Sono già trascorsi trent’anni dalla morte di Socrate ma l’Atene che scorgo di fronte a me non è poi così cambiata. Ancora una volta mi trovo a osservare l’acropoli da fuori: sotto di lei intravedo appena l’agorà, dove ho incontrato Protagora; all’orizzonte, invece, riconosco distintamente la Collina delle Muse, dove Socrate ha trascorso i suoi ultimi giorni. Mi trovo a circa tre chilometri dal cuore della polis, all’Accademia, la scuola che Platone ha fondato da circa vent’anni, nel 387, poco dopo esser rientrato dal suo viaggio a Siracusa. Il primo, a voler essere precisi, perché a Siracusa tornerà altre due volte per tentare, senza riuscirvi, di realizzare nella potente città l’ideale politico a lungo vagheggiato.
       È davvero un privilegio poter camminare per questi viali, dove si respira serenità e fermento; difficile potrà avvertire le stesse sensazioni chi, nei miei giorni, porterà il proprio cane a passeggio in un parco, ignorando che il muretto addosso a cui farà i bisogni è stato un tempo il sedile da cui Eraclide Pontico insegnava astronomia o Teeteto spiegava i numeri irrazionali o l’irascibile Speusippo iniziava i giovani alla filosofia.
       «È questa la scuola di Isocrate?», mi domanda all’improvviso un uomo con fare smarrito. Prima ancora che possa rispondergli, un ragazzo che ci passa accanto e che ha ascoltato la domanda, scoppia a ridere e rivolgendosi a lui esclama beffardo:
       «La scuola di Isocrate? Iperide, io ti conosco… Dimmi, hai forse pagato per entrare?».
       «Non ho pagato. E dal tuo sarcasmo capisco di essere nel posto sbagliato», risponde Iperide, visibilmente seccato. «Piuttosto, tu conosci me ma io non so chi sei».
       «Il mio nome è Aristotele e da poco sono discepolo qui in Accademia», si presenta il giovane.
       Dunque il ragazzo che ho di fronte e che ora mi guarda, forse accortosi del mio stupore, è colui che presto diventerà «il maestro di color che sanno»: così Dante definirà nella Commedia Aristotele di Stagira. Tutto mi sarei aspettato, tranne di incontrarlo prima ancora di Platone.
       «Perciò è questa la famosa Accademia di Atene, che i discepoli di Isocrate sostengono rivaleggi con la sua scuola di retorica?», domanda ancora Iperide.
       «Non vedo quale rivalità possa esserci tra noi», si inserisce una voce, che sorprende chi nel frattempo s’è fermato ad ascoltare. «Isocrate insegna la retorica, mentre noi qui formiamo uomini affinché diventino migliori e possano così governare la città».
Alcuni resti accademia di platone
      Eccolo, Platone, farsi largo tra i discepoli con passo e portamento tanto solenni da rivelare le sue origini aristocratiche.
      «È una nobile causa, Platone. Ma Socrate per provarci ha fatto una brutta fine…», replica senza alcuna delicatezza Iperide, accennando una smorfia. Platone non si scompone affatto.
     «Proprio la sua fine m’ha convinto ad abbandonare la politica. Se chi governa la nostra città non sa riconoscere l’uomo più giusto e lo manda a morire, non di politica, ma degli uomini che la faranno la filosofia deve occuparsi. Perché ci sarà un buon governo solo quando i filosofi diventeranno re o i re diventeranno filosofi», risponde.
      «Non credete che in politica più di tutto torni utile la retorica insegnata da Isocrate?», incalza Iperide.
     «Non lo credo affatto. Il buon politico, prima d’essere un buon oratore, deve essere un buon uomo. E solo la filosofia può aiutare l’anima degli uomini a ricordare il Bene», risponde Platone.
      «Ricordare? Conoscere, piuttosto», obietta Iperide, che cade nella trappola.
      «Non mi sorprende che chi tiene in grande considerazione la retorica s’inganni in tal modo sulla conoscenza. D’altronde gli eristi la giudicano perfino impossibile, poiché – dicono – chi cerca ciò che non conosce, allora non lo riconoscerà, mentre cercare ciò che già si conosce non ha alcun senso. Ma si sbagliano. L’anima, ogni anima, cerca soltanto ciò che ha già conosciuto. L’anima ha intravisto le idee prima di incarnarsi, ma caduta nel corpo, le ha dimenticate», chiarisce Platone.
