese ha avuto sull’Occidente e in particolare sugli artisti francesi) alla fine del XIX secolo. Sono, in primo luogo, Pierre Loti e Edmond de Goncourt che con i loro scritti hanno reso omaggio a questa visione poetica della Terra del Sol levante. Seguono subito dopo gli album di Samuel Bing, nonché la grande esposizione universale del 1900. L’erotismo naturale e gioioso degli shunga, così come le originali composizioni dei loro maestri hanno conquistato anche Toulouse Lautrec e Manet, perenni indagatori della libertà d’espressione artistica. Queste stampe arrivano ben presto a diffondersi anche presso gli impressionisti e, superando ogni frontiera geografica e politica, giungono fino al giovane Van Gogh.

La mostra propone a tal proposito più di 200 incisioni, fotografie e oggetti della vita quotidiana provenienti dal Museo delle Culture di Lugano, ma anche da tutta una serie di altre grandi istituzioni museali, soprattutto svizzere e italiane. La parte centrale dell’esposizione è organizzata in quattro sezioni, sia da un punto di vista tematico che cronologico, così da presentare l’evoluzione del genere shunga al momento del suo apogeo (1650-1900). Gli shunga sono realizzati e apprezzati tanto come opere autonome quanto come illustrazioni di racconti erotici. Le stampe indipendenti, di solito riunite in album di dodici fogli, sono destinate a un pubblico di amatori delle opere d’arte, mentre i libri erotici illustrati, chiamati shunpon, shungabon o wajirushi sono diffusi soprattutto grazie alla mediazione di librerie ambulanti o in affitto. Si tratta delle opere maggiormente richieste. Le “novità editoriali” sono riservate unicamente alla clientela più fedele, più prestigiosa e agiata.

La prima sezione intitolata La Poétique de l’Oreiller presenta delle opere che vanno dalla prima metà del XVII secolo fino al 1760. L’espressione “poétique de l’oreiller”, che gli è stata attribuita, è testimonianza del nuovo carattere narrativo di queste opere.
La seconda sezione, che abbraccia il periodo 1760-1790, è intitolata Littérature et Art. Essa mette in evidenza quegli artisti, come Harunobu e Koryusai, che hanno saputo declinare, grazie a un linguaggio punteggiato di riferimenti letterari, il vero e proprio ideale femminile dell’epoca. Si tratta di opere molto delicate, dai colori quasi impalpabili e dai tratti fini, in cui le cortigiane sembrano trascendere dal loro ruolo per elevarsi al rango di icone femminili, il cui volto ovale rimanda a quello delle fragili bambole di porcellana. Queste sono da intendersi come una tarda evoluzione della pittura di genere. Con sottili grafismi ed uno spiccato gusto decorativo, narrano le atmosfere raffinate, l’aspetto elegante, etereo e grazioso delle figure femminili, ritratte in solitario splendore su di uno sfondo neutro luminoso.
La terza sezione, intitolata La Vision introspective, ha l’obiettivo di presentare i risultati fisici dello studio psicologico sull’amore, esercitato da Utamaro e dai suoi contemporanei, tra il 1790 e il 1820. Queste opere si caratterizzano per una grande intelligenza formale, una ricerca di doppi sensi e, talvolta, una bella audacia concettuale. Sono opere dalle forme piene, abbondanti, i cui tratti evocano la realtà; lontane dall’essere subilmate, sono reinterpretate in modo perspicace e trasformate in oggetti di conoscenza.
La quarta sezione, Amour et Fureur, propone delle opere che dal 1820 arrivano fino all’inizio del XX secolo. Il tema dell’amore è qui affrontato dal punto di vista della frenesia e dell’ardore, da artisti come Hokusai, Kunisada, Kuniyosgi e Hiroshige. Le linee nervose che esaltano i colori e la rappresentazione figurativa finiscono col delineare un erotismo di tipo sadico e aggressivo che riflette, da un punto di vista estetico, i tratti decadenti della cultura giapponese dell’epoca Meiji (1868-1912).

Una selezione di opere d’arte applicata che evoca il mondo femminile così come il contesto edonista e raffinato del periodo Edo fa da contorno e arricchimento. Gioielli, kimono, recipienti e oggetti decorati a smalto fanno allo stesso modo parte dell’iconografia dominante all’interno delle rappresentazioni pittoriche esposte a Parigi e costituiscono anche una forte e originale testimonianza della vita quotidiana dell’epoca.
Una raccolta inedita di opere moderne e contemporanee che vogliono farsi testimonianza della continuità di questa tradizione secolare, ma che allo stesso tempo si legano all’idea che vuole richiamare l’attenzione sulla grande fascinazione parigina per l’erotismo, permettendo così ai visitatori di togliere finalmente quel velo proibitivo e godere a pieno delle sensazioni che queste opere riescono a suscitare.
Didascalie immagini
- Locandina esposizione L’Art de l’amour au temps des geishas: les chef-d’œuvre interdits de l’art japonais, Pinacoteca di Parigi, 6 novembre 2014 – 15 gennaio 2015.
- Ristampa risalente all’era Meiji di un’opera di Kitao Masanobu. Specchio (o confronto) della calligrafia delle cortigiane; nuove bellezze di Yoshiwara (Yoshiwara keisei shin bijin awase jihitsu kogami), Fine del XIX secolo, Museo delle Culture, Lugan (© Foto: 2014, Museo delle Culture, Archivio iconografico.)
- Keisai Eisen, senza titolo, 1820, Museo delle Culture, Lugano / Kitagawa Utamaro, La pittura (Ga), Le quattro virtù (Kin ki sho ga), 1792, Museo delle Culture, Lugano (© Foto: 2014, Museo delle Culture, Foto di A. Quattrone.)
- Hishikawa Ryūkoku, La cortigiana Egawa della “maison verte” Ebiya; le piccole allieve Momiji e Tatta (Ebiya Egawa Momiji Tatta), 1802, Museo delle Culture, Lugano / Utagawa Kunisada, Kesa Gozen, sposa di Watanabe Wataru (Watanabe Wataru no tsuma Kesa (© Foto: 2014, Museo delle Culture, Foto di A. Quattrone.)
- Keisai Eisen, senza titolo, 1835-1840, Museo delle Culture, Lugano (© Foto: 2014, Museo delle Culture, Archivio iconografico.)
In copertina:
Tsukioka Settei (attribuito a), Immagini di primavera (Shunjō Gdai), 1710-1787, Museo delle Culture, Lugano
[particolare]
(© Foto: 2014, Museo delle Culture, Foto di A. Quattrone.)