Sono passati più di 30 anni da quando Peter Brook presentò nel 1985 il suo Mahabharata al Festival d’Avignon, ridefinendo – di fatto – gli standard del teatro contemporaneo. Lo spettacolo riassumeva con un linguaggio asciutto e minimale il massimo testo dell’Induismo, il Mahābhārata, in cui per la tradizione hindu, come ricorda lo stesso regista, tutto è compreso: “gli Indiani dicono – annota Peter Brook – che ogni cosa è contenuta nel Mahābhārata, e se non è nel Mahābhārata non esiste.”

La parte che potremmo definire “epica” del Mahābhārata, sulla quale si basava lo spettacolo del 1985 così come la sua riduzione cinematografica del 1989, ruota attorno allo scontro tra due schieramenti che – semplificando molto – potremmo identificare con il bene e il male. Una storia che parla di morte e di distruzione, ma anche dell’impossibilità di evitare ciò che deve essere fatto e sulla ricerca costante del giusto modo di ristabilire e mantenere l’armonia del mondo.

Peter Brook ha dichiarato in più occasioni che uno spettacolo del genere non sarebbe ripetibile. Però il maestro del teatro occidentale, a 90 anni appena compiuti, ha deciso di regalare al suo pubblico Battlefield, uno spettacolo di poco più di 1h che si basa su riflessioni a posteriori riguardo la guerra appena avvenuta e i suoi dieci milioni di morti lasciati sul campo di battaglia.

Battlefield

Il testo teatrale si basa dichiaratamente sul quello del 1985 scritto da Jean-Claude Carrière, e come allora Marie-Hélène Estienne ha collaborato all’adattamento e alla regia. Ma non si tratta di una riduzione ulteriore o di una semplice riproposizione, bensì di una prospettiva lucida e attuale sul mondo di oggi:

Vogliamo parlare di quello che accade – spiega Peter Brook – dopo la battaglia. In entrambi gli schieramenti, i leader attraversano un momento di profondo dubbio; chi vince afferma: ‘la vittoria è una sconfitta’; chi perde ammette: ‘avremmo potuto evitare questa guerra’. Nel Mahābhārata alla fine i leader hanno la forza di porsi queste domande. Per questo la reale platea a cui ci rivolgiamo è composta da Obama, Hollande, Putin e da tutti i presidenti.

Oggi quindi Brook torna quindi ad attingere al Mahābhārata, ma lo fa per ricavarne una chiave di lettura della natura umana, che possa far luce anche sul presente. Il racconto epico infatti qui scompare quasi del tutto, restando sullo sfondo: al suo posto ci sono una serie di “parabole”, presentate al pubblico come in una sorta di rituale di racconto collettivo. L’origine induista delle storie si diluisce a tal punto da far emergere ciò che queste hanno in comune con gli altri grandi testi sacri del mondo.

Per tutta la durata della performance lo spettatore si sente accolto in uno spazio tempo indefinito, e diventa parte di un rituale ancestrale quanto universale: la narrazione come fissazione della memoria collettiva è comune a tutte le culture umane, e non a caso la regia riesce sapientemente ad eliminare la maggior parte dei tratti culturali induisti, per consegnarci qualcosa che parla a tutti gli uomini, indipendentemente dalla loro cultura o appartenenza religiosa. A differenza dello spettacolo degli anni ’80 – che provocò in alcuni ambiti non poche polemiche circa l’appropriazione occidentale di un testo sacro orientale – in questo caso sparisce ogni traccia di “esotismo”.

Battlefield
    
La scena è infatti composta semplicemente da un pavimento color terra, il campo di battaglia rosso forse a causa del sangue versato. Una terra che potrebbe essere in realtà ovunque. Costumi e oggetti scenici – semplici bastoni, sciarpe e foulard – sono ancora nei colori del beige, dell’ocra e del rosso, con cromatismi che rimandano comunque a una natura arsa dal sole – le piante e il bosco sono solo evocati con le parole, mentre gli animali prendono vita grazie al corpo dei quattro protagonisti.

Una semplicità, quella di Battlefield, che affida quindi il peso del racconto al corpo dell’attore e al sottofondo delle percussioni di Toshi Tsuchitori, presente di fatto come quinto protagonista sul palcoscenico. In particolare le percussioni sottolineano ogni momento con battiti e ritmi perfettamente integrati e che in alcuni momenti ricordano quasi quelli di un cuore. Anche il linguaggio è semplice e asciutto – ma non scarno – regalando anche alle parole che parlano di morte una sorta di “insostenibile leggerezza”. Assente in gran parte la dimensione del pathos che forse in qualche punto avrebbe potuto emergere maggiormente per suscitare nello spettatore un maggiore coinvolgimento.  

