La decorazione della chiesa di San Sebastiano portò al Veronese un’ incredibile serie di altre commissioni, fra cui la più importante è sicuramente la decorazione della villa Barbaro a Maser, presso Asolo, affrescata nel 1561. La villa, progettata da Andrea Palladio e completata nel 1558, era stata realizzata per Daniele e Marcantonio Barbaro, committenti di eccellenza, uomini eruditi che coltivavano interessi scientifici e culturali, amanti della musica e dell’astronomia.

Daniele Barbaro era stato il primo editore a Venezia dell’Architettura di Vitruvio, pubblicato nel 1556 con le illustrazioni dello stesso Palladio. Marcantonio, politico, si interessava d’arte e praticava la scultura per hobby. L’architettura elegante e razionale al contempo dell’architetto Palladio, diviene il teatro di sfondamenti prospettici creati dal Veronese. I temi da lui rappresentati sono frutto di un programma unitario, probabilmente realizzato dai suoi dotti committenti, dove viene esaltata l’armonia universale del cosmo, che è retto dalla divina sapienza, esprimendosi attraverso l’amore, la pace e la fortuna: una fusione fra cultura umanistica e spiritualismo cristiano.
Pur se l’iconografia appare complessa, l’artista sembra superare ogni schema per esaltarsi ancora di più in scene dalla calda luce che accende i suoi colori vibranti e intensi. Nel cuore della villa, la grande sala quadrata, le divinità dell’Olimpo, assise sopra grandi nuvole, si stagliano contro un cielo azzurro, terso e luminoso, con al centro la Divina Sapienza in trionfo; intorno, nei lacunari, sono rappresentate le allegorie dei quattro elementi che regolano la vita degli uomini, ovvero l’amore, la fedeltà, l’abbondanza e la fortuna, insieme ai quattro elementi, intervallati da elementi puramente decorativi. Tutte le figure rivelano lo studio dell’arte toscana contemporanea da parte del Veronese, definendosi in una perfetta fusione del linguaggio classico e distaccato di Raffaello con il plasticismo audace di Michelangelo.

Accanto al programma aulico, il Veronese crea, nella parte bassa della decorazione parietale, una serie di figure ed episodi di vita reale che fanno pulsare di puro realismo l’intera decorazione: la moglie di Marcantonio Barbaro, Giustiniana Giustiniani, vestita di un raffinato abito di broccato bianco ed azzurro impreziosito d’oro ed argento, si affaccia da una loggia con accanto l’anziana nutrice ed un piccolo cane posto proprio sopra la balaustra dove le due donne poggiano le loro mani con un effetto naturalistico impressionante. Appaiano talmente voluminose e statuarie, vibranti e dinamiche, che se improvvisamente cominciassero a parlare e muoversi nessuno se ne stupirebbe! Nel portico che conduce alle altre stanze, dentro nicchie dipinte con un linguaggio classico che accompagna mirabilmente l’architettura palladiana, Veronese raffigura otto giovani e belle donne musicanti, quasi statue vive che alludono all’armonia che regna nella famiglia Barbaro. Per rendere il tutto più vivo, da due finte porte dipinte si affacciano un giovane paggio ed una bambina, che sembrano accogliere gli ospiti, mentre dai balconi, anch’essi finti, si scorgono paesaggi che fanno a gara con i panorami veri del Veneto. Anche in altre sale l’armonia è sottolineata con figure di suonatori, soprattutto fanciulle, intenti a suonare a suonare, in scorci prospettici che stupiscono ad ogni angolazione. I paesaggi, con laghi, fiumi, rovine classiche, fanno da cornice e completamento a tutte le scene, come una Arcadia viva e presente in questo angolo di paradiso voluto dai Barbaro, dove il Veronese è stato capace di raggiungere uno dei punti più alti della sua poesia figurativa. L’armonia e l’affinità raggiunta fra l’architettura e la decorazione pittorica è così evidente può indurre a pensare ad un lavoro sinergico fra il Palladio e Veronese, frutto probabilmente di una comune regia se non di una stretta intesa personale.

