Chi non apre gli occhi oggi, mai li aprirà.
(Proverbio maya)

Dai primi siti svelati nel XIX secolo dall’esploratore John Lloyd Stephens fino alla recente scoperta di Chactùn, le città maya non hanno cessato di affascinarci. Questi centri urbani, spesso nascosti sotto un manto di vegetazione lussureggiante, continuano a rivelarci i segreti di questa grande civiltà. Il popolo maya possiede una delle culture più antiche e spettacolari della Mesoamerica ed è ricco di un patrimonio millenario che si distingue per creatività, ricerca estetica e progresso tecnologico.
Locandina dell'esposizione MAYAS, révélation d'un temps sans fin, 7 ottobre 2014 – 8 febbraio 2015, Parigi, Musée du quai BranlyAperto al pubblico dal 23 giugno 2006, è il Musée du quai Branly, situato sull’omonimo lungosenna, nel VII arrondissement di Parigi, che questa volta intende approfondire in maniera esemplare la storia di questa popolazione con una mostra che ha molto da dichiarare. All’interno dell’edificio, disegnato e progettato dall’architetto Jean Nouvel, predominano luce e penombra, accuratamente graduate per esaltare la presenza e i dettagli delle opere esposte. Lo spazio principale d’esposizione è articolato su diversi livelli tramite mezzanini e gallerie, collegati da rampe. L’allestimento, scelto per ogni singola opera, è impostato come una macchina teatrale fortemente scenografica. È da numerosi anni ormai, che il Musée du quai Branly ha stretto una solida e fiorente comunicazione con le istituzioni culturali messicane, una collaborazione che ha permesso la messinscena di diversi progetti importanti. L’INAH (Instituto Nacional de Antropología e Historia de Mexico) ha concepito e realizzato questa mostra parigina, raccogliendo tesori della cultura maya “sottratti” alle collezioni dei suoi sette musei, dei cinque musei di stato e d’università messicane e dei sei musei di siti archeologici. È un vero onore per il museo presentare questo passato nazionale, questa eredità significativa che rappresenta una parte fondamentale dell’identità messicana: tutta una serie di oggetti che parlano di una storia, che raccontano le profondità di una cultura universale che ha saputo trasformare il suo ambiente e guardare lontano per meglio comprendere l’uomo e la sua natura.

Eccezionale per estensione geografica e storica, l’esposizione MAYAS, révélations d’un temps sans fin raccoglie 385 pezzi, tra cui circa 50 veri e propri capolavori, e guida il pubblico alla scoperta della sottile bellezza e della diversità culturale e linguistica della produzione maya. È un compito arduo e allo stesso tempo affascinante quello di intendere la complessità dell’antica civiltà maya, così come quello di interpretare e approfondire questa cultura in modo tale da consentire un dialogo con l’epoca moderna. La mostra offre, a tal proposito, uno spazio di riflessione tra tradizione e attualità che introduce non soltanto a una visione sulla storia, ma anche sull’avvenire. Fortunatamente questa cultura appare ancora piuttosto viva ai giorni nostri, soprattutto nel sud-est del Messico, e si esprime tanto nella creazione artistica quanto in tutti gli altri campi della vita sociale.  
Pannello dell'autosacrificio (600-900 d.C.), pietra calcarea
Seguendo un percorso tematico e progressivo, i visitatori sono condotti nelle varie sale per scoprire nel dettaglio la vita quotidiana dei Maya, la loro organizzazione politica o ancora la loro religione (con la presentazione di emblematiche maschere utilizzate nei riti funebri). Questi tesori della cultura maya, accompagnati dalle scoperte archeologiche più recenti, permettono così di capire a pieno il contributo che questa civiltà ha portato all’umanità. Le diverse sezioni in cui l’esposizione si articola abbracciano un grande ventaglio di argomenti: il rapporto con la natura, la vita quotidiana, l’astronomia, le città,  la relazione col divino… ma entriamo più nel dettaglio.  
Sfidando la natura, gli antichi Maya e la loro pianta sacra, il mais, riuscirono a stabilirsi e a creare grandi città tanto nella giungla tropicale quanto nelle aride pianure e presso la cordigliera vulcanica del sud. Osservatori attenti di piante e animali, divennero dei veri e propri naturalisti, capaci di cogliere nel dettaglio le caratteristiche e le proprietà particolari di ogni essere vivente. Ranocchia dorata dagli occhi di turchese (900-1250 d.C.), oro e turcheseFlora e fauna non servivano soltanto come nutrimento, i legami degli animali con la specie umana si manifestavano anche nella credenza che questi fossero dotati di un’anima e a tal proposito erano considerati portatori di potenti simboli. Per tutte queste ragioni, le piante, gli animali e le loro relazioni con gli uomini costituiscono una delle tematiche ricorrenti nell’arte maya e sono diventati oggetti di rappresentazione naturalistica e stilizzata.

