C’è un ragazzino biondo che cavalca davanti a noi. E guarda sempre dritto, con gli occhi stretti contro il sole e i capelli scompigliati dal vento. Il suo cavallo è una bestia di straordinaria grandezza. Ha un mantello nero e lucente e, a vederlo così, si direbbe la più docile tra le creature. Ma se provassi a cavalcarlo io, sarei a terra in un istante e c’è chi racconta che sarebbe pronto a sbranarmi. Perché Bucefalo – così l’hanno chiamato, tanto è mastodontico – non si fa montare da nessuno che non sia il ragazzino. Il ragazzino che, ironia della sorte, m’hanno presentato come il piccolo Alessandro, ma che passerà alla storia col nome opposto di Alessandro il Grande.
Sono finito in Macedonia, a Pella, dove il destino ha fatto incontrare due fra gli uomini più importanti di sempre. Come precettore di Alessandro, destinato a diventare il leggendario conquistatore che, riunendo Oriente e Occidente, darà vita all’ellenismo, il re di Macedonia Filippo II ha voluto il sommo Aristotele, figlio di Nicomaco, medico di corte. Aristotele da poche settimane ha conosciuto il ragazzo, con cui resterà per altri tre anni, ma l’ha preso subito a ben volere tanto che, pur seguendolo in disparte, non lo lascia nemmeno durante le ore d’esercizio qui al maneggio. È l’occasione per avvicinarlo.
«Impara in fretta il giovane Alessandro…», osservo, giungendo alle sue spalle.
«È un ragazzino sveglio e sorprendente», ammette. Poi si volta a osservarmi e, aggrottando le sopracciglia, esclama: «sbaglio o noi ci siamo già incontrati?».
Accidenti, ha ragione! Non avevo immaginato che potesse ricordarsi di me. Ci siamo visti ad Atene, in Accademia, ma sono costretto a negare: come potrei giustificare che nei ventisei anni trascorsi da allora, io non sia invecchiato di un solo giorno?

«Mi confondi con qualcun’altro, Aristotele», rispondo con una risata, fingendo sicurezza. «La tua fama ti precede e se t’avessi conosciuto, certamente me ne ricorderei».
«Può darsi… con queste barbe ci somigliamo tutti», considera, accarezzando la sua, non molto folta e castana come i capelli. «Per questo Alessandro dice che non la porterà. Ha un bel temperamento e tutta la voglia di farsi notare. Quando sono arrivato a corte, come maestro di un futuro sovrano, credevo mi sarei trovato ad insegnare soprattutto materie pratiche e poietiche. Ma quelle le impara in fretta… sono le discipline teoretiche a incuriosirlo di più».
«Intendi la matematica, la fisica e la filosofia prima?», gli domando.
«Quest’ultima soprattutto. Ritiene sia la disciplina più importante. Ed ha ragione, perché ogni scienza studia l’essere determinato in un certo modo, che sia il numero della matematica o la stella dell’astronomia; la filosofia prima invece studia l’essere in quanto essere», risponde lui.
Quella che Aristotele chiama filosofia prima, arriverà a noi col termine metafisica, nome che Andronico di Rodi, curatore delle opere di Aristotele, diede ai quattordici libri senza titolo, che venivano dopo (“metà”, in greco) quelli di fisica. Un nome fortunato, in cui il suffisso, che indicava una semplice successione, prese ben presto il significato della trascendenza.
«È una materia assai difficile», considero, mostrandomi sorpreso dall’interesse del ragazzo.
«Eppure dovrebbe essere la più semplice di tutte, poiché studia la realtà nei suoi aspetti universali. Certo, Platone l’ha complicata un bel po’ con la dottrina delle idee», polemizza nei confronti del maestro.
«Platone?», domando stupito. «Eppure sei un suo discepolo!».
«Non solo discepolo, sono anche suo amico. Ma sono ancor più amico della verità», mi fa lui, sorridendo. «Le idee complicano le cose: perché sdoppiare la realtà? E aggiungo: se le idee sono altro dagli enti particolari, come si può dire che l’idea è ciò che l’ente è? No… c’è una verità in ciò che appare. Perciò la forma delle cose non è da cercare tanto lontano. La forma è insita negli enti, non fuori di loro.».
