Quando la settimana scorsa il Direttore Scientifico mi chiese “Ti occupi tu della mostra di Natale alle Reali Poste?” e il punto interrogativo era una pura cortesia in quanto non era ipotizzabile una risposta diversa da “Certamente!”, mi resi conto che, se mia sorella rinunciava a scrivere di quelle icone russe che studia da sempre, ho pensato immediatamente a qualcosa in arrivo. In considerazione dei suoi silenzi, usando la terminologia atmosferica come termine di paragone, la senzazione é quella di uno tsunami in arrivo.
![]()
In attesa degli eventi, torna alla Sala delle Reali Poste il tradizionale appuntamento di Natale, il quattordicesimo del ciclo ‘I mai visti’ degli Uffizi, la mostra annuale gratuita che la città, e il suo Polo Museale, offrono ai fiorentini e a tutti i visitatori. Promossa dall’Associazione Amici degli Uffizi (sempre in prima linea nel sostenere la conoscenza di opere solitamente fuori dal circuito espositivo della Galleria) e curata da Valentina Conticelli, Daniela Parenti della Direzione della Galleria e Vincenzo Gobbo, di cui riporto un estratto del saggio in catalogo nella colonna di destra.
![]()
La “Collezione delle icone russe agli Uffizi” arrivò a Firenze, per la massima parte, in epoca lorenese, ed è formata da icone databili alla prima metà del XVIII secolo con caratteri stilistici che le accomunano, tali da far supporre siano state realizzate, e acquistate, in qualche bottega provinciale della Russia centrale.
![]()
Tra di esse sono presenti anche un’icona mariana e una raffigurante la Decollazione del Battista entrambe databili fra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII, che conservano ancora la coperta d’argento, detta oklad, che le rendeva gradite al gusto principesco di casa Medici e che infatti trovarono collocazione, fin dal Seicento, fra le suppellettili della cappella di Palazzo Pitti.
![]()
il Direttore della Galleria, Antonio Natali, spiega: “Da qualche mese è tornata agli Uffizi, dalla Galleria dell’Accademia, la collezione d’icone che nella seconda metà del Settecento era stata esposta da Luigi Lanzi e Giuseppe Pelli Bencivenni nel ‘Gabinetto di pitture antiche’, in una coabitazione con le tavole dei maestri operosi ai primordi dell’arte italiana che è emblematica d’una riscoperta critica per la quale è invalsa la formula di ‘fortuna dei primitivi’.
![]()
L’allestimento espositivo ne aiuta la comprensione e il catalogo, edito da Sillabe, è strumento di supporto dove i curatori spiegano dettagliatamente una lingua figurativa diversa dalla nostra, che sottende una differente disposizione ideologica. Prosegue Antono Natali: “L’artefice di un’icona, infatti, vien quasi d’equipararlo al ministro d’un culto ch’è sempre lo stesso, ma che sempre si rinnova nei gesti e nelle intonazioni del ministro medesimo. Quello che ne sorte, più che un’opera d’arte, è un tramite concreto fra l’uomo e il divino. Se l’artista occidentale nei secoli trascorsi figurava storie bibliche e vicende di santi per divulgare dagli altari i fondamenti della fede cristiana, offrendoli alla devozione del popolo, il pittore d’icone crea un manufatto ch’è un veicolo per il trascendente. L’icona è parte integrante del sentimento religioso. Di più: è parte integrante della liturgia. Chi la dipinge si attiene a un prontuario che ha regole precise, definite da una tradizione, essa stessa sacra.”
![]()
Anche per questa mostra sono previste visite guidate gratuite a cura degli assistenti alla fruizione e vigilanza della Galleria degli Uffizi. Inizieranno il prossimo 7 gennaio 2015 e si svolgeranno ogni mercoledì pomeriggio (ore 14.30 e alle ore 15.45) e giovedì mattina ( ore 10.15 e alle 11.30).
