Per il pranzo di Natale di Sua Maestà Britannica, il cerimoniale era molto complesso e particolarmente scenografico per creare l’atmosfera giusta per questo giorno incantato. Il menu delle festose imbandigioni prevedeva anche lo storione del Volga, omaggio dello Zar, un pasticcio di fois gras, dono di Napoleone III ed infine un brindisi con un ottimo invecchiato dorato Tokaj ungherese ossequio di Francesco Giuseppe. Ma cuore pulsante del convivio era il Christmas pudding, simbolo del Natale, che col suo arrivo in tavola, aureolato, circonfuso dalla nuvoletta azzurrina del brandy, appena incendiato e il ramoscello di augurale agrifoglio, riempiva il cuore degli eccellenti invitati di emozione e …..golosità. Ai sovrani presenti nella natalizia tavola con i loro doni mangerecci, ma anche a tutti i capi di stato e gli aristocratici parenti ed agli amici più cari, la Regina Vittoria faceva arrivare, per questa occasione, il suo ghiotto augurio racchiuso nel Christmas pudding. Nel suo lungo regno (64 anni) le cucine del palazzo ne sfornarono ben 12864 (!) sempre uguali, rispettosi di una antica consolidata ricetta che rimandava al Re Giorgio I (1660-1727). Di questi, 201 erano quelli che prendevano la via del mondo con pensieri e parole della Regina adeguate all’alto rango dei destinatari.

La storia di questo dolce natalizio si perde nelle nebbie del Medioevo, rifacendosi a certe pietanze dense, consistenti, bollite a lungo ed a torte ricche di grasso e riempite di frutta e cereali. I cuochi inglesi del ‘600 resuscitarono con successo la memoria di queste antiche ricette, ma fu il Re Giorgio I che dette il via alla consacrazione di questo pudding (in italiano budino) battezzandolo come emblema del Natale inglese. Arricchito di spezie, aromi, frutta e canditi e tradizione, grazie alla Regina Vittoria è arrivato….dolcemente fino a noi.
Amatissimo dolce della sua infanzia, Vittoria una volta diventata Regina ne fece vessillo della consuetudine familiare del giorno di Natale per se e per i suoi sudditi. Questi dovevano sapere che quel giorno dell’amata sovrana era simile a quello di tutte le famiglie inglesi, con lo stesso dolce in tavola con tanti bambini (lei ne aveva nove!) intorno all’albero addobbato e lucente, incuriositi nell’attesa dei regali, per tutti , ma scelti con cura parsimoniosa! Insomma , un Natale condiviso con tutti nel suo significato e….nel suo sapore che riusciva a far sentire la Regina quasi una “borghese” qualsiasi, vicinissima ai suoi sudditi. Ad un livello più alto, però, Vittoria amava, soffriva, faceva figli, conduceva una vita che non era poi così tanto lontana dalla loro, da non poterla intravedere. Questa fu l’arma, sottile e vincente che rese amatissima questa sovrana tanto che le sue abitudini, comprese quelle gastronomiche, si diffusero in tutta l’Inghilterra, con le colonie e l’Impero, in tutto il mondo.

Diventata Regina a 18 anni, golosetta e sempre in lotta con la bilancia, adorava le focacce dello Yorkshire ed i picnic che a Balmoral, faceva con Alberto, principe consorte e grande amore della sua vita, gustando in tutta semplicità, un certo arrosto speziato. Le classi medie adoravano questa coppia innamorata, la vivace famiglia con nove bambini, che riusciva a coniugare il senso della regalità all’immagine della virtù, della concordia e della serenità. In loro idealizzavano la loro stessa esistenza, meno sublime e facile della loro sicuramente, ma questo forse, rendeva più accettabile i problemi del vivere quotidiano. Così, come faceva la Regina Vittoria, alle cinque del pomeriggio, in Inghilterra era tutto un tintinnio di tazze fiorite, colme di corroborante tea accompagnato da torte e biscottini, rigorosamente preparati in casa e di cui si perpetuano le ricette nelle cooking classes dei colleges.

Personalità fortissima, carattere di ferro, Vittoria ebbe un peso fondamentale ed un grandissimo rilievo non solo nella storia del suo paese ma dell’Europa e del mondo intero. Visse cambiamenti epocali attraversando un secolo al servizio dell’Inghilterra che fu sempre il primo dei suoi pensieri. La sua lunga vita ed il suo fermo costante esemplare impegno delinearono la fisionomia del suo paese, contrassegnando la sua epoca in tutti gli aspetti, dalla politica, all’architettura, alla moda, alla letteratura, alla diplomazia, alla morale ed anche alla gastronomia. Mentre i ricettari di alta cucina le dedicavano, per onorare il suo nome, piatti raffinatissimi in cui eccellevano tartufi, aragoste, fois gras e quanto di più raro e costoso, i grandi chef si gloriavano di averli cucinati proprio per lei, facendola immaginare regalmente assisa davanti a tavole sontuosamente imbandite, intenta a gustare queste prelibatezze con i big della politica mondiale dell’epoca. Noi invece abbiamo intravisto nella sua storia una nota di grande semplicità di aurea banale quotidianità, animata dalle preoccupazioni, i sentimenti…di tutti noi. Leggiamo tutto questo nelle paginette/ricettario di Charles Elmè Francatelli, un cuoco di origine italiana che la servì devotamente per tanti anni. Così apprendiamo che Vittoria, quando i bambini erano malati, si preoccupava che si preparasse per loro una certa minestrina leggera ma nutriente, che i panini per il breakfast familiare fossero più semplici possibile ma anche che: “Era uso nella famiglia dove io ho prestato servizio come cuoco, offrire una scodella i minestra con pezzi di carne (substantial good soup) ai poveri, almeno due volte la settimana, soprattutto l’inverno”. (C.E.Francatelli)
“I sudditi apprezzavano la sua bontà sopra ogni altra virtù. Vittoria che a dodici anni aveva detto di voler essere buona, aveva mantenuto la promessa.” (L. Strachey in “La Regina Vittoria” Ed. Anthropos-Roma 1983)
Didascalie immagini
- Christmas Pudding (fonte)
- Ritratto della Regina Vittoria (fonte)
- La Regina Vittoria e i suoi nove figli (fonte)
In copertina:
La Regina Vittoria e i suoi nove figli (particolare) (fonte)