C’è stato un tempo in cui ciò che noi abitualmente chiamiamo scuola e che ci rievoca le immagini di banchi, lavagne e compiti in classe, più che un luogo era un’idea. E in effetti più che di andare a scuola si parlava di essere una scuola, perché esistevano pure luoghi deputati all’insegnamento o scelti per l’aggregazione, ma il termine scuola definiva soprattutto il vivere comune, l’accordo di costumi e di vita e il continuo scambio di dubbi e ricerche che si veniva a creare tra il maestro e i discepoli, che fra loro si chiamavano compagni. Tra queste vi fu la scuola di Elea, antica pòlis fondata da profughi Focei in fuga dalla Ionia e poi chiamata Velia dai Romani, i cui resti si trovano ai nostri tempi nel territorio di Ascea Marina. Contrariamente a ciò che si è creduto per molto tempo, la scuola non fu fondata da Senofane di Colofone, ma da Parmenide, l’uomo che oggi sono venuto a incontrare.
       «Perciò ti esorto nuovamente: non permettere all’abitudine, che nasce dalle numerose esperienze, di condurti su questa via, ma piuttosto con la ragione giudica la…». Parmenide si accorge della mia presenza, si interrompe e chiede all’uomo con cui sta parlando: «Zenone, conosci forse la persona alle tue spalle che ascolta i nostri discorsi?».
       «No, Parmenide, non l’ho mai visto», risponde Zenone, che s’è voltato ad osservarmi.
Sono stato maleducato, in effetti. Passeggiavo per la via del Nume, la strada che da nord a sud collega i due porti di Elea, quando mi sono accorto di averli davanti: Parmenide e Zenone, in un colpo solo.
1 porta rosa di elea-velia
       «Avete ragione, non ci conosciamo. E mi scuso se vi siete interrotti per causa mia. Ma trovavo così interessanti i vostri discorsi, che non ho potuto fare a meno di ascoltare», mi giustifico io.
       «Di dove sei?», domanda Zenone.
       «Vengo da Efeso», gli rispondo. E tutto sommato non è una bugia.
       «Efeso, la città del grande Eraclito», puntualizza Parmenide, senza tradire ironia.
       «Ne avete sentito parlare, dunque… L’ho conosciuto personalmente. Ha ragione chi dice che ha un caratteraccio, ma in quanto a sapienza in pochi possono tenergli testa», garantisco io.
       «E’ quello che dicono in molti, ma tuttavia non mi incantano. Chi è sapiente diffida dei sensi e non indaga il mutamento. La Dea non ha cercato Eraclito per mostrargli la ben rotonda verità: a lui non avrebbe mai mostrato il sentiero della persuasione», risponde il filosofo.
       La Dea di cui parla Parmenide è la Giustizia (Dike), al cui cospetto, nel proemio dell’opera Intorno alla natura, il filosofo racconta di essere condotto iniziaticamente su un carro trainato da cavalle, affinché possa essergli mostrato il cuore inconcusso della verità, l’aletheia che Parmenide paragona a una sfera.
       «Dove conduce questo sentiero?», domando allora a Parmenide.
       «Conduce alla sapienza ed è la via che il filosofo, guidato dalla ragione, deve seguire, perché è la sola che insegna la verità. Ovvero che l’essere è e non può non essere, mentre il non essere non è e non può essere», afferma, scandendo le parole come di trattasse di una formula.
       «Tutto qui?», verrebbe da chiedersi. Invece non è affatto poco. Basandosi sul principio di identità, per cui ogni cosa è sé stessa, e sul principio di non contraddizione, per cui è impossibile che una stessa cosa sia e allo stesso tempo non sia ciò che è, Parmenide concepisce la regola che porrà in scacco tutta la filosofia precedente e buona parte di quella che seguirà. Non solo. Rifiutando la molteplicità e il divenire del nulla, Parmenide arriva a definire i caratteri dell’Essere che descrive unico ed omogeneo, ingenerato e imperituro, immobile e immutabile, eterno e finito.
       «Solo la ragione ha la capacità di farsi scienza, non i sensi. Eraclito in questo si è ingannato, è rimasto fermo sul sentiero del non-essere», interviene Zenone.
