Mi sono talmente abituato a saltare da un secolo all’altro, a trovarmi in un posto e un attimo dopo lontanissimo, che mi fa un certo effetto allontanarmi dal Portico dipinto e recarmi a piedi al prossimo incontro. Stavolta non si tratta di viaggiare nel tempo ma di camminare qualche chilometro appena, dall’agorà alla periferia di Atene, dove circa vent’anni fa Epicuro, originario di Samo ma di padre ateniese, ha potuto acquistare una casa e fondare nel suo giardino una scuola destinata a diventare tanto celebre quanto chiacchierata. Raccontano – lo sosterrà perfino Dante – che nel Giardino si incontrino amici dediti ai più lussuriosi piaceri e praticanti l’ateismo, in totale contrasto coi costumi dello stoicismo, per antonomasia la dottrina concorrente.
Così, per ingraziarmi il padrone di casa, ho pensato di non presentarmi a mani vuote e di portargli dei doni. Avevo ancora con me le due dracme guadagnate vendendo il mantello; quindi, passando dal mercato, le ho spese per comprare del vino e delle salsicce. Tanto non mi serviranno più, perché questo è il mio ultimo giorno ad Atene.
Quando mi presento alla casa di Epicuro, è un servo ad accogliermi e a portarmi dal maestro, che è in giardino a discutere col fido Metrodoro. Insieme ai due non mi sorprende vedere una donna: è questa infatti la prima scuola a non precludere ad alcuno la possibilità di frequentare. Dev’essere l’etèra Leonzia, cortigiana d’alto bordo tanto cara a Epicuro, che si distinguerà per il pensiero brillante e per uno scritto contro Teofrasto, successore di Aristotele nella direzione del Liceo.
«Grazie Mys, puoi andare», dice Epicuro al servo, quando ormai mi ha di fronte. Il nome m’è familiare: questo schiavo è l’allievo che Epicuro renderà libero nel suo testamento. Poi, osservando i doni che tengo in mano, subito si rivolge a me:
«E quelli cosa sono?», domanda. Con fierezza mi faccio avanti.
«Sono per te e i tuoi ospiti, Epicuro. So che in questo luogo si radunano persone che sanno apprezzare i piaceri della vita, così ho pensato di rendervi omaggio».

«L’uomo Epicuro apprezza la tua generosità ma il filosofo non può che bacchettarti», mi fa lui. «Ritieni siano questi i piaceri che stanno a cuore ai filosofi del Giardino?».
«Credimi, è del vino eccellente e queste le migliori salsicce del mercato», rispondo stupito.
«Carne… figurati! Io sono vegetariano. Ciò che vedi crescere in questo orto è tutto ciò di cui mi nutro», e con movimento arioso allarga intorno le braccia, come invitandomi a guardare.
Accidenti, ha ragione! Quello che chiamano Giardino nient’altro è che un orto, ma coltivato con tanta cura che le geometrie paiono quelle di un vivaio e i colori vividi dei frutti a prima vista li fanno sembrare fiori.
«Piccola, frizzante Leonzia», dice Epicuro alla bellissima donna che gli gironzola intorno, «porta una scodella di lenticchie al nostro amico. E preparagli una cesta di verdure da portare a casa».
«Ti ringrazio, Epicuro, di riservarmi la tua celebre ospitalità. Ma sono i frutti del tuo pensiero a interessarmi di più. Ad esempio, come mai non apprezzi i miei doni? Non è forse il piacere il centro della filosofia che si insegna nella tua scuola?», domando io.
«Il piacere, appunto: non i piaceri. Quando insegniamo che il bene è piacere, non intendiamo quello dei goderecci, come va dicendo chi non capisce il nostro pensiero oppure lo avversa, ma ciò che aiuta il corpo a non soffrire e l’animo a raggiungere la felicità», risponde. Metrodoro, accanto a lui, annuisce.
Vuoi vedere che è vero ciò che molti storici scriveranno ai miei tempi? Che l’epicureismo è ben diverso da come il chiacchiericcio lo inquadrerà credendo alle calunnie che si portò dietro dalla sua fondazione? E che era proprio per distinguerlo da piaceri fugaci, che gli epicurei chiamavano il piacere catastematico (durevole), a voler indicare quell’equilibrio e quella pace dell’animo che non il soddisfacimento di frivolezze ma piuttosto la soppressione del dolore può dare?