Lo spirito che anima gli affreschi di villa Barbaro a Maser lo ritroviamo d’ora in avanti nelle grandiose tele che raffigurano le cene di Cristo, che a partire dal 1562 con le nozze di Cana diventeranno una costante della sua carriera.
Le narrazioni evangeliche, di grande formato, sono l’occasione per scenografiche rappresentazioni di scene contemporanee all’interno di sontuose prospettive architettoniche. La rappresentazione realistica della vita dell’aristocrazia veneta, con ambienti raffinati, eleganza delle vesti e delle suppellettili, giochi illusionistici con effetti da trompe-l’oeil, celebrano perfettamente Venezia e il suo splendore cinquecentesco.
Le Nozze di Cana, oggi conservato al Louvre, viene cominciato nel 1562 per il Convento palladiano di San Giorgio Maggiore: una tavolozza dai colori caldi, ricchi e vibranti, dove la luce è l’elemento unificante che armonizza le architetture e le masse brulicanti dei partecipanti al banchetto. La profusione architettonica di elementi classici, fra colonne corinzie e fregi in mosaico, ci consegnano un Veronese in possesso di ampie conoscenze della Roma classica unitamente alla componente bizantina sofisticata e preziosa nei materiali, tipicamente veneziana. I musicisti con i loro strumenti in primo piano, che richiamano cromaticamente l’attenzione sull’isolata figura di Cristo al centro, sopra di loro ma arretrata, i muti colloqui fra i commensali, i gesti dei servitori affaccendati, i levrieri onnipresenti: ingredienti sapientemente orchestrati che generano un insieme vibrante e dinamico. Questo stesso linguaggio lo ritroviamo nelle successive opere di soggetto religioso, dove l’attenzione del pittore è rivolta a simili effetti di grandiosità scenografica e figurativa.

Un esempio: la tela del 1576 circa, oggi alla National Gallery di Londra, che raffigura la famiglia di Dario re di Persia davanti ad Alessandro Magno, dipinta per la famiglia patrizia Pisani Moretta di Venezia. La scena in cui, dopo la vittoria sui Persiani nella battaglia di Isso del 333 a. C. Alessandro incontra la famiglia dell’avversario sconfitto dimostrando grande magnanimità, è un evento storico narrato anche da Plutarco; la scenografia che allestisce il veronese è una magnifica esaltazione delle architetture venete del Cinquecento di stampo palladiano e sansovinesco, dove la scena asimmetrica ci inquadra gentiluomini dagli eleganti paludamenti e fanciulle dalla pelle eburnea abbigliate con splendidi broccati e velluti, secondo la moda veneziana del momento contemporaneo al pittore. Intensi colori scuri dai preziosi accenti dorati si stagliano sulle arcate presenti nel fondo scena che, candide, riverberano accenti d’avorio che permette all’artista, grazie ad una lunga balconata superiore, di creare un effetto da palco dalla quale si affacciano persone che ammirano la scena in primo piano.
E’ dopo il 1570 che Veronese torna sul tema delle Cene, dipingendo in sequenza la cena di Simone, per il convento di San Sebastiano, ora al museo di Brera, un telero con medesimo soggetto per il refettorio dei Serviti a venezia, ora a Versailles, il Convito in casa di Gregorio Magno per il santuario del Monte Berico a Vicenza e l’Ultima Cena per il refettorio del convento dei Santi Giovanni e Paolo sempre in laguna, ora alle Accademie di Venezia.

