Il 20 febbraio scorso la sala e la tribuna del Teatro ABC di Catania erano gremite di appassionati, curiosi e musicisti, accorsi per un concerto che di sicuro sarà ricordato negli annali dell’associazione Catania Jazz, quello del quartetto del sassofonista Ravi Coltrane.
Definirlo figlio d’arte è certamente riduttivo: come tutti sanno, Ravi è infatti figlio di quel John che in dischi come “A Love Supreme” ha lasciato un’immensa eredità al jazz e un profondo messaggio agli artisti contemporanei. Eppure, fatta eccezione per i sassofoni tenore e soprano che Ravi ha eletto a suoi veicoli d’espressione, il musicista ha ben poco a che vedere con il padre.
Cosciente – grazie ad una lucidità e un’onestà intellettuale di enorme valore – di non poter offrire una copia di John Coltrane, Ravi si propone al pubblico mostrando apertamente che la sua ispirazione affonda le radici in quelle sonorità che ormai caratterizzano l’ambiente del Berklee College of Music di Boston. Scorrazzando su e giù lungo tutto il range del suo strumento con ampi salti intervallari, Coltrane ricorda in alcuni tratti Joe Lovano, indicato dallo stesso tenorsassofonista come suo maestro.

La sera del concerto il silenzio della sala è rotto dal dialogo fra il sassofono tenore di Ravi Coltrane e il contrabbasso di Dezron Douglas che apre The 13th Floor, brano che riporta alla mente le armonie modali e africaneggianti delle composizioni di McCoy Tyner.
Il solismo di Coltrane, prorompente così come insegnato dal padre a generazioni e generazioni di tenorsassofonisti, non riserva però grandi sorprese ancorché l’architettura sia sempre ragionata, le frasi ricche di gusto e intelligenza, a tratti anche di grande cuore, e la conduzione del discorso strutturata e chiara.
A fare il concerto non è tanto dunque la presenza di un band-leader carismatico e trascinante, quanto piuttosto il suono complessivo del quartetto.
L’intesa fra Douglas e il batterista Jonathan Blake è da subito evidente: cambiamenti improvvisi degli accenti principali e altre inaspettate invenzioni increspano la superfice dei brani, destando grande interesse nel pubblico continuamente stimolato. La libertà di costruire impalcature ritmico-armoniche di grande varietà è sostenuta dalla raffinatezza del pianoforte di David Virelles che in For Turiya improvvisa un’introduzione dai colori tardo-romantici. In un continuo crescendo di intensità emotiva, la musica coinvolge artisti sul palco e pubblico in sala. Sugli ultimi brani la batteria di Blake si fa sempre più scatenata, appoggiata dal contrabbasso essenziale e corposo di Douglas; Virelles sempre più aggressivo sulla tastiera spinge lo stesso Coltrane in un sermone appassionato e accalorato che ricorda ora Psalm, ora “Freedom Now Suite”.

Alla fine della serata il pubblico è entusiasta e gli artisti, sfiniti, rivelano – concedendo autografi e foto – la loro contemporanea umanità e capacità di farsi possedere da demoni creatori in un turbine che non è compagine di solisti ma lavoro di squadra. Se c’è una cosa che la musica di questo quartetto insegna al jazz contemporaneo è dunque che non bisogna necessariamente puntare sulla grande personalità che attira le folle, sul grande predicatore, ma piuttosto sulla coesione e sul coinvolgimento collettivo che provoca lo stesso godimento di un’orgia sonora dissetante e appagante.
Didascalie immagini
- Ravi Coltrane
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In copertina:
Ravi Coltrane