2 zenone di elea indica porte della verita e falsita affresco biblioteca el escorial madrid
       La seconda via è appunto indicata dalla Dea come la via dell’illusione, dove ci si lascia guidare dai sensi e si arriva a ciò che appare ma non è. Zenone dedicherà tutta la sua speculazione a difendere le teorie del maestro, riducendo dialetticamente all’assurdo le dottrine sostenute dagli avversari di Parmenide, che, ammettendo la pluralità e il mutamento, camminano su questa via ma finiscono per trovarsi in difficoltà inestricabili. Lo farà grazie ai suoi paradossi e coglie l’occasione per raccontarmi il più famoso:
       «Ad esempio, affidandoti ai sensi, diresti mai che in una corsa in cui abbia un minimo vantaggio, una tartaruga non sarà mai raggiunta dal veloce Achille?», mi interroga.
       Vorrei dirgli che la so, che ho studiato, che questa storia se la ricorda anche chi a filosofia veniva puntualmente rimandato a settembre. Ma pure stavolta mi tocca tenere il punto:
       «E’ impossibile», rispondo, «non ci crederebbe neanche un bambino».
       «Eppure, ragionando, ti accorgerai che è così», continua lui, «perché per raggiungerla, Achille dovrà prima arrivare alla posizione occupata dalla tartaruga, ma la tartaruga intanto si sarà spostata di un intervallo e quando Achille percorrerà anche questo intervallo, la tartaruga sarà ancora un passo avanti. Ma se infinite volte quello spazio potrà essere diviso, allora infinito sarà il tempo che Achille impiegherà per raggiungere la tartaruga. Ed ecco che sensi e ragione ci dicono l’opposto», teorizza Zenone con un ghigno che sa di presa in giro.
       «Ma allora è tutto finzione!?», protesto io. «Non c’è niente di vero in quello che viviamo?». Parmenide prende sul serio la mia domanda:
       «Caro mio, prova a guardarti intorno: davvero intravedi verità? Quella porta, ad esempio», mi chiede indicando Porta Arcaica, «è forse l’essere? No, quella porta non è l’essere, dunque è non-essere: nulla! E come lei, la moltitudine delle cose. Ma se tutte le cose sono non-essere, ci si può illudere di poter trovare il loro comune principio? Eppure quella porta è. E il cielo è. E noi tre siamo. Ed è proprio questo, solo questo, che tutte le cose hanno in comune: l’essere, l’unica cosa possibile ed esprimibile. Perché quando pensiamo, noi pensiamo l’essere».
       Lo ammetto, sto impazzendo. Se studiare Parmenide sui libri di scuola m’era sembrato proibitivo, parlarci può mandare al manicomio. Zenone se la ride, comprendendo le mie difficoltà, ma mi consolo pensando che perfino Aristotele sospetterà che quelle di Parmenide fossero follie. Il suo è un pensiero che divide e non c’è dubbio che sia tra i più inaccessibili: per molti interpretarlo è stata la sciarada di una vita. Ma è con Parmenide che si assiste al cambio completo dell’oggetto di indagine. La fragilità e l’incertezza dell’esistenza, sperimentata in prima persona con la fuga dalla Ionia, in cui le condizioni politiche stavano per mutare, favoriscono quella riflessione sull’essere che sarà chiamata ontologia.
       3 raffaello sanzio scuola di atene affresco 1509-1511 vaticano-particolare-parmenide«Correggetemi, se sbaglio: è dunque il metodo che conta? In fondo la Dea non indica quale sia la verità, ma dove e come cercarla», osservo io.
       «E’ proprio così. Eraclito diceva bene: le cose mutano continuamente e un attimo dopo non sono più ciò che erano prima. Ma quale salda verità si può allora trovare in una realtà tanto effimera e fuggevole? L’archè, il principio, non è un elemento da cercare nel mondo, né può essere il divenire, che non-è più o non-è ancora. L’essere è il solo principio. E per esso saranno nomi tutte le cose che hanno stabilito i mortali, convinti che fossero vere: nascere e perire, essere e non-essere, cambiare luogo e mutar colore».
       «D’accordo, posso capire. Ma non c’è modo di accordare l’essere col divenire, con cui ogni giorno dobbiamo fare i conti?», domando allora.