L’ente, il qualcosa-che-è, è tutto ciò che esiste e che per Aristotele può essere classificato attraverso i dieci predicamenti dell’essere, che chiamerà categorie. Tra queste categorie, che sono i modi basilari in cui la realtà si presenta e si rende predicabile, nove (ad esempio la quantità, il dove e il quando) si configurano come accidenti, ovvero proprietà casuali e non necessarie, mentre una sola, la sostanza, è la categoria suprema, a cui tutte le altre si riferiscono, che funge da soggetto reale di proprietà e da soggetto logico di predicati (appunto, gli accidenti). Ma Aristotele, nel parlare di sostanza, dice anche che questa è sinolo (unione) di materia e forma.

«È alla forma della sostanza che ti riferisci?», chiedo, dimostrando di conoscere la sua teorie.
«Di sicuro. Ma in fondo forma e sostanza non possiamo considerarle allo stesso modo? Guarda Bucefalo. Non è forse un cavallo? E non è forse a causa della sua forma che è un cavallo? Dunque possiamo dire che la sostanza nient’altro è se non la forma che prende una materia?», mi domanda lui, che spinge oltre il discorso.
«Certo, possiamo dirlo. Ma questo genera una gerarchia tra forma e materia», provo a seguirlo io.
«È giusto che vi sia gerarchia, perché è la forma a rendere l’ente quel determinato ente. Ma non bisogna sottovalutare, come fa Platone, il ruolo della materia. Una sostanza, infatti, può prender forma solo se la materia a quella certa forma è predisposta. Ovvero se ha quella forma in potenza. Quando la materia prende forma, ecco che la potenza diventa atto», spiega lui, snocciolando termini destinati a divenire eterni nel linguaggio filosofico.
Non c’è niente di facile in Aristotele, chiariamolo. E per riuscire a esaurire tutti gli argomenti che la sua mente feconda e sfaccettata ha concepito non basterebbe stargli accanto una vita intera. Figurarsi un incontro… Basti pensare che Aristotele si occupò, attento com’era ai fenomeni, di tutte le discipline conosciute alla propria epoca. Ma quel che conta e che comprendo, nel sentirlo parlare, è che è con lui che la filosofia raggiunge quel rigore che a Platone, idealista diffidente del mondo sensibile, ancora mancava. E non è un rigore gratuito, perché è punto d’arrivo per la strada che Talete aveva imboccato inseguendo l’aletheia, la verità, e punto di partenza per quella scienza di cui Aristotele stesso può dirsi fondatore.
«Maestro, non nego che fatico a starti dietro. Siamo partiti dall’essere, di per sé immutabile, e ora mi parli di enti che, passando dalla potenza all’atto, divengono», osservo, azzardando una sintesi che Aristotele dimostra di apprezzare.
«Ma è proprio questo il punto, figliolo: essere e divenire sono conciliabili. Il mutevole muta ma secondo regole immutabili. E sono quelle regole che la filosofia ha il dovere di cercare».

«Dunque non sbagliavano né Parmenide né Eraclito?», domando io.
«Proprio così. Ma mentre Eraclito non ha guardato che al particolare, Parmenide è rimasto a difesa dell’essere, l’universale che – sosteneva a ragione – non può mutare. Ma nessuno dei due s’è accorto che non è la grandezza a diventare piccola, né è la bellezza a farsi bruttezza, perché in questo caso il divenire rappresenterebbe sì una contraddizione; piuttosto è un terzo elemento: il diveniente che sta sotto, la sub-stantia per l’appunto. Il divenire dunque non è nient’altro che il passaggio dalla potenza all’atto», spiega.
«Già, ma chi provoca questo passaggio? Perché dev’esserci per forza un movente!», osservo io.
«Dici bene e ti rispondo subito: è la causa efficiente. Ad esempio lo scultore, che realizza la statua in bronzo. Statua creata per una causa finale, come l’abbellimento di un tempio», chiarisce Aristotele. Dalla mia, però, ho ancora un’obiezione da fare.
«Se ho ben capito, però, lo scultore è a sua volta forma di una materia. E lo stesso si può dire del tempio, del mondo, perfino del cielo… Così non si rischia di procedere all’infinito?».
