Al Bockenheimer Depot va in scena Radamisto, l’ultima puntata del trittico händeliano che l’Oper Frankfurt ha presentato da Febbraio a oggi. Si è partiti dalla riproposizione del Giulio Cesare Radamisto foto di barbara aumuller 1nell’allestimento di Johannes Erath, a cui è seguito il debutto di una rappresentazione scenica del Messiah curata dal regista australiano David Freeman.

Radamisto fu il primo lavoro che Händel scrisse per la Royal Academy of Music, una compagnia fondata (come società per azioni!) nel 1719 da un gruppo di nobili allo scopo di avere un’offerta stabile di rappresentazioni operistiche e di attrarre a Londra i migliori cantanti europei. Händel fu nominato “Master of the Orchestra” della nuova Accademia e si accinse subito a comporre un’opera originale. Andata in scena il 27 aprile 1720, Radamisto ebbe immediatamente un gran successo di pubblico e, di fatto, lanciò la carriera operistica londinese del caro Sassone. Con l’arrivo a Londra del celebre castrato Senesino, Händel riscrisse profondamente l’opera. Questa seconda versione debuttò il 28 Dicembre 1720, con Senesino nella parte del protagonista, ed è la versione su cui si basa la proposta dall’opera di Francoforte.

Il motore della trama, tratta dagli Annali di Tacito, è la passione di Tiridate, re di Armenia, per Zenobia, la consorte di Radamisto, principe di Tracia. Tiridate, pur di soddisfare le sue brame, non esita ad allontanare la propria sposa Polissena (sorella di Radamisto) e a invadere e a metter a ferro e fuoco la Tracia, su cui regna Farasmane, padre di Radamisto e Polissena. Tiridate, accompagnato in guerra dal fratello Fraarte, è un vero tiranno mosso da libidine e da desideri di conquista e di devastazione. Dopo un turbine di passioni forti e combattimenti, tradimenti e città distrutte, Radamisto riuscirà a mantenere regno e consorte. Happy end.
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Mettere in scena una successione quasi ininterrotta di arie tenute insieme da una trama piuttosto esile non è esercizio banale. Esercizio ulteriormente complicato dalla difficoltà di proporre un’opera potenzialmente molto movimentata in uno spazio angusto come quello del Depot e senza macchinari scenici. Il regista Tilmann Köhler, che già aveva allestito il Teseo al Depot nel 2013, se la cava proponendo una scena fissa: una gigantesca gradinata di legno chiaro su cu si muovono i protagonisti del dramma e su cui vanno in scena le relazioni forti e conflittuali che si svolgono all’interno di questa ragnatela di parentele. La rappresentazione è ravvivata dalla proiezione di video sulla scalinata stessa. Video di guerra, estratti dai telegiornali odierni. Sfilano immagini di esplosioni, carri armati, truppe dell’ISIS. Chiari i richiami alla guerra e alle distruzioni siriane. Molto efficaci le immagini di una città completamente distrutta dalla guerra, proiettate sulla scena mentre i due sposi fuggono dalla loro città assediata. La scena fissa e vuota è ulteriormente vivificata dall’eccellente recitazione dei protagonisti che ricreano con efficacia la fitta trama di pulsioni che muove la vicenda.
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Bene assortito e ispirato il cast della serata. Il controtenore Dmitry Egorov modella con mezzi vocali raffinati i moti dell’animo irresoluto di Radamisto, eroe non all’altezza delle sfide che il Destino gli propone. Toccanti i chiaroscuri dell’aria melanconica “Ombra cara di mia sposa”, fra i momenti più alti del teatro musicale händeliano. Il mezzosoprano Gaëlle Arquez dà corpo e voce a Zenobia, donna forte e risoluta che tenta perfino il suicidio pur di non cadere nelle mani del brutale invasore. Kihwan Sim impersona tutta la brama di conquista, non solo politica, del tiranno Tiridate. “Ogni cosa sia orror lutto e cordoglio” …  Talvolta un po’ grottesco, anche nelle movenze, ricorda a tratti la tipologia dei cattivi di Tarantino. Ottima Paula Murrihy nel ruolo di Polissena. Solida per voce e gesto restituisce gli accenti accorati, ma decisi, della consorte rifiutata dal tiranno. Si può notare en passant come nello spettacolo di Tilmann Köhler le donne abbiano un ruolo assolutamente positivo. Leali e decise, si oppongono all’impazzimento delle vicende umane, mentre le figure maschili oscillano fra la ferocia e la titubanza. Bene anche i comprimari portati in scena da voci giovani. Se è lecito un appunto, la dizione potrebbe essere migliorata. Simone Di Felice, conduce la Frankfurter Opern-und Museumsorchester a ranghi ridotti. Un po’ più di brio a tratti non avrebbe guastato.

Pienone al Depot con successo vivissimo di pubblico e applausi festanti per tutti i protagonisti della serata.

Didascalie immagini

  1. Kihwan Sim (Tiridate) e Paula Murrihy (Polissena) in Radamisto (© Barbara Aumüller)
  2. Gaëlle Arquez (Zenobia) e Dmitry Egorov (Radamisto) in Radamisto (© Barbara Aumüller)
  3. Radamisto: da sinistra a destra: Gaëlle Arquez (Zenobia), Danae Kontora (Tigrane), Dmitry Egorov (Radamisto), Paula Murrihy (Polissena; al centro), Kihwan Sim (Tiridate), Thomas Faulkner (Farasmane) e Vince Yi (Fraarte) (© Barbara Aumüller)

In copertina:
Radamisto: da sinistra a destra: Gaëlle Arquez (Zenobia), Danae Kontora (Tigrane), Dmitry Egorov (Radamisto), Paula Murrihy (Polissena; al centro), Kihwan Sim (Tiridate), Thomas Faulkner (Farasmane) e Vince Yi (Fraarte)
[particolare]
(© Barbara Aumüller)

RADAMISTO
Opera seria in tre atti
Libretto di Nicola Francesco Haym
In italiano con sottotitoli in tedesco

Direttore: Simone Di Felice
Regia: Tilmann Köhler
Scene: Karoly Risz
Costumi: Susanne Uhl
Luci: Joachim Klein
Video: Bibi Abel

Cast
Radamisto: Dmitry Egorov
Zenobia: Gaëlle Arquez
Polissena: Paula Murrihy
Tiridate: Kihwan Sim
Tigrane: Danae Kontora
Fraarte: Vince Yi
Farasmane: Thomas Faulkner

Dove e quando