A Palazzo Grassi, a Venezia, si svolge per la prima volta in Italia una retrospettiva dedicata a Sigmar Polke, che il curatore Guy Tosatto definisce uno dei più grandi artisti della fine del XX secolo.
La mostra illustra il percorso dell’artista in toto, dagli anni ‘60 del ‘900 agli anni 2000, mediante circa novanta opere provenienti dalla Collezione Pinault e da varie collezioni europee private e pubbliche. L’evento associa due ricorrenze: il decennale della riapertura di Palazzo Grassi a opera di François Pinault e il trentesimo anniversario della partecipazione di Sigmar Polke alla Biennale di Venezia nel 1986, quando l’artista ricevette il Leone d’Oro. Polke, inoltre, è stato più volte presente nella città lagunare e ha aderito a vari inviti alla Biennale.

Esponente del “realismo capitalista” e incessante sperimentatore, Sigmar Polke nasce nel 1941 in Slesia e muore nel 2010 a Colonia. Studia nella Germania-Ovest, con altri artisti fonda un movimento che ironizza sul realismo socialista dell’Unione Sovietica e al contempo risente dell’importanza rilevata nell’incontro arte-vita e della sensibilità anti-commerciale proprie del gruppo Fluxus. Il realismo capitalista risponde infatti all’esaltazione consumistica della Pop Art americana: alcuni oggetti simbolici del miracolo economico tedesco diventano il mezzo privilegiato di una lettura critica del capitalismo americano e della sua diffusione in Europa. Infatti Polke non omaggia Andy Warhol quando preleva, ingrandisce e dipinge a mano su tela immagini di quotidiani e riviste; compie, bensì, operazioni similari ma opposte nella trasmissione del messaggio, che non vuole celebrare ma criticare i meccanismi della società attuale.
I primi lavori di Polke, dunque, sono “Rasterbilder”, dipinti a partire da un retino grafico, punto dopo punto, sino a costruire un pattern astratto. Gradualmente la sua arte si fa sempre più autoreferenziale: l’interesse per il medium artistico, come quello per i pattern, diventa importante quanto il fine stesso e lo conduce all’utilizzo di tessuti stampati e di sistemi decorativi a carattere industriale come supporto della sua pittura.

La volontà di sperimentazione di Polke è evidente nel ricorso a media di vario tipo: disegno, pittura, installazione, fotografia, film e fotocopie, persino. E’ evidente nello scardinamento della gerarchia dei generi ma anche nell’utilizzo di un supporto che non viene nascosto e diviene anzi parte integrante della rappresentazione. Ciò conferisce una componente metalinguistica alla sua arte, unitamente alla volontà di scandagliare le potenzialità plastiche e fisiche del colore.
Così negli anni ’70 il suo lavoro, farcito di intraprendenza e innovazioni, appare sempre più scostante verso la figuratività, mentre negli anni ’80 l’artista, oltre a sperimentare nuovi pigmenti e materiali chimici, sintetizza le precedenti esperienze in lavori che oltrepassano i limiti tradizionali della pittura, come notiamo nell’ampio ciclo Axial Age, che apre la mostra nel patio centrale di Palazzo Grassi.

L’esposizione si snoda sui due livelli del palazzo seguendo una cronologia che procede a ritroso, dalla fine degli anni 2000 all’inizio degli anni ’60; per questo apre con Axial Age, realizzato tra il 2005 e il 2007. Il ciclo comprende sette dipinti ed è stato esposto nel padiglione centrale della Biennale del 2007. In questa monumentale opera, forse la più rappresentativa dell’arte di Polke, è evidente la dimensione mistica, probabile conseguenza del suo lungo viaggio in Asia e Oceania, ma anche quella concreta e visibile. I materiali si rivelano, i pigmenti esplodono, le immagini si popolano di simboli alchemici, la spazialità tradizionale è infranta e vari contesti storici sono evocati tramite il prelievo di frammenti iconografici del passato. L’artista si rifà alla teoria di Karl Jaspers sull’età assiale, quel periodo della storia dell’umanità (800-200 a.C.) in cui si definirono nettamente le specifiche identità storiche e culturali di alcuni paesi orientali. Ma fu sopratutto l’epoca in cui si ritiene sia nato il pensiero, perché mentre in Cina meditava Confucio, in India viveva Buddha, in Iran Zarathustra diffondeva una visione manicheista del mondo, in Palestina apparivano i profeti, mentre in Grecia operavano Omero, i filosofi e i poeti tragici.