       E’ una domanda che non brilla per originalità, me ne rendo conto. Ma nei libri di filosofia raramente se ne trova la risposta, perché la pacificazione tra l’ontologia di Parmenide e la vita pratica è stata senz’altro la parte meno indagata del suo pensiero. E questo nonostante Parmenide dica sì, che il mondo è illusione, ma mai che il mondo non esiste. Per questo può rispondermi chiaramente:
       «Esiste una terza via: la doxa, l’opinione plausibile. E’ una via compromissoria, certo, ma una volta appreso il cuore della verità e dopo aver imparato ad escludere l’errore, possiamo accettarla, perché ci aiuta ad avvicinarsi all’Essere, di per sé impossibile da raggiungere pienamente».
       «E’ di questa via che stavate parlando con Zenone quando ci siamo incontrati, non è così?», domando.
       «Zenone è un caro ragazzo ed è assai bravo coi ragionamenti, ma si intestardisce», osserva Parmenide, rimproverando benevolmente il suo discepolo preferito. «Gli stavo giusto raccomandando di non farsi ingannare dall’abitudine a cercare nell’esperienza la verità, ma di imparare con la ragione a giudicare la realtà».
       Dunque la realtà esiste e ora che sappiamo che è la ragione che deve guidarci, possiamo occuparci di lei. Ma Parmenide non sbagliava: rapito dal fascino dell’essere, Zenone insisterà solo sull’ontologia parmenidea, finendo per trascurare questa terza via e mutilando la filosofia del maestro di una parte decisiva: quel primo abbozzo di conciliazione, che sarà poi sviluppato da Empedocle e Anassagora, i pluralisti.
4 torre normanna castellamare di velia borgo sul promontorio dell acropoli di elea       
       E’ quasi ora di pranzo e Parmenide s’incammina verso la via della Notte, il tratto a Nord di Elea, chiamato così perché sempre in ombra. Con Zenone, invece, ci muoviamo dalla parte opposta. E tanto basta a stimolarlo: è l’occasione per raccontarmi un altro dei suoi paradossi.
       «Il movimento è fallace, ormai l’hai capito. Immagina questo: se ora sia noi che Parmenide ci voltassimo e prendessimo a camminare alla stessa velocità verso il punto in cui prima eravamo, per chi si trovasse ora in quel punto avremmo una certa velocità, ma noi per Parmenide e lui per noi avemmo una velocità doppia. Il che è un assurdo», dichiara compiaciuto.
       Quello che Zenone chiama assurdo, circa 2300 anni dopo Albert Einstein chiamerà relatività. Il filosofo di Elea c’era arrivato con oltre due millenni di anticipo ma non aveva ancora gli strumenti per capirlo, né l’umiltà per mettere in discussione le proprie certezze. Come chi, vinto dal pregiudizio, non riconosce un diamante e lo getta via credendolo un pezzo di vetro, bollò come errore ciò che non capiva. E allora penso a come ai giorni nostri fede e scienza si scontrino seguendo il medesimo procedimento: ammettendo le ragioni dell’altra solo per sconfessarle. E vorrei tanto esserci tra duemila anni per vedere se si sarà arresa prima la fede, ormai dissolta sotto i colpi di una scienza che avrà saputo spiegare l’origine di tutto, oppure la scienza, che si sarà talmente spinta al confine della ragione, da dover ammettere che si può guardare oltre, che c’è un assurdo da indagare. L’assurdo che la fede aveva intravisto e che, senza timore, aveva chiamato Dio.

Didascalie immagini

  1. La Porta Rosa di Elea-Velia rappresenta il più antico esempio di arco a tutto sesto in Italia. (fonte)
  2. Zenone di Elea indica ai giovani le porte della verità e della falsità, affresco nella Biblioteca di El Escorial, Madrid (fonte)
  3. Raffaello Sanzio, Scuola di Atene, affresco 1509-1511 circa, Città del Vaticano, Musei Vaticani [particolare]. Per quanto di identificazione controversa, si è soliti riconoscere Parmenide nel personaggio raffigurato. (fonte)
  4. La torre normanna di Castellamare di Velia, borgo costruito sul promontorio su cui sorgeva un tempo l’acropoli di Elea. (fonte)

In copertina:
Il promontorio di Velia al tramonto. Elea, fondata nel IV secolo a.C. da esuli Focei provenienti dalla Ionia, fu chiamata Velia in epoca romana. (fonte)