«Non all’infinito», s’affretta a rispondermi, «perché come a un estremo vi sarà una materia che sarà pura potenza senza atto, quella stessa che Platone nel Timeo chiama “materia madre”, all’opposto vi sarà qualcosa che è puro atto, un motore immobile, che non è mosso da altro e che non è causa efficiente, bensì causa finale perché muove tutto attraendo a sé, come l’oggetto d’amore muove l’amante. E questo motore immobile è Dio, verso cui l’intero mondo tende. Come causa finale di Tutto, il Dio è l’intelligibile per eccellenza ed essendo puro atto è pensiero di pensiero, piena conoscenza, epistème divina».
Dalle categorie, la prima fra le sezioni della logica aristotelica, siamo così giunti a parlare di Dio, guizzo dialettico e potentissimo di una metafisica che finisce per sfociare nella teologia. Non c’è da stupirsi: per Aristotele, che mira a riorganizzare il sapere in prospettiva enciclopedica, non ha alcun senso isolare gli ambiti del sapere. Anzi, possiamo dire che la sua logica (che lui chiamerà analitica), anteponendo l’indagine linguistica a quella scientifica, si prefigge proprio l’obiettivo di elaborare e validare la struttura del conoscere. Non a caso la produzione logica di Aristotele sarà chiamata Organon, che appunto significa “strumento”. Aristotele sarà il primo a capire che se ciò che si può dire segue determinate leggi, anche ciò che si può conoscere deve avere una legalità che va analiticamente ricercata.

Alessandro si ferma davanti allo stalliere, scende da cavallo e accarezza Bucefalo, che lo ringrazia sbuffando. È dunque arrivato il momento di salutare Aristotele.
«Spero di rivederti, maestro», gli dico, accennando un inchino. «È stato un grande onore incontrarti».
«Voglio crederlo», risponde lui «così la prossima volta non fingerai di non avermi mai incontrato. Ricorda, sono Aristotele di Stagira: non sbaglio quasi mai» e mi fa l’occhiolino, senza prendersi sul serio. Ma la verità è che quando mi guarda ho l’impressione che abbia capito tutto.
In ogni caso ha ragione: sbagliò raramente. E quando accadde, fu perché gli strumenti del tempo o il corso degli eventi non consentivano potesse andare altrimenti. Sbagliò, ad esempio, nel porre la Terra al centro dell’universo o nel credere che tutto ciò che si muove è mosso da altro. S’ingannò anche sull’esistenza dell’etere, il quinto elemento del mondo celeste, ma la scienza c’ha messo oltre duemila anni a smentire la sua presenza (nel 1887, con l’esperimento di Michelson-Morley). Ma sono errori che contano poco, perché nel suo essere scienziato, il filosofo Aristotele capì che figlio della scienza, ancor prima che il risultato, è il metodo. E il suo metodo fu l’esempio su cui il sapere si costituirà per duemila anni. A tal punto che quando il Cristianesimo cercherà nella filosofia un sostegno alla fede, troverà nel pensiero di Aristotele l’argine di una Bibbia laica indiscutibile, il terreno inviolabile dei razionalisti, che come il maestro sostenevano l’eternità del mondo, negando con ciò la creazione, con buona pace di tutti i teologi. Quasi tutti… perché nel 1225 nei pressi di Aquino nascerà Tommaso, l’uomo che, conciliandola col pensiero di Platone, metterà la filosofia di Aristotele al servizio di Dio. Ma questa è un’altra storia…
Didascalie immagini
- Andre Castaigne, The taming of Bucephalus, illustrazione, 1898-1899 (fonte)
- Charles Laplante, Education d’Alexandre par Aristote, illustrazione 1866 (fonte)
- copia da Lisippo, Ritratto di Aristotele, busto in marmo, I o II secolo, Louvre, Parigi (fonte)
- Rembrandt, Aristotele contempla il busto di Omero, olio su tela, 1653, Metropolitan Museum, New York (fonte)
In copertina:
Una scena tratta dal film Alexander (2004) di Oliver Stone; l’attore Christopher Plummer interpreta Aristotele, precettore di Alessandro Magno (fonte)