I carcerieri m’hanno fatto strada senza fare domande. C’è chi è pronto a giurare che non ostacolerebbero nemmeno il piano escogitato dal fido Critone per far fuggire Socrate. Ma Socrate non scapperà. L’ha messo a morte la rinata democrazia, che ha rovesciato il regime oligarchico dei Trenta Tiranni capeggiato da Crizia. Ma è una democrazia assai diversa da quella di Pericle, che pure è morto da appena trent’anni.
La cella è buia e sembra vuota. Poi un filo di luce illumina qualcosa che si muove in un angolo; sembrava un mucchio di stracci, invece è Socrate. Se ne sta sdraiato come sempre a piedi nudi, la barba sciatta e indosso un cencio che lo copre appena. La trascuratezza che presenta qui dentro non dev’essere tanto diversa da quella che l’ha caratterizzato per tutta la vita e che, insieme all’innegabile bruttezza, rappresenta un’anomalia rispetto alla kalokagathia, la concezione secondo cui i greci intendono la virtù sempre connessa al bell’aspetto. Ma certo il paradosso più grande, che l’ha reso il personaggio più misterioso della filosofia, è che un uomo che ha dedicato l’intera esistenza al pensiero, non abbia scritto niente. Non è una casualità: per Socrate la filosofia è un esame incessante di sé e degli altri che nessuno scritto può dirigere. Non è perciò da insegnare: piuttosto va fatta. Ma proprio l’assenza di suoi scritti, darà modo alle sue fonti di alterare le notizie con cui ce lo racconteranno. Senofonte, Aristofane, Aristotele, Platone… chi in negativo, chi (fin troppo) in positivo, ognuno ci metterà del suo. Il caso Socrate sarà destinato a restare dunque un mistero per chi non ha avuto la fortuna di incontrarlo di persona. Ma è una fortuna che oggi è toccata a me.

«Socrate», lo scuoto, «sono venuto a dirti che la nave sacra di ritorno da Delo ha appena attraccato in porto». E mi sorprendo nel dargli del tu, sentendolo evidentemente familiare.
«Allora il sogno non mentiva», risponde serenamente. «Due notti fa, mentre dormivo, una donna velata di bianco m’ha detto: “fra tre giorni tornerai al fecondo paese dei morti”. Stanotte finalmente potrà essere eseguita la sentenza».
«Finalmente, Socrate?», gli domando. Lui, quasi sorpreso, mi risponde:
«È dal giorno della nascita che siamo tutti condannati a morte. Perché temerla? O sarà come un dolce sonno senza sogni o sarà una migrazione dell’anima in un luogo che noi non conosciamo e non possiamo dire se sia bello o brutto. È ciò che conosciamo che dobbiamo temere: l’ingiustizia, per esempio».
«Ma tu conosci l’ingiustizia, Socrate? La subisci per opera di uomini malvagi, eppure ti rifiuti di fuggire per paura di compierla nei loro confronti», protesto io. Socrate si solleva un poco e mi riserva un’occhiata che basterebbe da sola a convincermi d’essere in errore. Ma poi, con pacatezza amorevole, risponde:
«È pertanto questa l’ingiustizia? Condannare Socrate? Questo è solo un esempio di ingiustizia e per di più sei tu a dirlo. Ma ti domando: per chi mi condanna, l’ingiustizia non sarebbe forse assolvermi? E ancora: quelli che tu chiami “uomini malvagi”, non sono piuttosto uomini ignoranti? Se conoscessero la verità, potrebbero commettere ingiustizia? Certamente no, perché una verità che si sottomette alle passioni o agli interessi personali è una presunzione di verità, niente più che un’opinione. Ma cos’è allora l’ingiustizia? Indubbiamente non la colpa di un ignorante. È forse sbagliato dire allora che commetterei un’ingiustizia più grave io, che conosco veramente il bene, se fuggissi non rispettando le leggi di Atene?».