Le attività quotidiane dei membri della società maya variavano secondo lo status dell’individuo. Ognuno esercitava una funzione specifica nella preservazione dell’ordine economico e politico, supportato dall’ideologia sociale e religiosa. Il sesso, l’età, la residenza, urbana o rurale, e le attività degli individui costituivano fattori volti a determinare le differenze nella vita di tutti i giorni. Le rappresentazioni scolpite o dipinte che raffigurano i monumenti e gli edifici illustrano per lo più i fatti e i gesti delle classi dirigenti. Questi personaggi sono mostrati mentre sono impegnati in differenti riti, come cerimonie politiche e religiose. Numerosi cortigiani, raffigurati all’interno di antri sontuosi, appaiono su recipienti policromi. Le innumerevoli ed espressive figurine in ceramica, in particolare quelle ritrovate tra le sculture di Jaina, offrono ritratti di nobili, ma anche di persone appartenenti a classi e ruoli più umili. Esse rivelano, inoltre, diversi costumi maya: la deformazione cranica, il modo di vestirsi o gli ornamenti del corpo.
Vaso treppiede con figurine (250-600 d.C.), ceramica,
Per i Maya il tempo rappresentava il movimento stesso dello spazio: esso obbediva pertanto alla legge dei cicli. La loro passione verso la comprensione delle trasformazioni del cosmo gli permise di sviluppare uno straordinario sistema di calendario, fondato sulle invenzioni degli ultimi Olmeques, che avevano messo a punto, intorno all’anno 100 prima della nostra era, il cosiddetto conto lungo e la ruota del calendario. Il conto lungo permetteva di fissare le date in maniera esatta riconoscendo il tempo trascorso a partire da un punto di origine. La ruota (18.980 giorni) era il risultato della combinazione dei cicli degli anni rituali (260 giorni) e solari (365 giorni), rispettivamente tzolk’in e haab. Gli Olmeques furono anche i primi a utilizzare il sistema vigesimale (numerazione in base 20) e a introdurre lo zero, principio indispensabile per ogni numerazione posizionale. Intorno all’anno 250 della nostra era, i Maya adottarono il sistema olmeque e lo perfezionarono creando nove nuovi cicli rituali e astronomici: il ciclo di Venere (584 giorni), quello di Marte (780 giorni), probabilmente quello di Mercurio (117 giorni) e quello delle eclissi (11.960 giorni). Il loro sistema subì poi ulteriori miglioramenti nel periodo post-classico (900-1550 a.C.).