«Perciò è corretto dire che per voi il piacere più che un fine è il mezzo per la felicità?», lo interrogo io.
«Lo è nella misura in cui lo usiamo come criterio di verità. Le nostre esperienze di piacere, così come quelle di dolore, sono evidenti al punto da non dover essere dimostrate. E sono così originarie, che i bambini si affidano a queste per stabilire cosa è bene e cosa è male. Noi dovremmo fare altrettanto, usando però una certa prudenza», precisa lui.
«La prudenza che porta a scegliere acqua e ortaggi e non vino e salsicce?», scherzo io. Epicuro ride e, dandomi una pacca sulla spalla, risponde:
«Ma no! Semplicemente quelli sono piaceri naturali ma non necessari. E non credere che non mi conceda anch’io ogni tanto una coppa di vino… Siamo mica tristi asceti come gli stoici! Ma i piaceri necessari bastano a soddisfare i bisogni e a condurci all’aponia, l’assenza di dolore nel corpo, e all’atarassia, l’assenza di dolore nell’anima. Ma ecco che ci raggiunge la cara Leonzia», esclama, sorridendole. Poi, rivolto a me: «assaggia questa leccornia».
Io, abituato a ben altre prelibatezze, più che dal piatto di lenticchie, sono rapito da Leonzia, che, consapevole del suo fascino, non fa nulla per nascondere le proprie grazie. Ma non posso permettermi distrazioni: ora so che perfino un epicureo non perdonerebbe una tale debolezza.
«Perciò esistono anche piaceri non naturali e non necessari?», chiedo, mandando giù un boccone con una smorfia d’esagerata approvazione. Epicuro, lusingato, spiega:
«Ovviamente sì e sono quelli che, anche se dicono il contrario, noi diffidiamo chiunque dal perseguire: la fama, il potere, la ricchezza generano una spirale senza fine che, alimentando i bisogni, porta al non appagamento e all’opposto del piacere: il dolore».
Ecco allora spiegata l’avversione dell’epicureismo per la politica, l’«inutile affanno» colpevole di stimolare l’aspirazione a piaceri superflui, e il celebre motto «vivi nascosto», con cui l’epicureismo mette in guardia il cittadino greco, in piena crisi ellenistica, dall’illusione di uno Stato che non basta a garantire quella felicità che ognuno può ricercare per proprio conto.
«E la filosofia serve a questo? A riconoscere i piaceri?», domando, versandomi acqua dalla caraffa.
«Anche a questo. La filosofia è quel sobrio ragionare che scruta le cause di ogni scelta e di ogni rifiuto e che scaccia le false opinioni che comportano turbamenti. Per questo dev’essere pratica: una filosofia che non cura l’anima è inutile quanto una medicina che non è in grado di curare il corpo».

Non c’è da stupirsi allora che Epicuro sia disinteressato a ogni filosofia che non si fondi come morale. Seppure accenna ad una logica (che egli chiama canonica), è solo per riportare l’attenzione sull’affidabilità dei sensi e delle sensazioni, che rappresentano il mondo per com’è (a differenza delle parole vuote di Aristotele) e offrono un canone empirico della verità. E anche la sua fisica fa da sfondo alla morale, dal momento che si rifà all’atomismo di Democrito soprattutto per scardinare ogni iperuranio e ridimensionare un universo sconfinato in cui smarrirsi è un attimo.
«È per questo motivo che chiamate la filosofia tetrafarmaco», osservo, posando la scodella ormai vuota. «Va bene, può curare dal timore di non provare piacere e da quello di provare dolore. Ma parlami ora delle restanti paure», lo invito.
«Innanzitutto la paura della morte. Chi come noi conosce la natura atomica di tutto, sa che con la morte l’uomo diventa nulla e, separandosi gli atomi, cessa ogni possibilità di sensazione; ma poiché finché sentiamo, la morte non c’è, che senso ha temere qualcosa che ci sarà quando noi nemmeno la sentiremo? La morte spaventa solo chi crede di poterle sopravvivere», sentenzia con disincanto. Io muovo un’obiezione:
«Potrei opporre che la morte è comunque un male, perché rappresenta la fine di ogni piacere». Epicuro subito mi corregge:
«Amico mio, fai di nuovo confusione. La fine dei piaceri, forse, perché la carne non ammette limiti. Ma il filosofo, per cui il piacere è atarassia, sa che questo è perfetto e in alcun modo accrescibile e dunque non ha bisogno della vita eterna. Potremmo dire che il suo è lo stesso piacere di cui godono gli dei»
«Quali dei?!», esclamo goffo. Metrodoro scoppia a ridere e anche Epicuro sembra divertito.