![]()
Per i bambini, invece, sono stati organizzati laboratori didattici gratuiti curati da Cristina Bonavia, Serena Mannori, Ilenia Ulivi con inizio sabato 27 dicembre alle ore 10.30 e proseguiranno tutti i sabati di gennaio 2015 alla stessa ora.
Didascalie immagini
- Russia centrale, secondo quarto del XVIII secolo, Madre di Dio di Kazan, Inv. 1890
- Bottega russa della prima metà del XVIII secolo, Cristo in pietà, inv. 1890
- Bottega moscovita, Fine del XVI- inizio del XVII secolo, Decollazione del Battista, inv. 1890.
- Bottega russa del secondo quarto del XVIII secolo, Natività e storie dell’Infanzia di Gesù, inv. 1890
- Vasilij Grjaznov, 1728, tempera su tavola, cm 31 × 25,5, Firenze, Galleria degli Uffizi, Inv. 1890 n. 9347
- Russia centrale, secondo quarto del XVIII secolo, tempera su tavola, cm 31,9 × 27,6 Firenze, Galleria degli Uffizi, Inv. 1890 n. 9322
- Russia centrale, secondo quarto del XVIII secolo, tempera su tavola, cm 32,1 × 27,2 Firenze, Galleria degli Uffizi, Inv. 1890 n. 9352
In copertina:
Bottega moscovita, Fine del XVI- inizio del XVII secolo, Decollazione del Battista, inv. 1890.
Le icone russe: un percorso tra arte e fede
(di Vincenzo Gobbo, curatore della mostra
Estratto dal testo in catalogo Sillabe)
“Le ottantuno icone russe che compongono la collezione della Galleria degli Uffizi occupano un ruolo non trascurabile nel panorama storico-artistico dell’Europa occidentale poiché, non solo offrono allo spettatore un interessante esempio della pittura russa su tavola del periodo più tardo, ma costituiscono anche la raccolta di icone russe più antica tra quelle note in Occidente. Per quanto riguarda la tecnica di produzione, solo l’icona L’apostolo Pietro, il santo monaco Isacco Dalmata, i santi ortodossi principi Roman (Boris) e David (Gleb), la martire Cristina, e il santo ortodosso principe Aleksandr Nevsky è stata realizzata con la tecnica dell’olio su tela mentre tutte le altre rientrano nei canoni tradizionali della pittura a tempera.
Le caratteristiche cornici (basma) o coperture (oklad) d’argento cesellato, talvolta arricchite con smalti, compaiono solo nelle icone In te si rallegra, la Decollazione di San Giovanni Battista e Ekaterina grande martire; la perfetta corrispondenza dei motivi ornamentali presenti nel rivestimento a basma delle prime due tavole lascia supporre che si tratti di lavori realizzati, nello stesso periodo e nella medesima bottega, su commissione della persona a cui le due icone appartenevano.
Dalla generica attribuzione stilistica ad una o più botteghe operanti nella stessa area della Russia centrale, orientate verso una produzione di tavole di modesta qualità destinate ad un uso domestico, applicabile alla gran parte delle opere della collezione fiorentina, si distinguono alcune icone stilisticamente legate ai modelli dei maestri del Palazzo dell’Armeria di Mosca, cui si rifaceva anche l’iconografo Vasilij Grjaznov, la cui firma è la sola presente nelle icone degli Uffizi. In altre il linguaggio pittorico e l’interpretazione del tema riconducono alla tradizione iconografica di Jaroslavl’ mentre la Protezione della Madre di Dio è un tipico esempio della produzione artistica della prima metà del XIX secolo nella regione di Vetka, un’area oggi compresa tra Russia, Bielorussia e Ucraina.