Le città maya ospitavano quella parte della popolazione che si occupa delle faccende amministrative, di quelle legate al culto, dei lavori scientifici, artistici e artigianali così come dei servizi nel senso più ampio del termine. Con le loro ampie piazze, i loro templi, i sontuosi palazzi, i campi da gioco, gli altari e i larghi marciapiedi, le città accoglievano anche quegli edifici destinati a depositare i tributi per il mantenimento dello Stato. Il cuore delle città era progettato a immagine e somiglianza del cosmo: lo spazio pieno di piazze evocava la superficie del mare o della terra, le piramidi simboleggiavano le montagne sacre o le sfere celesti. A tutto questo si aggiungevano spettacolari decorazioni scolpite e tutta una serie di pitture murali a decorazione di vari edifici. Queste ultime testimoniano una grande maestria tecnica: si riconoscono grazie a una ricca tavolozza di colori, grazie allo stile e alla grande resistenza al deterioramento.
a) Porta-incensiere (600-900 d.C.), pietra calcarea; b) Atlante di Chichén Itzá con un piastrone dentellato (900-1250 d.C.), pietra calcarea
Dimostrando una notevole coscienza storica, i Maya hanno registrato il loro stesso futuro. Per questo motivo essi realizzarono un sistema di scrittura adattandolo alla lingua parlata. Esistevano due tipologie di glifi: i logogrammi, per esprimere una parola per intero e i fonogrammi, per trascrivere un singolo suono o una sillaba. A partire dall’antichità classica (250-600 d.C.) questo sistema di scrittura si sviluppò e perfezionò. Il chol orientale divenne la lingua prediletta da tutta la società maya e arrivò a estendersi fino a diverse città lontane, ben al di là della sua area linguistica di origine. I fatti storici sono raccontati sui monumenti pubblici in pietra e stucco, per mezzo di pitture murali e sui vasi di ceramica. I testi parlano della via dei signori, delle loro imprese militari e delle cerimonie che essi effettuavano, come l’autosacrificio (per scarificazione o perforazione della carne). Offrire il proprio sangue era forse il dono più grande che si poteva fare alle grandi potenze sacre. I testi si riferiscono talvolta al periodo dei fondatori delle dinastie al fine di conferire legittimità alla trasmissione del potere. In alcune città sono anche raccontati degli avvenimenti vecchi di diversi millenni, come la riconfigurazione dell’universo da parte delle divinità creatrici. Oggi, grazie al progresso ottenuto nel decifrare i glifi, i testi maya chiarificano il passato di una delle culture più brillanti del mondo antico.
a) Figurina femminile (600-900 d.C.), ceramica, © Museo Nacional de Antropologia, Città del Messico, Messico, foto di Ignacio Guevara; b) Figurina maschile in piedi, braccia portate al petto su due livelli differenti, con pareo blu (600-900 d.C.),
I Maya concepivano l’universo come popolato da forze sacre che governavano tutto, in costante interazione tra loro e con gli uomini. Invisibili e impalpabili, queste energie si manifestavano negli astri, nelle sfere celesti, terrestri e sotterranee del mondo. Anche all’interno delle montagne abitavano alcune forze naturali, identificate con la pioggia, alcuni animali (uccelli, serpenti e giaguari), alcuni tipi di piante (il mais e la vegetazione psicotropa). I Maya crearono anche delle figure personificate delle forze divine che ne costituivano delle vere e proprie rappresentazioni e che possono essere qualificate come immagini di idoli. Tra le numerose figure sacre, si distinguono dei particolari esseri a metà tra l’uomo e l’animale, così come degli animali fantastici dalla ricca simbologia (il serpente piumato, il drago celeste o il coccodrillo terrestre). Queste entità simboleggiano le diverse sfere dell’universo: il Cielo (un vecchio o un drago bicefalo), la Terra (un coccodrillo o una maschera ravvivata da simboli vegetali) e l’Inframondo (uno scheletro umano o un serpente ochkan, ovvero un boa). Esistevano anche divinità protettrici delle attività umane, soprattutto della guerra, il commercio, l’agricoltura o l’apicultura, così come dei portavoce degli animali, esseri antropomorfi o zoomorfi che vegliano sul mondo “selvaggio”.