«Comprendo lo stupore. Ti avranno detto che noialtri qui siamo tutti atei. Ma anche questa è una bugia. Dire che gli dei non si curano del mondo o degli uomini, non significa dire che non esistano. Quando da bambino accompagnavo mia madre a purificare le case, ho visto coi miei occhi quanto dolore causino la superstizione e il timore delle loro punizioni. È questa la paura più dura da vincere per la filosofia. Beh, i miei dei non fanno tanto spavento: perfetti come sono, perché dovrebbero affannarsi a occuparsi di noi? Piuttosto se ne stanno beati a vivere quella vita ideale che ogni uomo dovrebbe perseguire».

Il miscredente Epicuro così pio da prendere a modello la vita degli dei? Questo sì che è sorprendente! Eppure in fondo è un pensiero che fila. Perché il suo mondo, prodotto da collisioni casuali di atomi e privo di finalismo, non sembra opporsi tanto a un cielo abitato da divinità, quanto a una terra abitata da creduloni. Gli stessi che, spaventati dal fugace divenire, avevano cercato consolazione nell’eternità dell’essere, la cui contemplazione fallace, però, aveva generato angosce anche peggiori. Sarebbe stata una strada da battere, ma proprio come accadde a Democrito, Epicuro non ebbe fortuna. La sua scuola era destinata ad esaurirsi presto anche a causa dell’autorità del maestro, venerato come una divinità da discepoli che non seppero succedergli e difendere la scuola dai pettegolezzi dei detrattori. Tanto che il seguace più celebre di Epicuro, il poeta Lucrezio, che visse duecento anni dopo di lui, non era un filosofo e tantomeno un greco.
«Vi saluto, miei cari. Conoscervi è stato un “piacere”», mi congedo. E mi rendo conto che avrei potuto fare di meglio. Ma Epicuro non perde occasione per regalarmi nozioni del suo pensiero:
«Lo è l’amicizia più d’ogni cosa. Perciò torna presto a trovarci: qui sarai sempre il benvenuto».
La filosofia di Epicuro è una filosofia semplice. Ma poiché è stata così fraintesa e ostacolata, è giusto chiedersi se non sia la realtà a essere complessa. E ancora, la realtà per com’è o la nostra idea di realtà? Quella ormai tanto normalizzata da impedirci quasi di pensare a un’esistenza tutta qui, senza dei o buchi neri o realtà parallele o lune in capricorno? Epicuro direbbe che la realtà (e così la vita) è facile e per questo anche la sua filosofia lo è. I suoi detrattori diranno che Epicuro non ha avuto lo spessore per spingersi tanto avanti da incontrare i nodi che la filosofia ha il compito di sciogliere: per questo gli è bastata una facile filosofia. Io non so di chi sia la ragione. Quel che è certo è che stoicismo ed epicureismo trattarono la filosofia come terapia per l’anima, riportando sull’uomo il centro di un pensiero che aveva volato alto. Forse troppo, almeno per quei cittadini greci che si erano persi anche stando coi piedi per terra.
Didascalie immagini
- Raffaello Sanzio, Scuola di Atene, affresco, 1509-1511 circa, Città del Vaticano, Musei Vaticani [particolare]. Sebbene il filosofo Giovanni Reale interpreti il particolare come un rito orfico.
Si è soliti identificare Epicuro nell’uomo incoronato di pampini di vite, intento a leggere un libro.
(fonte) - Tito Lucrezio Caro in un’incisione di Michael Burghers del 1692 per l’edizione inglese del De rerum natura. Il poeta e filosofo romano fu il più celebre seguace dell’epicureismo (fonte)
- Epicuro in un’illustrazione del 1655 contenuta nell’opera The history of philosophy di Thomas Stanley (fonte)
- Busto marmoreo di Epicuro, copia romana di un originale greco, Musei Capitolini, Roma [particolare] (fonte)
In copertina:
Annibale Caracci, Trionfo di Bacco e Arianna, affresco, 1597-1601, Palazzo Farnese, Roma [particolare] (fonte)