È una risposta magistrale, che riassume in poche battute due capisaldi del pensiero di Socrate. Da una parte il razionalismo morale («chi fa il male, lo fa per ignoranza del bene»), per cui Socrate verrà poi criticato di intellettualismo da chi lo ammonirà d’aver sottovalutato il potere della volontà e delle emozioni; dall’altra il ti estì (“che cos’è?”), l’invito alla ricerca di un’essenza universale, che solo il pensiero può cogliere, spingendosi oltre le esperienze particolari, che invece giustificano il relativismo conoscitivo della Sofistica.
Aristotele attribuirà proprio a Socrate la scoperta del concetto, grazie a cui la filosofia può superare il pantano in cui la retorica di Protagora e Gorgia l’avevano spinta. Pur condividendo con loro il disinteresse per le ricerche sulla natura e l’orientamento dell’indagine sull’uomo, Socrate si distingue dai sofisti non solo per la gratuità del proprio insegnamento, ma anche nell’opporre al loro pragmatismo individualistico e amorale una prospettiva fortemente etica e una fiducia nei confronti di una verità comune, che dunque esiste e va ricercata continuamente. Potremmo dire che Socrate supera la Sofistica proprio col relativismo, la stessa arma con cui i sofisti s’erano sbarazzati della filosofia della natura: affermare che nessuna delle convinzioni umane può presentarsi come verità assoluta, non equivale ad ammettere che almeno questa verità è universale o che anche questa posizione è relativa?
«Ti capisco, Socrate, e ti ammiro», rispondo io, «ma questo non consola il rimpianto nel vedere uomini che gioiscono della tua condanna. Quel buffone di Aristofane, per esempio…».
«Aristofane non m’ha mai sopportato. S’è preso gioco di me anche ne Le Nuvole, la commedia che presentò alle Grandi Dionisie. Ma quando la giuria lo relegò negli ultimi posti, quanto bruciò la sconfitta!», ricorda sorridendo. «D’altra parte posso preoccuparmi di lui, che va in giro a dire che sono il peggior sofista? E come potrei? Se almeno fossi sapiente come Gorgia, allora non esiterei a farmi pagare. Ma la mia unica conoscenza è di sapere che non so niente; ed è una conoscenza che non si può vendere».
«Infatti sei povero in canna», sostengo io, «ma sapere di non sapere non è forse la più grande delle ricchezze che hai?», gli domando.
«Non sono io a dirlo, ma l’oracolo di Delfi. Quando la Pizia risponde a Cherofonte dicendo che nessun uomo è più sapiente di Socrate, vuol dire proprio questo: che il solo sapiente è colui che è consapevole di non esserlo. D’altronde, quando io ho interrogato coloro che si ritenevano sapienti, pungolandoli con insistenza come un tafano, ho scoperto che le loro risposte conducevano a un vicolo cieco», e sorride beffardo, ricordando come ha sgretolato le mie certezze sull’ingiustizia. Tossisco d’imbarazzo; poi cerco di dimostrargli che ho capito:
«Non è questo lo stato di aporia tanto fecondo per la vera conoscenza?»
«Certamente. Solo rendendosi conto della propria ignoranza e abbandonando la persuasione del sapere, ci si può incamminare verso la verità. Io con le mie domande ironiche provo a riaprire spazi che risposte sbagliate hanno chiuso. Ma dentro quegli spazi ognuno deve cercare la strada per avvicinarsi il più possibile alla verità», risponde.
Platone sosterrà che il maestro avesse imparato l’arte della maieutica dalla madre Fenarete, levatrice: al contrario di chi voleva imporre le proprie vedute con l’arte della parola, Socrate aiutava i suoi discepoli a generare la loro verità, così come la madre aiutava le donne a partorire.
«Eppure Meleto, Anito e Licone ti accusano di corrompere i giovani», osservo io.
«Non solo. M’accusano perfino di ateismo e di introdurre nella pòlis nuovi dei. È per questo che mi hanno condannato. Ma so bene che il mio è stato un processo politico», sostiene Socrate. «I democratici non mi perdonano l’amicizia con Alcibiade e Crizia, che ad Atene si sono fatti molti nemici. E questo nonostante abbia dimostrato di non condividere le scelte dei Trenta Tiranni, quando mi rifiutai di diventare complice nell’arresto di Leone di Salamina. Una disobbedienza che mi sarebbe costata la vita, se solo Trasibulo non avesse dato vita alla rivolta».