Secondo i miti maya originali, il mondo sarebbe stato creato per accogliere l’uomo e l’uomo per venerare e nutrire gli dei che sono potenti e sovrumani, ma imperfetti. L’esistenza delle divinità e quella dell’intero universo dipendono dai rituali. Il culto delle forze sacre rappresentava dunque la priorità per le comunità, come attesta la grandezza riservata agli spazi cerimoniali nelle città. Tutti i riti comprendevano episodi di purificazione, con astinenza sessuale, privazione del sonno e autosacrificio. I riti pubblici erano molto vari e diversificati e includevano sempre preghiere, incensazioni, canti, danze e processioni. In occasione dei rituali, si preparavano cibi e bevande particolari e, al centro delle celebrazioni, c’erano sacrifici di sangue di animali, ma anche di esseri umani. Le offerte votive erano molteplici e di diversa entità. Le divinità erano considerate invisibili e impalpabili, pertanto bisognava offrire loro materiali leggeri, odori e sapori. Tuttavia, il loro alimento principale poteva considerarsi l’energia vitale che risiede nel sangue, il quale fuoriesce e si disperde al momento della morte. Secondo la mitologia, gli uomini furono creati a partire da un miscuglio di mais e sangue divino, in cambio essi avrebbero dovuto offrire il loro sangue come nutrimento per gli dei. Questo liquido vitale era pertanto il legame essenziale che sanciva l’unione tra l’uomo e la divinità.
Dignitario (600-900 d.C.), argillaIl gioco della palla, praticato dalle classi dirigenti e da altri importanti personaggi, costituiva un rito pubblico molto significativo. La sua importanza era data dalla presenza, in tutte le principali città, di campi da gioco nei pressi di recinti cerimoniali. Il simbolismo legato al gioco della palla non è riconducibile solo ai Maya in senso stretto, ma più generalmente a tutto il territorio mesoamericano. Esso rimanda alla lotta tra i contrari dalla quale deriva l’esistenza dell’universo. Ciò traspare da diversi miti, nel Popol Vuh (il “Libro della comunità”, una raccolta di miti e leggende dei vari gruppi etnici che abitarono la terra Quiché, uno dei regni maya in Guatemala), per esempio, esseri luminosi e celesti lottano contro avversari oscuri e sotterranei, un confronto di cui il gioco rappresentava un equivalente “moderno”. I miti nahua (uno dei principali gruppi maya) insistono a loro volta sulla lotta che vedeva contrapporsi il Sole a Luna e Stelle. Il gioco della palla aveva dunque la funzione rituale di favorire, per analogia mitica, il movimento degli astri e di contribuire in questo modo al mantenimento dell’esistenza dell’universo.