La curatrice Elena Geuna ci racconta che negli anni ‘80 Polke viaggia anche in l’Italia, con la sua partner Britta Zöllner. Visita Pompei e da quell’esperienza mutua l’utilizzo del color porpora nelle opere successive, come in Purpur; l’artista infatti ama utilizzare colori fuori commercio e pigmenti naturali, che gli ricordano il fascino che la materia assume per gli alchimisti, ed egli stesso opera nel suo studio come un alchimista, vagliando instancabilmente le proprietà fisico-chimiche di resine, lapislazzuli, orpimenti a base di arsenico. In Umbria Polke conosce gli affreschi di Giotto nella Basilica di San Francesco di Assisi, mentre a Siena ammira il Duomo e trae ispirazione dal mosaico di Hermes Trismegisto, mitico personaggio dell’età pre-classica e patrono degli alchimisti, per l’omonimo ciclo in quattro parti presentato al piano nobile di Palazzo Grassi.
Polke si reca anche a Venezia, più volte, come quando viene invitato alla Biennale del 1980 dal critico Luigi Carluccio e presenta Kartoffelhaus, curiosa installazione che propone l’ossatura di un capanno da giardino percorsa in lungo e in largo da tuberi, evocando una mappa di costellazioni. L’opera viene proposta a Palazzo Grassi, seguendo il tema della relazione dell’artista con l’Italia, ove Polke è presente anche in occasione della Biennale del 1986 nel padiglione tedesco con l’installazione Athanor. una fornace in cui avviene la trasmutazione alchemica: la conca absidale del padiglione viene dipinta con colori termosensibili, che variano dal rosa al blu, mentre nel pavimento è collocato un meteorite, materia insolita considerata portatrice di poteri ultraterreni. Oltre alle tele realizzate con processi fotochimici e manganese (Schleifenbilder) e quadri di smalto e foglie dorate (Spiegebilder), nel padiglione sono stati esposti dei dipinti a raster che rimandano a fatti di cronaca tramite pagine di giornali, come Polizeischwein, in cui un suino con un cappello da poliziotto guarda lo spettatore.Il suo progetto si intitola Athanor, termine preso in prestito dal mondo dell’alchimia, che indica il forno in cui si consuma la trasmutazione alchemica. Nella conca absidale del padiglione, Polke realizza un dipinto murale con un colorante idrosensibile di cloruro di cobalto, che cambia colore dal blu al rosa a seconda dell’umidità e della luce. Sul pavimento l’artista colloca un meteorite, materia ‘extraterrestre’ considerata depositaria di poteri magici. Tutt’intorno sono appesi gli Schleifenbilder, tele realizzate con processi fotochimici e manganese, e gli Spiegebilder, quadri di grande formato realizzati con smalto e foglia d’oro. Nel padiglione, Polke colloca inoltre una serie di dipinti a raster, tra cui Amerikanisch-Mexikanische Grenze, Polizeischwein, Hände (vorm Gesicht), opere che evocano fatti di cronaca con immagini tratte dai giornali. Con Athanor Polke mette a punto le tecniche e i motivi che saranno al centro della sua ricerca successiva e che costituiscono oggi i nuclei tematici della mostra di Palazzo Grassi: sperimentazione alchemica e inquietudine politica.
Dunque i due temi principali di Athanor, così come dell’arte di Polke in generale, sono l’alchimia e la politica, e l’antologica ruota attorno ad essi, seppur non seguendo criteri cronologici e tematici per non contraddire il rifiuto dell’artista verso qualsiasi categorizzazione e regola predefinita.