      Il mito della biga alata, uno dei più famosi tra quelli narrati da Platone, descrive a perfezione la teoria della reminiscenza. Racconta di un carro guidato da un auriga (che rappresenta l’anima nel momento in cui trasmigra da un corpo all’altro) e trainato da una coppia di cavalli: il primo, bianco e docile, si dirige verso l’Iperuranio, il luogo al di là del cielo dove risiedono le idee; l’altro, nero e ribelle, tira invece il cocchio verso il mondo sensibile. Sta all’auriga ritardare la discesa e restare il più possibile a contemplare le idee. Se cadrà subito prigioniera del corpo, infatti, rinascerà ignorante, mentre sarà amante della Verità l’uomo la cui anima ha più a lungo contemplato la perfezione delle idee.Raffaello sanzio scuola di atene

      «Questo vuol dire che l’anima esiste prima del corpo?», domanda Iperide.
      «Prima e anche dopo, poiché l’anima è immortale. E credere che non lo sia è davvero da sciocchi. L’anima anima il corpo, proprio come il caldo lo scalda. Se per esser caldo, è necessario che il caldo non sia freddo, allora per esser anima, è necessario che l’anima non sia mortale», dice Platone.
      «Platone considera il corpo un ostacolo alla verità. In questo senso la morte libera l’anima», interviene Aristotele. Ma Platone subito puntualizza:
      «Eppure il corpo nella vita ha una sua utilità, perché attraverso i sensi ridesta la conoscenza. Solo che i più la identificano con la realtà e non cercano oltre il mondo sensibile».
      Dunque la teoria della conoscenza di Platone si struttura similmente a un déjà-vu, lo strano fenomeno psichico in cui ciò che viviamo ci sembra già vissuto. Mi domando se in qualche modo il déjà-vu abbia ispirato anche Platone e vorrei poterglielo domandare, ma la lingua francese nascerà tra più di mille anni e senza definirlo non saprei spiegargli cos’è, visto che neppure la scienza moderna c’è riuscita: un inganno percettivo, un corto circuito nella memoria, tracce di sogni dimenticati… le ipotesi sono diverse. Ma è proprio pensando a definire il déjà-vu che mi rendo conto di quanto conti definire qualcosa. È proprio sulla scia del concetto socratico che Platone individua nelle idee il principio unificatore del molteplice. E può affermare che:
      «La realtà è invece il mondo delle idee. L’idea di uomo, infatti, è ciò che Socrate è, ovvero il che cosa è Socrate, così come l’idea di città è l’essere di Atene o Elena è bella per nessun altro motivo se non perché partecipa dell’idea di bellezza. Gli enti del mondo sensibile imitano le idee, ma solo l’idea è essere immutabile ed eterno, perché rimane anche quando gli enti, mutevoli per natura, si corrompono. Non dei beni, dunque, ma del Bene, la più nobile e bella tra le idee, è giusto che gli uomini, e in particolare i politici, si occupino».
      «Io trovo che queste idee siano inutili e facciano perdere un sacco di tempo», esclama Iperide. Platone, che guarda Iperide come nel ventunesimo secolo un astrofisico guarderà uno youtuber, sbuffa ma pazientemente risponde:
Jan saenredam antrum platonicum
      «Perché quello che tu ritieni utile, caro Iperide, noi lo chiamiamo doxa, opinione, e non ci interessa. È chi come te non sa guardare oltre, che si accontenta di una conoscenza particolare, come quei prigionieri che ritengono reali le ombre proiettate sulla parete della caverna in cui sono tenuti legato. Loro non possono vedere il resto della scena, ma se uno di loro si liberasse e potesse voltarsi, vedrebbe il fuoco che produce le ombre e gli oggetti da cui prendono forma. E ancora, incredulo, vedrebbe che la caverna ha un’uscita e all’esterno, pur inizialmente accecato dalla luce del giorno, pian piano alzerebbe lo sguardo e conoscerebbe altri uomini e la natura, fino a poter guardare il Sole stesso. Quella luce è il Bene, oggetto del sapere universale. Ora io sono quel prigioniero che torna nella caverna per dirti che ciò che vedi non è tutto e che la Verità è là fuori. Ma tu non sei nemmeno in grado di voltare la testa e piuttosto ridi di me, credendomi pazzo. È quanto è successo anche a Socrate: voleva liberarvi, ma l’avete ucciso».
      Iperide tace e Aristotele tiene a stento una risata. Poi, quasi a stemperare l’imbarazzo, domanda:
      «Eppure è impossibile arrivare pienamente a conoscere le idee. Non è vero, maestro?».