Battlefield

Se alla fine i due superstiti Dhritarashtra e Yudishtira arrivano ad annullare le differenze nel comune dolore, anche lo spettatore può – e dovrebbe – partecipare a questo confronto, che in realtà non riguarda solo il vecchio re cieco e suo nipote ma l’umanità intera. Un’umanità che sembra perennemente incastrata in un destino di guerra senza riuscire a trovare il proprio dharma per raggiungere l’armonia.  

Battlefield è insomma una macchina leggera ed efficiente, che funziona però solo a patto che lo spettatore si affidi completamente al regista e agli attori, partecipando a questo momento di racconto collettivo. In questo senso forse è un po’ penalizzante vedere lo spettacolo dai posti più distanti, dove per forza di cose si diluisce il senso di raccoglimento creato in scena.

Lo spettacolo ha debuttato nel 2015 al Théatre des Bouffes Nord di Parigi, ormai “casa” di Brook da molti anni, ed è già stato presentato con successo di pubblico e critica in Europa (a Londra), in Asia (Mumbai e Hong Kong); Battlefield arriva ora in Italia, e approda in questo caso al Teatro della Pergola di Firenze come esclusiva regionale nell’ambito del ricco palinsesto di Fabbrica Europa 2016.

Didascalie immagini

  1. Ritratto di Peter Brook
    (Foto © Marian Adreani)
  2. Battlefield
    Carole Karemera, Sean O’Callaghan, Jared McNeill, Ery Nzaramba
    (Foto © Caroline Moreau)
  3. Battlefield
    Carole Karemera, Jared McNeill, Ery Nzaramba
    (Foto © Caroline Moreau)
  4. Battlefield
    Ery Nzaramba
    (Foto © Pascal Victor)

In copertina:
Battlefield (Foto © Caroline Moreau)

BATTLEFIELD

basato sul Mahābhārata e lo spettacolo scritto da Jean-Claude Carrière

adattato e diretto da Peter Brook e Marie-Hélène Estienne

musica Toshi Tsuchitori

luci Philippe Vialatte

costumi Oria Puppo

con Carole Karemera, Jared McNeill, Ery Nzaramba e Sean O’Callaghan

musicista Toshi Tsuchitori

Produzione: C.I.C.T. / Théâtre des Bouffes du Nord
in coproduzione con The Grotowski Institute; PARCO Co. Ltd / Tokyo; Les Théâtres de la Ville de Luxembourg; Young Vic Theatre; Singapore Repertory Theatre; Théâtre de Liège; C.I.R.T., Attiki Cultural Society and Cercle des Partenaires des Bouffes du Nord

Uno spettacolo della Fondazione Teatro della Toscana nell’ambito di Fabbrica Europa

Spettacolo in inglese con sopratitoli
adattamento e traduzione a cura di Luca Delgado

Tournè

  • 29 – 30 maggio 2016: Teatro Storchi / Modena / Italia
  • 03 – 05 giugno 2016: Printemps des Comédiens / Montpellier / Francia
  • 09 –12 giugno 2016: Teatros del Canal / Madrid / Spagna
  • 28 settembre – 09 ottobre 2016: Brooklyn Academy of Music / New York / USA
  • 25 – 29 ottobre 2016: Atelier Théâtre Jean Vilar / Louvain-la-Neuve / Belgio
  • 03 – 04 novembre 2016: Théâtre de Sartrouville / Francia
  • 30 novembre – 2 dicembre 2016: Radiant-Bellevue / Caluire-et-Cuire / Francia
  • 07 – 09 dicembre 2016: Théâtre de Villefranche / Francia
  • 04 – 08 gennaio 2017: La Comédie de Clermont / Clermont-Ferrand / Francia
  • 12 – 14 gennaio 2017: Les Théâtres de la Ville de Luxembourg / Lussemburgo
  • 18 – 20 gennaio 2017: Comédie de l’Est / Colmar / Francia
  • 28 febbraio – 2 marzo 2017: Théâtre de Nice / Francia
  • 06 – 08 marzo 2017: Comédie de Saint-Etienne / Francia
  • 26 – 30 giugno 2017: Théâtre des Nations / Mosca / Russia

Dove e quando

Evento: Battlefield
  • Fino al: – 30 June, 2016
  • Indirizzo: Via della Pergola 12-32, Firenze
  • Sito web