Quale fosse l’assetto urbanistico di Ghardaïa negli anni Trenta del secolo scorso lo documenta il sintetico schizzo che Le Corbusier tracciò sul suo taccuino di appunti durante il viaggio in Algeria del 1933. Il grande architetto e urbanista tornava a Ghardaïa, nella valle dello M’zab, dove era stato due anni prima, scegliendo questa volta di arrivarci in volo a bordo di un piccolo aereo. La visione della città dall’alto, con la sua strada a spirale che si avvolge attorno all’antica moschea, situata al culmine della collina sui cui fianchi si distende l’agglomerato urbano, la rende simile a una grande conchiglia adagiata in mezzo alle sabbie del Sahara, circa 600 km a sud di Algeri.
1 veduta aerea di ghardaia-foto george steinmetz
Le Corbusier, durante la sua prima visita aveva chiesto inutilmente di poter eseguire dei rilievi di quelle case che gli apparivano “costruite secondo piani emozionanti per efficacia e deferenza verso i desideri dell’anima”, incontrando il netto rifiuto di una comunità chiusa, insediatasi nell’interno dell’Algeria da un millennio. Ma chi sono quelli che l’architetto definì gli “ugonotti musulmani”, perseguitati a causa della loro fede, arroccati in cinque città fortificate (ksar) sorte una vicina all’altra fino a costituire una vera e propria pentapoli lungo il corso dello M’zab? Questo oued, il cui letto polveroso serpeggia nella pianura desertica, pronto a trasformarsi repentinamente in un fiume impetuoso al primo scroscio di pioggia, offrì con le sue oasi il luogo dove un nucleo di appartenenti alla setta degli ibaditi si stabilì intorno all’anno Mille.
2 beni-isguene al crepuscolo-foto donata brugioni
La setta degli ibaditi, nata nell’VIII secolo in Mesopotamia, è oggi maggioritaria solo in Oman, mentre in Nord Africa, oltre che nella valle dello M’zab, esistono comunità di ibaditi solo nell’interno della Libia e nell’isola tunisina di Djerba; gli ibaditi rappresentano in un certo senso la “terza via” dell’islam, e si differenziano nettamente da sunniti e sciiti oltre che per alcune posizioni dottrinarie, anche perché ritengono che la salvezza non provenga solo dalla fede, ma che questa debba essere accompagnata dalle opere. Pertanto sono impegnati in attività lavorative, prevalentemente artigianato e commercio, considerate come un dovere morale; da qui la definizione di “ugonotti musulmani” attribuita da Le Corbusier a una comunità che si distingue per la vita rigorosamente priva di lussi e ascetica, e che conserva gelosamente le proprie tradizioni, la propria identità e la propria lingua, il berbero Tamazight – riconosciuto in Algeria come lingua ufficiale dello stato nel gennaio 2016.
3e4 insegna araba tamazight e francese-uomini nello m zab indossano pantaloni a cavallo plissettato e kumma-foto donata brugioni
Fino a pochi anni fa, agli uomini – spesso lontani nei frequenti viaggi per seguire i propri commerci – era fatto divieto di sposare donne che non appartenessero a famiglie della pentapoli, mentre le donne, dal canto loro, non potevano uscire dalla valle. Le donne dello M’zab appaiono improvvisamente nei vicoli delle loro antiche città, figure avvolte in un lungo manto bianco che lascia intravedere solo un occhio, e scivolano silenziose lungo i muri; appena i loro passi le conducono ad avvicinarsi a un estraneo, scompaio rapidamente in una porta o dietro un angolo, dando l’impressione di essere inghiottite dal nulla. Cuore delle loro impenetrabili case, il telaio, dove vengono tessuti tappeti dai disegni geometrici tipici della cultura berbera, gli stessi che si tramandano immutati da secoli e che con i loro vivaci colori animano la piazza del mercato di Ghardaïa; qui ogni anno, in occasione dell’equinozio di primavera si tiene una grande fiera riservata a questa produzione artigianale, con una sfilata di carri addobbati da tappeti provenienti dalle varie regioni dell’Algeria.
5 ghardaia piazza mercato e portici-foto donata brugioni
Ghardaïa è la città più importante tra quelle che costituiscono la pentapoli mozabita, la più grande ma anche quella che maggiormente ha visto modificarsi nel tempo l’originario tessuto urbano: gli insediamenti della pentapoli sorsero tutti sulla sommità di collinette lungo il corso dello M’zab, nel raggio di cinque chilometri, e ogni nuova città nasceva quando l’aumento della popolazione saturava lo spazio disponibile all’interno delle mura, che coincideva con il raggio entro il quale poteva essere udita da tutti gli abitanti la voce del muezzin che chiamava alla preghiera. Per prima venne fondata El-Atteuf (1012), sorta su un’ansa dello M’zab, alla quale seguirono in breve tempo Melika (1017), Bou-Noura e Ghardaïa, nate entrambe nel 1046, e infine Béni-Isguène (1321): quest’ultima, considerata la città santa, è anche quella che ha conservato quasi intatta la struttura originaria.
6 nei vicoli di el atteuf e beni-isguene-foto donata brugioni
Nate in una zona desertica, le città dello M’zab vennero costruite ex novo e furono realizzate secondo un preciso schema organizzativo che riguardava non solo l’assetto urbanistico, ma anche le singole case, costruite in base a un modello unitario prestabilito: sulla sommità della collina sorge la moschea, fortificata e dotata di un alto minareto che svolge anche la funzione di torre di avvistamento; una strada a spirale scende lungo i fianchi della collina, mentre una serie di scalinate a raggiera la intersecano portando direttamente dalla sommità alla pianura sottostante. Le abitazioni, disposte in cerchi concentrici, sono distribuite in base alle attività svolte dagli occupanti: intorno alla moschea i religiosi – i tolba, il cui nome significa “i figli di coloro che detengono la fede” – e poi, via via che si scende vero il basso, artigiani e mercanti, riservando alle attività considerate meno spirituali la fascia più esterna, vicina alle mura – le cui porte, fino a non molti anni fa venivano chiuse al calar del sole. Nella pianura sottostante, lungo il corso dell’oued, i palmeti dell’oasi offrono ombra e refrigerio alle case nelle quali buona parte degli abitanti si trasferisce durante l’estate.
7e8 feritoie decorate ingresso ornato di stucchi-foto donata brugioni
Percorrendo i vicoli degli antichi centri è impossibile comprendere dall’esterno lo status sociale delle famiglie che vivono nelle alte case, quasi prive di aperture e con una feritoia al di sopra della porta d’ingresso che permette di controllare, non visti, l’identità di chi bussa; le porte che si affacciano sulla strada non si trovano mai una di fronte all’altra, ma sono sfalsate, in modo da difendere al massimo l’intimità delle famiglie, e anche se spesso sono aperte, una tenda impedisce la visione dell’interno, ma permette il viavai dei numerosi bambini che giocano nei vicoli dei dintorni. Qualche porta con l’architrave e gli stipiti decorati da rilievi in stucco, lascia intuire la dimora di una famiglia particolarmente facoltosa, ma niente di più traspare all’esterno di una vita gelosamente custodita. Dall’alto del minareto, o sorvolando le città della pentapoli, si ha la visione degli innumerevoli tetti a terrazza – regno incontrastato della vita femminile – spesso dipinti di un inatteso tono azzurro chiaro, in netto contrasta con le facciate delle case, tutte nelle stesse sfumature ocra, che si confondono con i colori del deserto circostante.
9 palmeti lungo m zab con abitazioni estive di numerose famiglie mozabite-foto donata brugioni
Spicca a El Atteuf la candida moschea di Sidi Brahim, da poco restaurata, costruita fuori delle mura nei pressi del cimitero: un edificio dell’XI secolo, contemporaneo alla fondazione della città, dall’architettura essenziale e priva di ogni decorazione, con la superficie delle pareti a calce interrotta solo da una serie di nicchie. La spoglia semplicità, propria degli edifici religiosi ibaditi, apparve a Le Corbusier di una straordinaria modernità. Scriveva nel 1931, lo stesso anno del primo viaggio nello M’zab: “Architettura araba, la più matematica che esista. Una casa araba è misurata con i passi delle gambe, con l’altezza delle spalle. I patii e le stanze sono dimensionati in base alla calma misura dei passi, e le altezze del tutto sono quelle stimate di una testa sulle spalle: colonne all’altezza delle spalle, e al di sopra il passaggio per la testa. Nell’architettura araba, si cammina”. E questa è esattamente la sensazione che si prova muovendosi all’interno della moschea di Sidi Brahim.
10 moschea sidi brahim a el atteuf in parte sotterranea-esterno interno-foto donata brugioni
Molti hanno voluto vedere nella piccola moschea di El Atteuf una fonte d’ispirazione per l’architettura della cappella di Notre Dame du Haut a Ronschamp, che Le Corbusier progettò venti anni dopo il suo viaggio in Algeria. Ma forse, più che i riferimenti formali, è il valore spirituale che ha improntato la loro creazione ad accomunare i due edifici sacri, un valore a cui si richiamò Le Corbusier in occasione dell’inaugurazione della cappella: “Ho voluto creare un luogo di silenzio, di preghiera, di pace, di gioia interiore”.