      «Certo, quella è una conoscenza che appartiene agli dei. Per questo è necessario che vi sia un demiurgo, un dio ordinatore che sul modello del mondo intelligibile ha trasformato il caos originario nel mondo sensibile che conosciamo. Noi dobbiamo accontentarci della filo-sofia, che è amore del sapere. Non a caso Eros è figlio di Poros, la Ricchezza, e di Penia, la Povertà: come suo padre, va in cerca di quanto di più buono e bello vi sia, ma come sua madre è condannato a non possederlo mai e vive nel bisogno. Il bisogno di qualcosa che, di nuovo, ha conosciuto ma che ora non possiede più. Non ci diamo pace per cercare la verità, lo faremmo se non fossimo certi che esiste?».
      Forse sì. Lo faremmo anche senza alcuna certezza. Forse è una falla nel sistema uomo a condannarci da sempre e per sempre a cercare consolazioni, certezze, semplicemente un senso a un’esistenza che potrebbe non averne. L’amore in questo caso non dà molte garanzie: rinunciamo a sogni, roviniamo famiglie, rivoluzioniamo vite per inseguire quelle che si riveleranno meteore; e lo facciamo perché credevamo che fossero comete. Ma la sintesi di Platone è tanto perfetta da non ammettere repliche: gli uomini tendono all’assoluto di Parmenide, alcuni sanno intuirlo, ma alla fine si perdono nel divenire di Eraclito. Dentro la sua dottrina tutto è salvo, anche lo sforzo dei naturalisti che cercavano ciò che vi è di identico in tutte le cose molteplici. Persino i Sofisti hanno un ruolo, poiché per primi spostarono la ricerca dalla natura all’uomo. L’uomo a cui Socrate pone domande, e per cui Platone formula risposte.
Anselm feuerbach il simposio di platone
      «Tornerai dunque a trovarci, caro Iperide?», dice Platone con sincera premura. Lui quasi sorpreso, alza lo sguardo e accennando un sorriso, risponde:
      «Credo proprio di sì».
      Lo farà. E sarà tra i pochissimi a frequentare sia l’Accademia che la scuola di Isocrate, da cui apprenderà l’eloquenza che lo porterà ad essere il primo avvocato della storia. Mentre lo guardo incamminarsi verso l’uscita, vedo arrivare in senso opposto una figura che riconosco, grazie al flauto che porta sempre al collo: è Assiotea. È una donna, ma ancora nessuno lo sa. S’è camuffata da uomo – capelli cortissimi e una fascia stretta intorno al petto – pur di entrare in Accademia, che alle donne non è concesso frequentare. Non è tanto ingenua da credere che l’inganno potrà durare a lungo: le basta che tutti la riconoscano come donna prima dai suoi discorsi che dall’aspetto. E che, grazie ai suoi discorsi, le permettano di restare. Riuscirà nel suo intento, nonostante la riluttanza di Aristotele, e grazie a tanta ostinazione, la sua storia di dolore e riscatto giungerà fino a noi. Peccato sia arrivata solo ora, ma anche il mio tempo in Accademia è finito.
      Così, pur senza dire una parola, ho incontrato Platone. Ed è stato come finire in uno dei suoi dialoghi, che mai smetteranno di essere letti. La sua fortuna sarà tanto grande che il filosofo britannico Alfred North Whitehead dirà che «l’intera storia della filosofia occidentale non è che una serie di note a margine a Platone». È un giudizio estremo, ma è innegabile che, dopo Platone, chiunque proverà a filosofare, seguace oppure avverso alla dottrina delle idee, dovrà prima fare i conti con lui. Che forse nei secoli non avrà mes-so tutti d’accordo sull’immortalità dell’anima, ma ha dimostrato nei fatti l’eternità del proprio nome.

Didascalie immagini

  1. Alcuni resti dell’Accademia di Platone. L’area archeologica, situata in una zona industriale alla periferia di Atene, è stata trasformata in un parco pubblico quando, intorno agli anni ’60, il Comune decise di interrompere gli scavi. (fonte)
  2. Raffaello Sanzio, Scuola di Atene, affresco 1509-1511 circa, Città del Vaticano, Musei Vaticani [particolare]. Platone, raffigurato col volto di Leonardo Da Vinci, col dito rivolto verso l’alto, sembra indicare nell’idea l’oggetto della ricerca
    filosofica; Aristotele, dipinto con le fattezze di Bastiano da Sangallo, con la mano sospesa a mezz’aria, riporta invece l’attenzione sul mondo sensibile.
    (fonte)
  3. Jan Saenredam, Antrum Platonicum, incisione, 1604, British Museum, Londra (fonte)
  4. Anselm Feuerbach, Il simposio di Platone, olio su tela, 1869, Staatliche Kunsthalle, Karlshrue (fonte)

In copertina:
Jean Delville, La Scuola di Platone, olio su tela, 1898, Musée d’Orsay, Parigi (fonte)