Il caso moro 1Se n’è andato lo scorso 25 giugno Giuseppe Ferrara, un uomo che col suo Cinema ha scosso la coscienza civile d’Italia restando sempre fedele alla propria, con un’idea d’impegno etico e morale che lo ha tenuto a debita distanza da qualsiasi padrone o padrino.
Chissà se l’indigenza in cui ha vissuto gli ultimi anni della sua vita, indegna di un Paese civile, ha radici anche in questa indipendente ritrosia a farsi inquadrare in una qualche parrocchia di comodo?
Nato nel 1932 a Castelfiorentino in provincia di Firenze, il regista proprio trent’anni fa con Il caso Moro aveva il coraggio di puntare il dito contro tutta la classe dirigente della Democrazia Cristiana, a soli otto anni di distanza da sequestro e uccisione di Aldo Moro, scatenando feroci polemiche con un duro atto d’accusa che pubblicamente inchioda ognuno alle proprie responsabilità individuali, umane e politiche.
Sullo schermo il film rappresenta con estrema verità, pur senza mai chiamarli per nome e cognome, i tasselli che andarono a costruire il muro della fermezza con cui si rifiutò a priori ogni trattativa possibile per la libertà dell’ostaggio: l’ignavia di Benigno Zaccagnini, l’indifferenza di Amintore Fanfani, il calcolato opportunismo di Francesco Cossiga e Giulio Andreotti.
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Tratto dal libro I giorni dell’ira scritto dal giornalista statunitense Robert Katz che ha collaborato anche alla stesura della sceneggiatura, il film di Ferrara fu la prima opera cinematografica a rappresentare in modo completo e senza censure i fatti che portarono all’assassinio del presidente democristiano.
Muovendosi narrativamente su tre piani paralleli – le azioni dei brigatisti nel covo della prigionia, i tentativi della famiglia Moro per avviare una trattativa, i movimenti istituzionali atti a neutralizzare i congiunti per non cedere la linea della fermezza – il film fa un quadro oggettivo basato su fatti documentati, partendo dalla strage in via Fani del 16 marzo 1978 e arrivando al 9 maggio col rinvenimento del cadavere di Moro, in un momento storico in cui già l’esistenza della loggia massonica P2 era di dominio pubblico ma nulla si sapeva ancora di Gladio e di altre manovre occulte.
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Considerando il coinvolgimento della CIA e dei servizi segreti italiani di cui sappiamo oggi è facile cogliere allusioni dove allora non si potevano fare accuse: i vertici militari che definiscono ‘un problema’ aver ricevuto segnalazioni – rivelatesi poi esatte – sull’ubicazione della prigione di Moro1 o i depistaggi messi in atto per distogliere l’attenzione, anche improbabili come la storia del lago della Duchessa.2
Ma il film non teme di mettere a segno affondi mostrando ad esempio situazioni come l’approvazione del poster da affiggere in ricordo del grande statista, avvenuta nella segreteria del partito quando Aldo Moro era ancora vivo.
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Gian Maria Volonté veste ‘ufficialmente’ i panni di Aldo Moro dieci anni dopo il capolavoro Todo Modo di Elio Petri, dove interpretava un personaggio che in chiave caricaturale palesemente si rifaceva alla figura del presidente democristiano, e il film ce lo mostra subito all’inizio – nell’ultimo suo mattino di libertà – raccontare fiabe al nipotino Luca, mettendo in primo piano la dimensione privata dell’uomo dietro la figura pubblica.
Per Il caso Moro l’interpretazione così mimetica e umana di Gian Maria Volonté fu premiata al Festival di Berlino con l’Orso d’Argento al miglior attore.
Margarita Lozano ha il ruolo della moglie Nora Moro, questa meravigliosa attrice spagnola che ha spesso frequentato il cinema italiano partecipando a film come Porcile di Pier Paolo Pasolini, Per un pugno di dollari di Sergio Leone e Kaos di Paolo e Vittorio Taviani.
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La forza ancora intatta di un’opera come Il caso Moro è quella propria del Cinema d’inchiesta inaugurato da Francesco Rosi, capace di mettere in fila eventi e indizi a costruire un quadro dei fatti comprensibile a tutti; inserendo nel montaggio frammenti veri di telegiornali dell’epoca3 il film è abile a smascherare la delegittimazione di cui fu vittima l’Aldo Moro prigioniero, sepolto già in vita da uomini di potere che temevano sue eventuali rivelazioni. In un confronto con un brigatista si contrappongono le visioni di una Democrazia Cristiana monolitica partecipe del complotto ai danni delle fasce deboli della popolazione, con quella più realistica di un partito in mano alle correnti in lotta per appagare ognuna le proprie consorterie.
Mettendo questo secondo ritratto in bocca allo statista unitamente ad altri accenni politici, già trent’anni fa Giuseppe Ferrara aveva il coraggio di polemizzare per accendere i riflettori su una gestione occulta dello Stato che ha insanguinato la nostra repubblica fin dalla nascita.
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Rivedendo oggi Il caso Moro la musica di Pino Donaggio a tratti risulta un po’ datata nei suoi intenti sensazionalistici, ma nel complesso il film è un’opera solida ed obbiettiva che regge il passare del tempo e potrebbe esser adottata anche a scopi didattici per comprendere eventi che pesano ancora sulla storia collettiva del nostro Paese.