Per quest’ultimo dipinto, realizzato su commissione di un frate ospite del medesimo convento, Andrea de’Buoni, il veronese fu chiamato davanti al tribunale dell’Inquisizione il 18 luglio 1573, pochi mesi dopo aver consegnato il dipinto. Oggetto in discussione era l’eccessiva libertà usata dall’artista per trattare un soggetto così importante teologicamente. Il Veronese, in questo grande telero, raggiunge uno dei suoi più alti vertici artistici, grazie ad una complessa partitura architettonica di stampo classico ma mediata dalla profonda conoscenza dell’architettura palladiana, ed esaltando il tutto con un colore intenso, pieno di luce calda che accende ogni dettaglio. L’inquisitore,frate Aurelio Schellino, domenicano acceso controriformista cattolico, considerò gli abiti e gli atteggiamenti di alcuni personaggi raffigurati, poco rispettosi del testo evangelico: i soldati vestiti alla tedesca, il buffone con un pappagallo, simbolo di lussuria, e soprattutto San Pietro che spezza l’agnello al posto di Gesù Cristo. Questi elementi erano giudicati segno di adesione alla cultura riformistica luterana, ma paolo Veronese si difese ingegnosamente, facendo leva sul concetto della libertà artistica: “Nui pittori [……] si pigliamo licentia, che si pigliano i poeti e i matti […..]. Se nel quadro li avanza spacio il l’adorno di figure come mi vien commesso et secondo le invenzioni.” Il pittore comunque fu condannato a correggere a proprie spese il dipinto secondo le indicazioni del tribunale. Le minime correzioni si limitarono essenzialmente all’apposizione di una scritta in capitali latine che cambiava sostanzialmente il nome al dipinto, facendolo divenire un Convito in casa di Levi.

Tutta questa vicenda è probabile sia stata generata da una diatriba interna al convento le cui due anime, riformista e controriformista si stavano scontrando apertamente e Paolo aveva seguito indicazioni compositive di qualche frate indiziato di adesione alle idee luterane.
Sono molte le opere di pittura profana che Paolo realizzò durante questo stesso periodo, spesso ispirate a temi erotici; una produzione particolare, che rispondeva alle richieste di committenti e collezionisti che cominciarono a rivolgersi a lui soprattutto dopo la dipartita di Tiziano, incontrastato artista di scene licenziose fino a quel momento. Bellissima la serie delle cosiddette Allegorie d’Amore, ora alla National Gallery di Londra, dipinte nel 1575 circa. Probabilmente raffiguranti, a coppie, le pene e i piaceri dell’amore, ovvero la gioia, il disinganno, la fedeltà e l’infedeltà, furono realizzate forse in occasione di un matrimonio, ma non se ne conosce l’identità del committente. Anche le immagini mitologiche con risvolto erotico sono fra i più richiesti in questo periodo, perlopiù con Venere come protagonista: materia pittorica ricca, vesti sontuose, pose licenziose e dinamiche, soggetti forse tanto voluti anche come risposta alla rigidezza religiosa e culturale imposte dalla cultura della riforma cattolica.

Forse anche per questo motivo, con gli anni Ottanta del Cinquecento, l’arte del Veronese ampiamente decorativa e raffinata, lascia il posto ad una crescente drammaticità espressiva. Il nuovo clima culturale instauratosi sia con la controriforma ma anche dopo la terribile peste che colpisce Venezia nel 1576, considerata dagli ambienti ecclesiastici una punizione per l’eccessiva libertà dei costumi della città lagunare, fanno vacillare Venezia e le sue certezze e i richiami severi del concilio di Trento trovano terreno fertile. I committenti non chiedono più opere di scintillante ricchezza, ma scene religiose piene di pathos, che il pittore, sicuramente partecipe di questo nuovo sentimento, sarà capace di realizzare cambiando registro alla sua poetica figurativa.
Didascalie immagini
- Paolo Caliari detto il Veronese, Affreschi, Villa Barbaro, Maser, 1560-61
- Paolo Caliari detto il Veronese, Affreschi, Villa Barbaro, Maser, 1560-61
- Paolo Caliari detto il Veronese, Affreschi, Villa Barbaro, Maser, 1560-61
- Paolo Caliari detto il Veronese, Affreschi, Villa Barbaro, Maser, 1560-61
- Paolo Caliari detto il Veronese, Nozze di Cana, olio su tela, m.6,8×9,9, Parigi, Louvre, 1562-63
- Paolo Caliari detto il Veronese, Convito in casa di Levi, olio su tela, m. 5,6×12,8, Venezia, Gallerie dell’Accademia, 1573
- Paolo Caliari detto il Veronese, Venere e Marte, olio su tela, cm.48×48, Torino, Galleria Sabauda, 1570 circa
In copertina:
Un particolare di: Paolo Caliari detto il Veronese, Convito in casa di Levi, olio su tela, m. 5,6×12,8, Venezia, Gallerie dell’Accademia, 1573