Per quanto riguarda quella parte della religione riservata ai riti, uno posto di primo piano aveva lo Sciamanesimo, una pratica che si è mantenuta fino ai nostri giorni. Gli sciamani acquisivano potere solamente nel momento in cui l’anima era separata dal corpo, per esempio durante i sogni, nel corso della cosiddetta “estasi”, provocata da pratiche ascetiche o grazie all’assunzione di sostanze psicotrope. Tra i loro poteri si riconosceva la possibilità di intessere un legame diretto con gli dei, l’accesso riservato alle regioni sacre del Cielo e dell’Inframondo, la trasformazione in animale e, infine, la chiaroveggenza. Quest’ultima permetteva di conoscere la cause nascoste degli avvenimenti (in particolare delle malattie) e di guarire grazie alla pratica di incantesimi e formule magiche accompagnate a medicinali a base vegetale, animale e minerale. In epoca preispanica gli stessi rappresentanti delle classi dirigenti erano sciamani ed erano ritenuti sacri non solo perché facenti parte di un illustre lignaggio, ma anche per aver portato a termine diversi cicli iniziatici e aver praticato innumerevoli riti ascetici come il digiuno, l’astinenza sessuale, la privazione del sonno e l’autosacrificio. Differenti sculture mostrano a tal proposito immagini di signori implicati in riti sciamanici.
Maschera funeraria di Calakmul con ornamenti alle orecchie (600-900 d.C.), giada e conchiglia Presso i Maya, l’anima continuava a esistere anche dopo la morte del corpo. Questa credenza ha provocato lo sviluppo di riti funebri estremamente complessi. La destinazione di ognuno nell’aldilà non dipendeva dalla sua condotta sulla terra, ma dalla forma della sua morte, quest’ultima stabilita per volontà divina. Il luogo di destinazione più comune era lo Xibalbá, collocato al limite estremo dell’Inframondo, che lo spirito raggiungeva dopo aver percorso un lungo e pericoloso cammino durante il quale sarebbe anche potuto morire. Alla fine di questo percorso, l’anima si ritrovava al cospetto delle divinità della Morte e andava a occupare il suo definitivo spazio per abbandonarsi poi a un eterno riposo. In alcune occasioni, l’anima aveva la possibilità di tornare sulla terra e partecipare ai riti praticati dai suoi discendenti: è proprio questo che ci mostrano alcune opere plastiche dove l’anima è rappresentata sotto forma di presenza vivente. In relazione a questa visione della morte, innumerevoli oggetti erano depositati nelle tombe vicino al corpo dei defunti: recipienti contenenti acqua e alimenti, figurine umane, divine o animali, gioielli e talvolta anche lo stesso cane del defunto, sacrificato affinché la sua anima potesse guidare quella del proprio padrone. Quando a morire era un membro della classe dirigente, o della famiglia di questo, si potevano immolare anche diversi uomini e donne per accompagnarlo nell’aldilà. Tra le sepolture, quelle dei dirigenti si distinguono grazie alla ricchezza del loro arredamento: esse prevedevano, infatti, decorazioni in giada e in altri materiali. Talvolta si poneva nella bocca dei morti una perla di pietra verde che simboleggiava l’anima e garantiva l’immortalità di questa. In numerose tombe reali, come quella di Pakal a Palenque o altre a Calakmul, è stato scoperto il viso del defunto grazie a delle maschere realizzate con mosaici di pietre preziose, alcune delle quali sono presentate nel corso dell’esposizione. Queste maschere costituivano dei sostituti ai volti mortali dei defunti, ritratti che sfidavano ogni tipo di degradazione. Questi erano impregnati della personalità illustre del defunto e lo preservavano magicamente dalla morte, fissando la sua anima e proteggendolo dagli esseri malefici che potevano tendergli un’imboscata nel corso del cammino verso la sua definitiva dimora.
a) Scodella con coperchio zoomorfo modellato (250-600 d.C.), ceramica
Ceramiche policrome, immagini astronomiche, figurine umane: personaggi nobili, guerrieri, prigionieri e madri coi rispettivi figli. Ma anche rappresentazioni di divinità, animali e esseri sovrannaturali, reperti architettonici, gioielli, maschere, flauti e tamburi. Questo e molto altro le istituzioni parigine e messicane sono fiere di offrire per questa particolare occasione che vede riunirsi arte, scienza, poesia, rispetto per la natura e la creatività dei Maya, civiltà prodigiosa che continua a sorprenderci a ogni scoperta archeologica, a ogni nuova ricerca, fonte vitale della comunità e dell’unità messicane. Il Messico stesso, ci invita a scoprire questo ricchissimo patrimonio storico e culturale, ad apprezzarlo, a gustarlo e a condividere con lui il senso della sua identità nazionale. È grazie alla cultura, infatti, che i Maya hanno saputo preservare e trasformare il mondo antico, un mondo da sempre desideroso di proiettarsi liberamente nel futuro.