«C’è dell’altro, Socrate. I politici ateniesi ti temono. Tu vai cercando la verità in una polis fondata su interessi personali, parli di virtù a uomini che chiedono solo obbedienza alle regole di Atene. Tu vuoi educare i giovani per creare una città che domani sia migliore, ma la democrazia guarda con sospetto all’autonomia dei cittadini. E quando vai dicendo d’esser guidato da un demone che ti trattiene dal fare cose ingiuste, ecco che i nemici prendono la palla al balzo e ti accusano di eterodossia», sostengo io.
«Ma il demone non è un dio. È una voce che mi guida e mi aiuta a non sbagliare. E se non mi ha parlato, mentre sono qui ad attendere la morte, è perché evidentemente sa che sono nel giusto. D’altronde i sofisti si lasciano condurre dall’utilità per ottenere beni materiali; perché io, che miro alla virtù, non posso affidarmi a un demone per governare la mia anima?».
L’anima. Quella psuché che per Omero era una sorta di fantasma o che per gli orfici era prigioniera del corpo o che i poeti individuavano come sede dei sentimenti, con Socrate diviene coscienza razionale e morale, essenza stessa dell’uomo, oggetto di virtù. E punto d’arrivo della sua filosofia.

«Devo andare, Socrate», gli dico, salutando. «A breve verranno a dirti addio anche Santippe e i tuoi figlioli. È opportuno che non mi trovino qui e che non tolga loro del tempo prezioso».
«Senza dubbio verranno anche Critone, Platone e gli altri compagni» risponde, senza sapere che invece Platone, malato, non ci sarà. «È con tutti loro, con cui ho speso la mia vita, che voglio trascorrere i miei ultimi istanti. Ma ti ringrazio per la compagnia, caro… scusami, non conosco il tuo nome», osserva.
«Federico, Socrate… Mi chiamo Federico», rispondo con sincerità. Lui aggrotta le sopracciglia folte e divertito esclama:
«Federico… che nome curioso!».
Ci sono due tipi di viaggiatori. Per chi parte con in testa una destinazione, il viaggio è solo il mezzo per raggiungere la meta: che sia il più breve ed economico possibile. Ma c’è anche chi parte avendo il viaggio come obiettivo: certo, sceglie la sua direzione ma più che dove arriverà, gli interessa la bellezza del cammino. Il caffè all’autogrill, un incontro in stazione, il treno che passa e su cui si ha il coraggio di salire, lo scorcio inatteso e la foto della vita: è questa la vera meta. Nel cammino del pensiero, Socrate è stato un viaggiatore di questo tipo. Non conosceva il suo punto d’arrivo, ma sapeva quale strada percorrere. Di più: si mise in cammino proprio per cercare la sua meta e ben conscio che quasi certamente, in questa vita, non l’avrebbe trovata. E a chi gli rimproverò di non aver saputo disegnare mappe, possiamo rispondere: vero, ma insegnò agli uomini cosa mettere in valigia.
Didascalie immagini
- Jean-Baptiste Regnault, Socrate strappa Alcibiade dalle lusinghe del piacere, olio su tela, 1791, Louvre, Parigi (fonte)
- La prigione in cui Socrate fu rinchiuso e bevve la cicuta si trova sul Colle di Filopappo (noto anche come Collina delle Muse) (fonte)
- Affresco riproducente la statua di Socrate realizzata da Lisippo e collocata nel Pompeion di Atene, I secolo, Museo di Efeso, Selcuk (Turchia) (fonte)
- Jacques-Louis David, La morte di Socrate, olio su tela, 1787, Metropolitan Museum, New York (fonte)
In copertina:
Una scena tratta dal film Socrate (1970) di Roberto Rossellini; l’attore Jean Sylvere (in primo piano) interpreta il filosofo ateniese (© 1970 Orizzonte 2000 / Rai Radiotelevisione Italiana / TVE televisione spagnola / ORTF)