New York inizio anni ’70, in piena guerra fredda. Nino Pepperoni è un superboss della mafia americana di origini siciliane, ultramilionario, spietato e con un amore sconfinato per la figlia Anna Maria. Lei, Anna Maria Pepperoni, giornalista, femminista e libertina per noia, durante un viaggio a Mosca incontra Sergej, l’uomo che riesce a farle raggiungere l’orgasmo per la prima volta in vita sua e di cui rimane incinta, costringendo così il padre Nino ad attivarsi per farlo espatriare dall’Unione Sovietica per un matrimonio riparatore che salvi l’onore dei Pepperoni. Lui, Sergej Mandelbaum, ebreo russo figlio di rabbino, artista e traduttore, sessualmente dotato, ben volentieri raggiungerebbe la futura sposa (e la libertà) negli Stati Uniti, ma a causa dei suoi trascorsi contatti con sionisti e dissidenti è sulla lista nera del KGB e le autorità sovietiche gli impediscono di lasciare il paese, fin quando però non entra in scena l’intraprendente Mr Slivovitz.

Lui, Archibald Seymor Slivovitz, di origini balcaniche, il cui vero cognome è in realtà una parola impronunciabile per qualsiasi americano – Slivovitz è una marca di liquori! – è l’avvocato tuttofare di Nino Pepperoni, scaltro e manipolatore, che dopo aver provato inutilmente a fare pressioni sulle autorità, decide di affidarsi al più grande “passatore” internazionale, il famoso Karl Schnitzel, per fare uscire Mandelbaum dall’Unione Sovietica. E infine c’è lui, Karl Schnitzel appunto, di natali austriaci ma residente a Città del Messico sotto le mentite spoglie di Pedro Rodriguez, capace di attraversare qualsiasi confine nazionale. Insomma, l’uomo giusto per portare illegalmente Sergej Mandelbaum in America. O meglio, lo sarebbe stato se non avesse avuto una piccola controindicazione: Schnitzel infatti è un omosessuale con il vizietto di stuprare le sue vittime e collezionare organi maschili in frigorifero. E quello di Mandelbaum potrebbe rappresentare uno straordinario trofeo.
Sono queste le surreali premesse e i personaggi che popolano Orgasmo a Mosca, l’ultimo romanzo di Edgar Hilsenrath uscito in Italia – per Voland, 2016, nella traduzione di Roberta Gado – ben 17 anni dopo la prima edizione tedesca. Ma è il destino di tutti i romanzi di Hilsenrath, scrittore di culto prima ostracizzato, poi riscoperto grazie anche alla pubblica stima di Heinrich Böll e ai premi ricevuti in giro per il mondo per i suoi romanzi divenuti bestseller, ma sempre rimasto nella penombra, fedele alla sua ironia tagliente e alla scorrettezza con cui tratta temi scottanti, che hanno suscitato in passato forti polemiche soprattutto in Germania.
Non a caso il suo capolavoro Il Nazista e il barbiere vede la luce prima nella traduzione inglese del 1971, e solo dopo otto anni viene pubblicato in lingua originale. E non poteva essere altrimenti per un romanzo che racconta la shoah in maniera provocatoria, ironica, contro ogni convenzione – una storia lontana anni luce, nel tempo e nei contenuti, da autori culturalmente corretti come Radu Mihăileanu e Roberto Benigni – e che ha il pregio di mettere a nudo la banalità con cui una follia, la dittatura nazista, entra nel quotidiano, lungo le strade, nelle case delle persone come un semplice soffio di vento, creando in maniera del tutto casuale un esercito di carnefici e vittime. Qui Hilsenrath racconta l’olocausto attraverso gli occhi di rospo di un ariano che prima fa carriera nelle SS, partecipando allo sterminio di massa, e poi per salvarsi la pelle alla fine della guerra assume l’identità di un suo amico ebreo, un barbiere morto in un lager, arrivando addirittura a prendere il sussidio dal nuovo governo tedesco e ad avvicinarsi al movimento sionista. La storia tragica e beffarda del suo Nazista era però troppo forte da digerire in Germania, il paese da cui Hilsenrath era stato costretto a fuggire da piccolo, e dove nessun editore per molto tempo ha avuto il coraggio di pubblicare i suoi romanzi, malgrado il crescente successo americano.
