Fabrizio Gifuni è tornato in scena al Teatro della Pergola di Firenze con L’ingegner Gadda va alla Guerra, a distanza di 5 anni dalla sua prima rappresentazione: e il suo lavoro continua ad affascinare e sorprendere gli spettatori. Reduce dal successo della scorsa stagione con ‘Na specie de cadavere lunghissimo – nel quale l’attore si era misurato con Pier Paolo Pasolini – Gifuni sceglie infatti di riprendere il monologo dedicato a Gadda che gli valse nel 2010 il premio Ubu come miglior spettacolo e miglior attore.

Uno spettacolo difficilmente classificabile – come del resto la stessa opera di Gadda – che riesce a fondere insieme teatro e letteratura, in una sintesi personalissima e al tempo stesso fedele ai testi originali, che lo stesso Gifuni definisce così:

Questo nuovo capitolo si presenta al pubblico come un atto cognitivo sacrale (…) rituale laico di un consorzio civile che si vorrebbe migliore, utile forse a chiunque, oggi, voglia provare a riannodare i fili di una tela in brandelli. La tela di un paese chiamato Italia.

Il testo è un pastiche di brani tratti dai Diari di guerra e di prigionia dello stesso Gadda, ma anche da La Cognizione del dolore e da Eros e Priapo, il suo pamphlet-invettiva contro il fascismo. I passaggi selezionati tratteggiano un ritratto di Gadda nella sua interezza, con tutto il suo acume e la sua ironia, ma anche con i tormenti e le paranoie. La guerra emerge in tutta la sua tragicità, come dramma che investe tutta una generazione e mette a nudo errori e colpe di un paese intero; ma il conflitto è anche dramma privato, che colpisce Gadda negli affetti con la morte del fratello, segnando ulteriormente il difficile rapporto con la famiglia. Nei ricordi dello scrittore c’è tutta la violenza dirompente della Grande Guerra, ma anche la disillusione e in ultima analisi la coscienza di un mondo che – a livello sia politico che personale – si sta sgretolando, dove la vera tragedia è la lucidità.  

Prende così corpo l’analogia con Amleto che Gifuni, con una geniale intuizione, sceglie di cucire addosso a Gadda: come il principe danese anche Gadda si sente vittima di misfatti compiuti da altri, e si considera l’unico lucido in un mondo capovolto. Stessa lucida follia, stessa logica esasperata che si fondono qui con l’ipertrofia linguistica degli scritti gaddiani. Ed è proprio la lingua “estrema”, misteriosa, a tratti barocca la risposta dello scrittore alla tragedia, al tempo stesso arma e corazza. In pratica l’equivalente della follia di Amleto.

A questo sapiente lavoro di rimandi, sintesi e accostamenti dà corpo Fabrizio Gifuni, con una performance che è ritmo e forza e in cui corpo, voce e parole diventano – o per meglio dire tornano ad essere – una cosa sola. Lo spettatore non può che farsi trascinare in questo vortice, che stupisce, coinvolge e innesca cortocircuiti storici a tratti amaramente esilaranti. Un vero rituale laico, come nell’intenzione di Gifuni, in cui raccogliersi tutti insieme. Una messa in scena essenziale e asciutta, ma di grande impatto, dove la fisicità dell’attore è supportata da giochi di luci semplici quanto efficaci.

Così, in 70 minuti di quello che Pasolini avrebbe definito “Teatro di Parola”, la complessità tutta novecentesca di Gadda sembra finalmente trovare il suo posto. Non più autore di difficile collocazione, ma simbolo di un’inquietudine intellettuale che con la sua vicenda di Amleto postmoderno riesce ad essere ancora straordinariamente attuale. 

Didascalie immagini

  1. Fabrizio Gifuni in un momento dello spettacolo
    (Foto: Marco Caselli Nirmal)
  2. Fabrizio Gifuni in un momento dello spettacolo
    (Foto: Marco Caselli Nirmal)

In copertina:
Fabrizio Gifuni in un momento dello spettacolo
(Foto: Marco Caselli Nirmal)

L’ingegner Gadda va alla guerra
o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro

un’idea di Fabrizio Gifuni
da C. E. Gadda e W. Shakespeare
con Fabrizio Gifuni
regia Giuseppe Bertolucci
disegno luci Cesare Accetta
direttore tecnico Hossein Taheri
direttore d’allestimento e fonica Paolo Gamper
tournée a cura di Natalia Di Jorio