Didascalie immagini

  1. Locandina italiana
  2. Il regista, scrittore e critico cinematografico Giuseppe Ferrara / L’Aldo Moro cinematografico
  3. Movimenti concitati, equilibri precari e rapporti di forze occulti, come quelli con la loggia massonica P2
  4. Uno straordinario mimetico Gian Maria Volonté è Aldo Moro
  5. Lo statista democristiano e il nipotino Luca / Margarita Lozano è la signora Nora Moro
  6. Mattia Sbragia e Enrica Maria Modugno: i brigatisti / Il giornalista Mario Pastore e lo psicologo intervistato nel frammento televisivo / Bruno Corazzari è il Segretario della DC [Benigno Zaccagnini] e Sergio Rubini è il figlio di Aldo Moro, Giovanni
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    (© 1986 Yarno Cinematografica)

In copertina:
Gian Maria Volonté nei panni dell’Aldo Moro prigioniero durante i 55 giorni del sequestro (© 1986 Yarno Cinematografica)

NOTE

1 Durante le indagini per trovare la prigione di Aldo Moro da più parti venne fuori il nome Gradoli, anche segnalato da Romano Prodi in seguito a un’ipotetica seduta spiritica ampiamente pubblicizzata dai giornali, che portò a un blitz armato nel paesino del viterbese con questo nome. La signora Moro fece notare ripetutamente agli inquirenti la presenza di una via Gradoli – dove effettivamente era tenuto prigioniero il marito – sullo stradario di Roma, ma più volte questi ignorarono l’evidenza e in seguito lo stesso Francesco Cossiga ha negato pubblicamente che tale indicazione fosse stata data.

2 Il 18 aprile 1978 fu trovato il comunicato numero 7 delle Brigate Rosse che da subito presentava anomalie per il carattere grafico e il linguaggio diverso dai precedenti – si scoprì in seguito opera del falsario Antonio Chichiarelli, figura vicina alla Banda della Magliana ucciso nel 1984, ma nessuna indagine fu avviata su di lui – che dichiarava già eseguita l’uccisione di Moro e indicava il lago della Duchessa come ubicazione del cadavere. Le forze dell’ordine operarono ricerche nella zona nonostante l’evidenza di un manto nevoso intatto e le acque lacustri sigillate da quattro mesi con una spessa lastra di ghiaccio difficilmente penetrabile. Secondo rivelazioni recenti di Steve Pieczenik, esperto di terrorismo del Dipartimento di Stato USA in trasferta italiana per collaborare alla gestione della crisi, il falso comunicato serviva anche a preparare l’opinione pubblica all’uccisione di Aldo Moro.

3 Nel frammento di un programma televisivo il giornalista Mario Pastore intervista uno psicologo in merito alle lettere dalla ‘prigione del popolo’ di Aldo Moro, l’analisi fatta dal dottore insiste a sottolineare lo stato di costrizione dell’autore in base al quale ogni contenuto del carteggio sarebbe da reputarsi inattendibile. È il meschino tentativo del potere di screditare a priori ogni accusa che lo statista rapito avrebbe potuto rivolgere ai suoi colleghi di partito.

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Il caso Moro
  • Regia: Giuseppe Ferrara
  • Con: Gian Maria Volonté, Margarita Lozano, Mattia Sbragia, Consuelo Ferrara, Enrica Maria Modugno, Bruno Zanin, Enrica Rosso, Daniele Dublino, Piero Vida, Luciano Bartoli, Bruno Corazzari, Daniela De Silva, Maurizio Donadoni, Danilo Mattei, Umberto Raho, Paolo M. Scalondro, Franco Trevisi, Stefano Abbati, Massimo Tedde, Francesco Capitano, Sergio Rubini, Emanuela Taschini, Ginella Vocca, Silverio Blasi, Pino Ferrara, Nicola Di Pinto, Gabriele Villa, Francesco Carnelutti, Dante Biagioni, M. Ferrara Santamaria, Augusto Zucchi, Andrea Aureli, Benito Artesi, John Armstead, Salvatore Chiosi, Nadia Eliazarian, Salvatore Gioncardi, Jorge Krimer, Pino Morabito
  • Soggetto: Robert Katz dal suo volume I giorni dell’ira – il caso Moro senza censure
  • Sceneggiatura: Giuseppe Ferrara, Armenia Balducci, Robert Katz
  • Fotografia: Camillo Bazzoni
  • Musica: Pino Donaggio
  • Montaggio: Roberto Perpignani
  • Scenografia: Francesco Frigeri
  • Costumi: Laura Vaccari
  • Produzione: Mauro Berardi per la Yarno Cinematografica
  • Genere: Politico
  • Origine: Italia, 1986
  • Durata: 112’ minuti