In scena alla Oper Frankfurt il conflitto fra dovere e sentimenti, fra amore e filosofia. Declinato in chiave farsesca e spesso en déshabillé.
Assieme al Giasone di Cavalli, l’Orontea, “dramma per musica”di Antonio Cesti, fu l’opera di maggior successo della seconda metà del Seicento. Debuttò al Neuen Hoftheater di  Innsbruck nella stagione di Carnevale del 1656, commissionata dall’arciduca Ferdinando Carlo d’Austria, conte del Tirolo e marito di Anna de’ Medici. Dopo la premiere austriaca L’Orontea fu ripresa a Roma, Venezia, Firenze e, come detto, fu una delle opere più rappresentate del diciasettesimo secolo. Scomparve poi dalle scene, come la maggior parte delle opere del primo barocco, per riaffiorarvi nel secondo novecento. In Italia fu rappresentata alla Piccola Scala nel 1961 con Teresa Berganza nei panni della protagonista e Bruno Bartoletti sul podio. L’Orontea viene proposta ora per la prima volta sul palcoscenico francofortese.
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Già nel Prologo, in cui la Filosofia e l’Amore contendono su chi dei due abbia maggior potere sugli umani, un Marx vizioso e un putto over-size che fluttua nell’aria indirizzano la rappresentazione verso il registro comico. Orontea, regina di Egitto, ha fatto voto di non cedere alle gioie dell’amore  e si vanta di vivere libera da passioni. “Libertà, libertà”, va declamando nella prima aria. La  sua determinazione resta salda finchè l’avvenente pittore Alidoro non giunge alla sua corte. La sovrana scopre allora nuove emozioni e trova nella passione per il giovane, una via di fuga dalle costrizioni del dovere. Ma la regina non è la sola a posare gli occhi sul bel giovane che accende i desideri di dame e ancelle. Il vento della passione soffia possente e sfrena tutti i protagonisti, presi da frenesie amorose, spesso in guepiere. Una progressione di scambi amorosi, colpi di scena ed epifanie conduce all’atteso lieto fine.  Il libretto di Giacinto Andrea Cicognini (fra le figure più rilevanti del teatro musicale del diciasettesimo secolo, scrisse anche per Francesco Cavalli) mescola arguzia e impeti amorosi e scolpisce bene il carattere dei personaggi.
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La regia di Walter Sutcliffe fa leva con abilità sul potenziale teatrale della musica e del testo e crea uno spettacolo molto divertente, a tratti boccaccesco.  L’ ambientazione esotica dell’opera è trasposta in un non-luogo di scatole geometriche, adorne di reminescenze egizie e classiche. Amorini  muti e grotteschi si muovono sulle scena per tutta la durata dello spettacolo, quasi a ricordare il tema dell’opera. I costumi colorati di Gideon Davey drappeggiano scontri e incontri amorosi dei personaggi ed esaltano la recitazione e la verve dei ruoli en travesti.

Un cast brillante e assortito (nove cantanti in scena) si muove sotto la direzione sapiente di Ivor Bolton, fra i massimi specialisti del barocco, e i ranghi ridotti della Frankfurter Opern- und Museumsorchester sono supportati dall’eccellente Monteverdi Continuo Ensemble.
Cesti appartiene alla generazione successiva a Monteverdi, periodo di transizione fra  lo stile  del recitar cantando e il pieno fulgore barocco in cui numeri chiusi pirotecnici diventano l’attrazione principale delle scene musicali. Mancano infatti ne L’Orontea le lunghe arie col da capo tipiche del successivo virtuosismo barocco e l’azione si sviluppa piuttosto con ariosi e recitativi, inframezzati da arie piuttosto brevi.
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Il mezzosoprano Irlandese Paula Murrihy restituisce gli accenti appassionati della regina egizia. Intensa la sua interpretazione della aria “Idol Mio”, forse il pezzo più famoso dell’opera. Il ruolo regale le impone una certa austerità che spicca rispetto alle esuberanze e alle smanie della rivale Silandra, magistralmente interpretata dal soprano Louise Alder.
Il controtenore Xavier Sabata modella con grande espressività i moti ondivaghi e oppurtunistici del bell’Alidoro, vagheggino arrivista che oscilla fra la regina e le altre spasimanti a seconda delle convenienze del momento. Altri due controtenori arrichiscono la tavolozza  delle voci in scena. Guy de Mey,  vulcanico nel ruolo di una vecchia ancella in cerca di freschi garzoni,  e Matthias Rexroth nei panni di Corindo gentilumo di corte.
Il tenore Simon Bailey anima gli sconclusionati interventi  di Gelone, buffone alcolizzato e unico a non essere affetto da fuoco amoroso, essendo innamorato solo della bottiglia. Sebastian Geyer presta la sua voce di baritono a Creonte, consigliere della regina e filosofo in tenuta anni `70 con barba, baffi e giacchettina di velluto con le toppe di ordinanza. Juanita Lascarro, Kateryna Kasper e Katharina Magiera completano egregiamente il cast.
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L’opera di Cesti non ha intenti morali e didascalici, è concepita come un divertissement. E difatti diverte, le tre ore di spettacolo realizzate da Walter Sutcliffe scorrono piacevoli. L’Orontea meriterebbe maggior fortuna e maggior presenza nei repertori. Fa bene la Oper Frankurt a riproporla. Successo vivissimo e applausi per tutti I protagonisti.

Didascalie immagini

  1. vorne v.l.n.r. Xavier Sabata (Alidoro), Paula Murrihy (Orontea), Louise Alder (Silandra) und Matthias Rexroth (Corindo) sowie im Hintergrund das Ensemble (© foto: Monika_Rittershaus)
  2. Paula Murrihy (Orontea) und Sebastian Geyer (Creonte) (© foto: Monika_Rittershaus)
  3. Xavier Sabata (Alidoro) (© foto: Monika_Rittershaus)
  4. Guy de Mey (Aristea) und die Statisterie der Oper Frankfurt (© foto: Monika_Rittershaus)

In copertina:
vorne v.l.n.r. Xavier Sabata (Alidoro), Paula Murrihy (Orontea), Louise Alder (Silandra) und Matthias Rexroth (Corindo) sowie im Hintergrund das Ensemble
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(© foto: Monika_Rittershaus)

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