Dopo il grande successo della mostra su Chagall, il Castello Ursino di Catania ospita fino al 23 ottobre 2016 il Museo della follia, esposizione ideata e curata da Vittorio Sgarbi. La mostra comprende opere di Antonio Ligabue, Pietro Ghizzardi, Cesare Inzerillo, centinaia di oggetti legati al tema della pazzia e documenti storici di notevole rilevanza storica e antropologica. Ma il tono emotivo prevale sul carattere documentaristico: tra i ritratti dei volti a brandelli dei malati e le loro testimonianze alla Rai, apparecchi per l’elettroshock e pupazzi dilaniati dall’alienazione, l’osservatore può vivere un intenso coinvolgimento empatico.
Come afferma Vittorio Sgarbi, l’esposizione non vuole additare e lanciare accuse: “…Un repertorio, senza proclami, senza manifesti, senza denunce. Uomini e donne come noi, sfortunati, umiliati, isolati. E ancora vivi nella incredula disperazione dei loro sguardi. Condannati senza colpa, incriminati senza reati per il solo destino di essere diversi, cioè individui.” Per il noto critico il Museo della follia è una sfida, poiché nella città di Salemi, per la quale fu inizialmente ideato, non potè essere realizzato a causa della mafia. Così il museo ha trovato spazio nella Biennale di Venezia, nel Convicinio Sant’Antonio a Matera, al Palazzo della Ragione a Mantova e infine a Catania.

La prima sezione si intitola “Tutti Santi – Le sculture di Cesare Inzerillo”: mummie di ammalati, medici e infermieri lottano contro il dolore e la morte. L’installazione “Tutti Santi” rappresenta una rivolta disperata contro il malessere psichico che strazia i personaggi dell’ospedale psichiatrico immaginato da Inzerillo. Qui le figure si confondono tra loro, accomunate da un aspetto scheletrico e orrorifico che incarna angoscia e paura e fa scorrere il brivido dell’abbandono e dell’estraneità sulla pelle dello spettatore. Pazienti e medici si mescolano indistintamente e tutti sono santi, perché tutti sovrastati da un dolore macabro che li avvicina sempre più al culmine della vita. Vediamo manichini ossuti con pantofole ai piedi e pigiama a righe tentare di murare la loro testa nel cemento, ma il direttore dell’ospedale he cessato di impastarlo perché giace rannicchiato entro una betoniera che ruota fragorosamente. Altri, scarnificati nel medesimo modo, grotteschi e moribondi, assumono pose innaturali; qualcuno siede su un letto, immobile e rassegnato, un altro sembra pregare sul pavimento, mentre nella scultura Finale di partita un personaggio con camice bianco e aureola, quasi simile a Cristo, gioca a carte con un invisibile giocatore di scacchi. Le installazioni richiamano le parole di Don Bachy mentre impersona un malato di mente cantando: “Me ne sto lì seduto e assente/ con un cappello sulla fronte / e cose strane che mi passan per la mente/ avrei una voglia di gridare / ma non capisco a quale scopo / poi d’improvviso piango un poco / e rido quasi fosse un gioco”.

Una voce accompagna una misteriosa installazione con una tavola in legno intitolata Cicì t’aspiettu (Cicì ti aspetto): “Cicì u sai chi taiu a cuntari? / Un’firmiere m’arrealò un vistito troppu bellu / Ma per uora un mu metto. Aspettu a festa e a tia ca mi veni a pigghi pi ‘nesciri / A proposito Cicì, ma quannu mi veni a pigghi? / Mi ricisti ca iu c’avia a stari sulu un misi ‘nta stu postu! / Cicì ri tia aiu bisogno!” (Cicì…. lo sai che ti devo raccontare? / Un’infermiere mi ha regalato un vestito molto bello. / Ma per ora non lo metto, aspetto la festa / e a te che mi vieni a prendere per uscire…/ A proposito Cicì, ma quando mi vieni a prendere? / Mi avevi detto che dovevo stare solo un mese in questo posto! / Cicì di te ho bisogno!) Le parole sono tratte da una lettera di Sarò Quartararo del 1972, proveniente dall’ospedale psichiatrico di Palermo. Spesso le lettere scritte dai malati non uscivano fuori dai manicomi, né quelle dei loro cari raggiungevano i destinatari. Così i degenti erano lasciati a se stessi, privi di qualunque contatto sociale e affettivo, in balia dei soli struggenti ricordi. Quella era l’umanità dolente, celata al mondo prima che la legge 180, ispirata allo psichiatra Franco Basaglia, decretasse la chiusura dei manicomi.
Nella sezione “La griglia – Fotografie, dipinti e neon” compare una griglia di oltre cinque metri, composta da novanta volti di pazienti provenienti dalle cartelle cliniche di ex-manicomi italiani, con un neon luminoso che segue il contorno di ogni ritratto, leggermente mascherato per rispettare la privacy dei malati. Quei volti parzialmente obliati contribuiscono ancor di più a rendere il senso di alterità e tetraggine che li attanagliava.