La comparazione dei dati desunti dall’analisi stilistica e cronologica ci porta a suddividere in tre gruppi le ottantuno tavole presenti nella collezione degli Uffizi. Le icone ‘In Te si rallegra’ dell’ultimo quarto del XVI secolo, Decollazione di san Giovanni Battista della fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, Resurrezione-Discesa agli Inferi della seconda metà del XVII secolo e Ekaterina grande martire dipinta tra gli anni 1693-1694 circa, si distinguono per cronologia di realizzazione e costituiscono l’insieme di tavole più antico. L’icona più recente, la Protezione della Madre di Dio, costituisce un’eccezione non solo per la sua datazione (prima metà del XIX secolo) ma anche per il fatto che è l’unica tavola di cui è nota con sicurezza la provenienza, poiché fu acquistata dalla Galleria dell’Accademia nel 1981. Tra questi due estremi, il nucleo principale della collezione degli Uffizi raggruppa tutte le altre tavole, riconducibili ad una non meglio conosciuta bottega della Russia centrale attiva nel secondo quarto del XVIII secolo. Questa suddivisione cronologica, già evidenziata dagli studiosi russi in occasione dell’esposizione al Museo di San Marco nel 2004 , aveva loro suggerito l’ipotesi che il nucleo di icone più antico potesse costituire la dotazione personale di un fedele russo, i suoi santi di famiglia, mentre il resto delle tavole doveva essere stato acquistato, probabilmente, in un’unica soluzione e da una sola bottega, e spedito dalla Russia in Toscana, per motivi fino ad oggi a noi ancora sconosciuti, probabilmente intorno 1730-1740.
A distanza di un decennio dall’esaustivo studio di Ekaterina Gladyševa, Levon Nersesjan e Aleksandr Preobraženskij, gli autori delle schede di catalogo in questo volume, possiamo formulare una nuova ipotesi sulla provenienza del nucleo principale delle icone degli Uffizi: dobbiamo a Valentina Conticelli e Daniela Parenti la scoperta di alcune interessanti testimonianze archivistiche, per le quali si rimanda al saggio di Valentina Conticelli in questo volume, e la lettura sul retro di una tavola (cat. n. I.23) di una scritta, realizzata con inchistro bruno, che era passata inosservata agli studiosi russi: “appartiene alla Trinità”. L’intuizione delle curatrici di individuare nella Trinità non tanto un preciso soggetto iconografico bensì la chiesa della Trinità di Livorno, offre oggi lo spunto per riaprire la discussione sull’origine della collezione degli Uffizi e sul perché queste icone siano giunte in Toscana. L’analisi stilistica dell’icona che reca sul retro l’interessante iscrizione ci indica che essa fa parte del numericamente consistente insieme di tavole accomunate da uno stile e una resa dei dettagli tanto univoca da lasciar pensare non solo alla provenienza da una singola bottega ma anche all’esecuzione di un unico autore, che caratterizza le sue produzioni per il disegno dai tratti semplificati, dalla pienezza del modellato dei volti, dalle soluzioni cromatiche contrastanti, marcate da intense schiariture, e dalla particolare resa grafica dei visi, i cui lineamenti appaiono sottolineati ed evidenziati talvolta da pennellate scure e da vividi tocchi bianchi; tutti elementi, questi, che appaiono ancor più evidenti nella pitture dei soggetti di minori dimensioni, come nel caso dell’Esamerone o delle due grandi icone-calendario. Se futuri studi confermeranno che l’icona della Resurrezione-Discesa agli Inferi era appartenuta veramente alla chiesa della Santa Trinità di Livorno, per uniformità cronologica e stilistica è possibile che tutto il gruppo di icone provenienti dalla stessa bottega sia da ricondurre alla dotazione di quella chiesa; se così fosse, troverebbe giustificazione anche l’ipotesi che le icone siano un dono fatto non solo alla chiesa ma anche alla comunità ortodossa toscana da parte della famiglia Imperiale, fatto questo che potrebbe giustificare la presenza nella collezione di icone del tutto simili.”
Dove e quando
- Fino al: – 01 February, 2015
- Indirizzo: Sala delle Reali Poste degli Uffizi