Didascalie immagini

  1. Locandina dell’esposizione MAYAS, révélation d’un temps sans fin, 7 ottobre 2014 – 8 febbraio 2015, Parigi, Musée du quai Branly (© Musée du quai Branly, foto di Ignacio Guevara)
  2. Pannello dell’autosacrificio (600-900 d.C.), pietra calcarea
    Il pannello mette in scena cinque personaggi che stanno effettuando una cruenta cerimonia autosacrificale
    (© Museo del sito di Palenque Alberto Ruz Lhuillier, Palenque, Messico, foto di Ignacio Guevara)
  3. Ranocchia dorata dagli occhi di turchese (900-1250 d.C.), oro e turchese
    Questa piccola rana in oro con intarsi di turchese come occhi proviene da Chichén Itzá. Testimone dello stretto legame che esiste tra gli anfibi, le divinità acquatiche e l’Inframondo, essa rivela un simbolismo del tutto particolare. Col loro gracida
    (© Museo Nacional de Antropologia, Città del Messico, Messico, foto di Ignacio Guevara)
  4. Vaso treppiede con figurine (250-600 d.C.), ceramica,
    Caratteristica cella ceramica di Teotihuacan, la forma di questo vaso contrasta con i motivi maya che lo decorano. Due silhouette di personaggi seduti i cui tatuaggi sulle braccia e sulle gambe rivelano la loro natura divina. All’interno del vaso son
    (© Museo Regional de Antropologia, palazzo Cantón, Mérida, Yucatan, Messico, foto di Ignacio Guevara)
  5. a) Porta-incensiere (600-900 d.C.), pietra calcarea; b) Atlante di Chichén Itzá con un piastrone dentellato (900-1250 d.C.), pietra calcarea
    Gli atlanti sono figure antropomorfe che alzano le braccia al di sopra della testa per sostenere un altare o l’architrave di un edificio. L’ornamento di ogni atlante presenta elementi caratteristici che lo distinguono dagli altri. Qui il personaggio
    (© Museo Nacional de Antropologia, Città del Messico, Messico, foto di Ignacio Guevara)
  6. a) Figurina femminile (600-900 d.C.), ceramica, © Museo Nacional de Antropologia, Città del Messico, Messico, foto di Ignacio Guevara; b) Figurina maschile in piedi, braccia portate al petto su due livelli differenti, con pareo blu (600-900 d.C.),
  7. Dignitario (600-900 d.C.), argilla
    Si riconosce che questo personaggio è un guerriero dalla sua gonna a frange e dal grande teschio attaccato alla cintura in segno di trofeo. Tuttavia, la figura indossa un cappello cilindrico come quello degli sciamani e un mantello fissato al petto.
    (© Museo Nacional de Antropologia, Città del Messico, Messico, foto di Ignacio Guevara)
  8. Maschera funeraria di Calakmul con ornamenti alle orecchie (600-900 d.C.), giada e conchiglia
    Le maschere funerarie sono state realizzate con l’ausilio di numerose tessere, piccoli cubetti di giada levigata, al fine di conservare l’immagine dei dirigenti dopo la loro morte. Ci si è inoltre serviti di piccoli pezzi di conchiglia, di chiocciola
    (© Museo Regional di Campeche, forte di San Miguel, città di Campeche, Messico, foto di Ignacio Guevara)
  9. a) Scodella con coperchio zoomorfo modellato (250-600 d.C.), ceramica (© Museo Regional di Campeche, forte di San Miguel, città di Campeche, Messico, foto di Ignacio Guevara)

In copertina:
Maschera funeraria di Calakmul con ornamenti alle orecchie (600-900 d.C.), giada e conchiglia
Le maschere funerarie sono state realizzate con l’ausilio di numerose tessere, piccoli cubetti di giada levigata, al fine di conservare l’immagine dei dirigenti dopo la loro morte. Ci si è inoltre serviti di piccoli pezzi di conchiglia, di chiocciola
(© Museo Regional di Campeche, forte di San Miguel, città di Campeche, Messico, foto di Ignacio Guevara)

Dove e quando

Evento: MAYAS, révélations d’un temps sans fin
  • Fino al: – 08 February, 2015
  • Indirizzo: Musée du Quai Branly, Parigi
  • Sito web