“Nulla di strano o di originale, nulla di specifico; tutto di doloroso”, annuncia la sezione “Stanza dei ricordi”, in cui immagini, oggetti, documenti narrano l’umiliazione e il dolore dei folli. E nella mente di un ascoltatore di Don Bachy possono riecheggiare ancora le sue parole: “Sopra un lettino cigolante / in questo posto allucinante / io cerco spesso di volare nel cielo / non so che male posso fare / se cerco solo di volare / io non capisco i miei guardiani/ perché mi legano le mani”. Numerose teche espongono testi in lingua originale che hanno trattato il tema della follia nel corso dei secoli, come Schizophrenia di Manfred Sakel o una rivista sperimentale di freniatria del 1967, farmaci ritrovati nei manicomi come tintura di iodio, mannite e fialette odontalgiche Dr. Knapp, nonché effetti personali dei pazienti come il sandalo, la tazza, il cucchiaio, la chiave.
La sezione “Franco Basaglia – Legge 180”, prevede la proiezione di due documentari, concessi da Rai Teche, che illustrano le due linee di pensiero sui manicomi italiani: “Linea Diretta – Discussione su Legge 180” e “X Day – I grandi della Scienza – Franco Basaglia”. Se c’era chi sosteneva che l’unico modo di comunicare con i malati fosse l’imposizione della forza, c’era chi invece, come Basaglia, conduceva una dura battaglia contro la realtà manicomiale.
La sezione “O.P.G.”, che sta per ospedali psichiatrici giuridici, mostra un video di denuncia degli stessi, realizzato dalla Commissione Parlamentare di inchiesta sull’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale, ma mostra anche le immagini di ambienti desolati dell’ospedale psichiatrico di Teramo, abbandonato, che Fabrizio Sclocchini vivifica con delicati e poetici omaggi floreali.

Un’altra sezione del Museo della follia nasce nel 2015, dalla collaborazione con il Centro Studi & Archivio Antonio Ligabue, ed è dedicata alle opere d’arte di Antonio Ligabue e di Pietro Ghizzardi. Nel primo caso, gli attriti che l’artista ha con il mondo sono proiettati negli animali domestici e selvatici che popolano foreste intricate e inquietanti o campi idillici. Il malessere psichico di Ghizzardi, invece, è introiettato nella sfera umana, rappresentata da una galleria di singoli uomini e donne apparentemente simili ma dalle dimensioni psicologiche eterogenee; l’alterazione non fa rifugiare il suo estro nell’animalità ma nella compassione umana, solidale e naïf.
Ma sono esposte anche altre opere che affrontano la tematica della follia dal ‘600 a oggi. Come afferma Sgarbi, “nella storia dell’arte, anche prima dei casi clamorosi di Van Gogh e di Ligabue, molti sono gli artisti la cui mente è attraversata dal turbamento, che si esprimono in una lingua visionaria e allucinata”. Pensiamo a Giovanni Carnovali, detto il Piccio, che perse la vita in un fiume, per caso o per via del suo enorme disagio nel mondo. Lui con il Ritratto di Federico Frizzoni del 1840 preferisce dipingere un paesaggio interiore anzichè ossequiare la pittura ufficiale; così coglie la fragilità e l’irrisolutezza di un volto umano, come quello semplice e disarmato ne L’adolescente di Silvestro Lega. Filippo Cifariello esorcizza tumulti e drammi della sua esistenza mediante un’opposta quiete, una compostezza ideale e incorruttibile di stampo classico, come vediamo nel bronzo Testa di donna con treccia. La follia devasta Gino Rossi sino a trascinarlo nel manicomio di Sant’Artemio di Treviso, ove muore, ma lasciandoci capolavori ispirati a Cézanne, Gauguin, Van Gogh e altri. Lorenzo Alessandri, invece, rende folle Monna Lisa, che scopre i suoi attributi maschili alla vista di un pubblico di scrofe e di inservienti dai volti di uccelli. Follia nelle opere, follia negli artisti. Questo e altro ancora, al Museo della Follia di Vittorio Sgarbi.

Didascalie immagini
- Cesare Inzerillo, Paziente N.1, Museo della Follia
- Cesare Inzerillo, Parroco e chierichetto, Penitente, Museo della Follia
- Stanza della Griglia, Museo della Follia
- Lorenzo Alessandri, Gioconda modella invereconda, 1982, olio su masonite, 70×100 cm, collezione privata
- Antonio Ligabue, Lavoro nei campi, olio, faesite, 68.5×79 cm
In copertina:
Cesare Inzerillo, Paziente N.1, Museo della Follia
[particolare]
Orari: Da lunedì a venerdì 9:00 – 19:00
sabato, domenica e festivi 9:00 – 20:30
(ultimo biglietto un’ora prima della chiusura)
Dove e quando
Evento: Museo della Follia – Antonio Ligabue, Pietro Ghizzardi
- Fino al: – 23 October, 2016
- Sito web