Il tema alchemico si intreccia con quello politico attraverso la fusione di riferimenti alla contemporaneità e alla storia antica, di rimandi al visibile e all’astrazione, di richiami alla storia dell’arte e ad agganci polemici all’attualità: se infatti una serie di dipinti sono dedicati alla Rivoluzione Francese, come Jeux d’enfants o Message de Marie-Antoinette à la Conciergerie, evocando il rapporto di Sigmar Polke con la storia più lontana, in Flüchtende due profughi fuggono verso l’ignoto, in Amerikanisch-Mexikanische Grenze alcuni uomini fanno i conti con la frontiera tra Messico e Stati Uniti, mentre Hochstand si sofferma sui campi di concentramento e Schiesskebab sulle guerre fratricide della Ex-Jugoslavia. Invece in Reh viene reinterpretato il dipinto di Franz Marc Cervo nella foresta e l’iconografia dei fumetti è richiamata dal viso di Eva Kant in Ohne Titel (Sicherheitsverwahrung). Eppure nessun rimando ai subbugli contemporanei in opere come Magische Quadrate I-VII, sette opere madreperlate sui quadrati magici e sui pianeti, o Laterna magica, in cui il quadro diventa vetrata tramite sei pannelli dipinti sul recto e sul verso. Dunque, come afferma Elena Geuna, Polke è un “artista onnivoro”, che “rispecchia l’eterogeneità e il poliglottismo delle sue immagini, in cui nulla è troppo basso o troppo alto per essere inserito nel quadro”.

Completano l’esposizione alcune fotografie e i Venice Films, mentre al Teatrino di Palazzo Grassi vengono proiettati i film più significativi di Sigmar Polke. In pochi, infatti, sanno che l’artista era anche un film-maker e che ha realizzato più di 100 ore di girato, conservate dall’Estate of Sigmar Polke. I suoi film, realizzati su pellicola da 16 mm, sia a colori che in bianco e nero ma di solito senza audio, illustrano come un diario episodi della sua vita privata e del suo percorso artistico, rivelando ad esempio gli studi sul colore, ma anche commenti arguti e umoristici sui viaggi e sui principali eventi politici e di cronaca. Anche nei film Polke ama sperimentare: tiene conto della sensibilità alla luce della pellicola e per suggerire l’idea di un contatto diretto con il suo vissuto cerca la sfocatura, pratica il montaggio in camera o include elementi non programmati. Nove dei film girati in Italia tra il 1985 e il 1991 saranno proettati al Teatrino di Palazzo Grassi nell’autunno del 2016. In quei film scorrono immagini di varie località italiane, momenti di vita quotidiana, particolari visivi significativi come la luce che trapela nelle basiliche o che si riflette sul mare, tutti fusi caleidoscopicamente in un “viaggio” multiforme e immersivo.
Didascalie immagini
- Sigmar Polke, Forward, 2007,
resina artificiale, pigmento secco, vernice spray, acrilico e creta su tessuto, 300 x 500 cm, Pinault Collection
(©Palazzo Grassi Ph. Matteo de Fina ©The Estate of Sigmar Polke by SIAE 2016) - Sigmar Polke, Jugendstil, 2005,
resina artificiale, pigmento secco, vernice spray, acrilico e creta su tessuto, 300 x 480 cm, Pinault Collection
(©Palazzo Grassi Ph. Matteo de Fina ©The Estate of Sigmar Polke by SIAE 2016) - Sigmar Polke, Kartoffelhaus, 1967/1990, Pinault Collection / Sternhimmeltuch, 1968, Private Collection,
Installation view at Palazzo Grassi 2016
(©Palazzo Grassi Ph. Matteo de Fina ©The Estate of Sigmar Polke by SIAE 2016) - Sigmar Polke, Laterna Magica: die Geschichte vom Hund, 1988-1992, Private Collection,
Installation view at Palazzo Grassi 2016
(©Palazzo Grassi Ph. Matteo de Fina ©The Estate of Sigmar Polke by SIAE 2016) - Allestimento della mostra di Sigmar Polke a Palazzo Grassi (©Palazzo Grassi Ph. Matteo de Fina ©The Estate of Sigmar Polke by SIAE 2016)
- Sigmar Polke, Koloss / Gespenst / Komet, 1982, Private Collection,
Installation view at Palazzo Grassi 2016
(©Palazzo Grassi Ph. Matteo de Fina ©The Estate of Sigmar Polke by SIAE 2016)
In copertina:
Sigmar Polke, Forward (particolare), 2007,
resina artificiale, pigmento secco, vernice spray, acrilico e creta su tessuto, 300 x 500 cm, Pinault Collection
(©Palazzo Grassi Ph. Matteo de Fina ©The Estate of Sigmar Polke by SIAE 2016)
Orario 10 – 19
(ultimo ingresso ore 18)
Chiuso il martedì
Dove e quando
Evento: Sigmar Polke
- Fino al: – 06 November, 2016
- Indirizzo: Palazzo Grassi, San Samuele 3231, Venezia, Italia
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