Eppure lui, quei terribili momenti, li aveva vissuti davvero, dalla parte delle vittime, quand’era solo un bambino. E la stessa vita errante di Edgar Hilsenrath sembra uscire da uno dei suoi romanzi. Ebreo tedesco, nasce a Lipsia il 2 aprile 1926, nel 1938 ripara in Romania insieme alla famiglia per fuggire alla follia nazista, viene però arrestato e internato in Ucraina, nel ghetto di Mogilev-Podolski, fino all’arrivo dell’Armata Rossa, poi subito dopo la guerra scampa a una nuova deportazione in Siberia e aderisce al sionismo, è uno dei primi ebrei europei a salire sui treni diretti in Palestina, poi un’esistenza divisa tra Parigi e New York, letteratura e cinema, e ancora in Germania. Della sua produzione artistica però, che ha il pregio di raccontarci il Novecento come solo i grandi scrittori sanno fare, sono solo cinque i libri tradotti nel nostro paese. Il 2016 sarà così ricordato dai suoi appassionati lettori italiani come l’anno di Orgasmo a Mosca.

Per una volta Hilsenrath si dimentica della shoah e delle dittature, scrivendo un intreccio politicamente scorretto ai limiti dell’assurdo, ricco di colpi di scena e dialoghi serrati, toccando questioni di grande attualità per l’epoca, coma la guerra fredda, il femminismo e la libertà sessuale, fino alla questione mediorientale.
Orgasmo a Mosca viene scritto tra il 1971 e il 1972, durante il suo soggiorno a New York. La scintilla è l’incontro con il produttore e regista cinematografico Otto Preminger che si mostra interessato al suo lavoro. E di quella prima stesura, la storia manterrà l’ossatura e il ritmo. Nel 1973 però il soggetto viene rifiutato, Hilsenrath decide quindi di tirarci fuori un romanzo, facendolo tradurre in inglese. Per lui infatti il mercato editoriale tedesco è chiuso: non solo Il Nazista e il barbiere non ha trovato in patria un editore, ma anche le copie del suo primo romanzo Notte sono state ben presto ritirate.
L’umorismo tagliente di Orgasmo a Mosca non incontra però l’interesse degli editori statunitensi e rimane chiuso nel cassetto, finché pochi anni dopo, alla fine degli anni Settanta, Hilsenrath rientra a Berlino e grazie all’intervento di scrittori e intellettuali tedeschi – che hanno avuto l’opportunità di leggere le sue opere in inglese – comincia finalmente a pubblicare nel “suo” paese e nella “sua” lingua, il tedesco, in cui li aveva originariamente scritti.
È così che vede la luce anche l’originalissimo Orgasmo a Mosca – è il 1979 – sebbene col titolo edulcorato di Attento, compagno Mandelbaum, divenendo col tempo un best seller tradotto in molte lingue. Adesso anche in italiano, con tanti forse troppi anni di ritardo. Del resto la speranza è uno dei grandi ingredienti che Hilsenrath non dimentica mai di mettere nelle sue storie.
Didascalie immagini
- Uno scatto a New York, da dove ha inizio la vicenda.
- Copertina del libro
- Edgar Hilsenrath (fonte)
In copertina:
Veduta della Piazza Rossa di Mosca e un ritratto di Edgar Hilsenrath (fonte)
Titolo: Orgasmo a Mosca
Autore: Edgar Hilsenrath
Titolo originale: Moskauer Orgasmus
Traduzione: Roberta Gado
Editore: Voland
Collana: Intrecci
Pagine: 281