Didascalie immagini

  1. Veduta aerea di Ghardaïa in una suggestiva immagine di George Steinmetz (fonte)
  2. Béni-Isguène al crepuscolo (©Donata Brugioni)
  3. A sinistra: Insegna in arabo, tamazight e francese – A destra: Gli uomini nello M’zab indossano pantaloni con il cavallo plissettato e la kumma, copricapo di cotone bianco ricamato caratteristico degli omaniti (©Donata Brugioni)
  4. Sopra: Ghardaia, la piazza del mercato – Sotto: I portici si vendono i tappeti tessuti dalle donne dello M’zab con i disegni geometrici tipici della cultura berbera; in alto, il minareto della moschea domina la città vecchia (©Donata Brugioni)
  5. Nei vicoli di El Atteuf e Béni-Isguène (©Donata Brugioni)
  6. Le feritoie che permettono di vedere in strada hanno spesso motivi decorativi / Ingresso a un’abitazione ornato con stucchi (©Donata Brugioni)
  7. Nei palmeti lungo il letto dello M’zab sorgono le abitazioni estive di numerose famiglie mozabite (©Donata Brugioni)
  8. La moschea di Sidi Brahim a El Atteuf, costruita intorno al Mille e in parte sotterranea, è la più antica dello M’zab / All’interno le superfici delle pareti, imbiancate a calce, sono interrotte solo da semplici nicchie per gli usi liturgici,
    la più grande delle quali costituisce il mihrab
    (©Donata Brugioni)

In copertina:
Veduta di Bou Noura (“la luminosa”) con il caratteristico minareto “panciuto”
[particolare]
(©Donata Brugioni)