L’ho visto con i miei occhi: è rimasta una sola colonna. Di questo colossale edificio, di questa meraviglia del mondo antico, non rimarrà che una sola colonna. Ma ora il Tempio d’Artemide ce l’ho di fronte in tutta la sua bellezza. Raccontano che fu la dea stessa a posare le ultime pesantissime travi, aiutando l’architetto Chersifrone, scoraggiato a tal punto dalla difficoltà dell’impresa da meditare il suicidio. Non so spiegarlo, ma in qualche modo si avverte l’intervento divino, perché entrare nel Tempio incute soggezione.
Cammino in uno dei corridoi formati dallo schieramento di colonne che si stringono attorno alla cella, quando mi accorgo che un bambino seduto ai piedi di una di queste, vedendomi avanzare, alza lo sguardo, mi sorride e lancia i dadi che tiene in mano.
«Hai fatto un buon punteggio?», gli domando. Lui fa segno di sì con la testa. «Sto cercando Eraclito, lo conosci?», provo a chiedergli. Ma ancor prima che il bambino inizi a rispondere, l’uomo che gli siede di fronte si sporge dalla colonna che lo nascondeva, mi scruta con attenzione ed esclama:
«Cerchi dunque Eraclito? So io dov’è quel sommo uomo. Ti prometto che ti porterò da lui ma devi mostrarmi se davvero sei degno d’incontrarlo. Perciò prima rispondi a questa semplice domanda: in che modo si può far seguire la siccità a una grande inondazione?».
Un enigma rappresenta quasi sempre un problema; invece stavolta per me è una soluzione.
«Non credo che dobbiate condurmi in alcun posto: Voi stesso siete Eraclito», rispondo senza tentennamenti. «Ma mi spiace deludervi, non sono un medico e non so come curare la vostra malattia».

Mi chiedevo, appunto, come sarei riuscito a conquistarmi la fiducia di un uomo conosciuto da tutti per la sua scontrosità. Superbo e diffidente del prossimo, Eraclito si era ritirato da qualche tempo a vivere nel Tempio. Ma in realtà da sempre mal sopportava la vita pubblica, al punto che da giovane aveva rinunciato alla carica nobiliare di basileus che gli spettava per discendenza. L’occasione per aprire un varco nella sua reticenza si presentava proprio grazie a quella domanda, che ormai poneva sempre a chiunque gli si avvicinasse e che – ma lui non poteva saperlo – io conoscevo già. Soffriva di idropisia, un accumulo di liquidi negli interstizi del corpo; per questo, nel suo stile sibillino, cercava qualcuno che potesse aiutarlo a riportare siccità nel proprio organismo.
«Mi sorprendi, accidenti! In pochi sanno comprendere la mia domanda», borbotta. «Così quello stregone non arriva ancora… Razza di villano, far aspettare Eraclito! Dovevo capirlo che non eri tu, in effetti non hai l’aspetto di un medico. Ma allora perché mi stavi cercando?», mi chiede.
«Sono passato per Efeso e ho chiesto indicazioni per il Tempio. I Vostri concittadini mi hanno indirizzato e poi hanno aggiunto che qui si era ritirato Eraclito, lo skoteinòs. Comprenderete la mia curiosità, volevo conoscere l’uomo che chiamano “oscuro”».
«I miei concittadini? », dice sdegnato. «Dunque i poveri dormienti si ricordano ancora di Eraclito? Tu invece sembri sveglio. Resta lontano da loro come faccio io, che trovo più interessante starmene qui, a giocare a dadi con un bambino, che a perder tempo coi loro trastulli. Quelli pensano solo a saziarsi come bestie! Persino il mio libro tengo al riparo da loro: l’ho deposto fra queste sacre mura affinché Artemide lo protegga dalla loro incomprensione», esclama.

Il suo libro di aforismi, “Sulla natura”, al riparo dai più lo sarebbe stato ovunque. Eraclito lo aveva scritto in un linguaggio impenetrabile, forse perché si riteneva legittimato a usare il codice scelto dagli oracoli. O forse, più semplicemente, perché l’oracolo “non dice né nasconde, ma allude”. E, in effetti, Eraclito non aveva nulla da spiegare; gli bastava indicare «la natura che ama nascondersi», consapevole che, chi aveva gli occhi del filosofo, avrebbe saputo vederla. Non fu, pertanto, il suo carattere difficile a rendere oscuro quel che scriveva, come credono in molti. Piuttosto il contrario: erano i suoi pensieri a renderlo malinconico. Che spesso è il destino di chi, come lui, prende atto del vero senza cercare consolazioni.
«Anche Pitagora diffidava di tutti. La sua scuola era una cerchia di eletti», osservo. Eraclito si alza da terra, non senza una certa fatica. Quindi mi si fa incontro e, con fare concitato, protesta:
«Pitagora era un cretino! Non paragonarmi a lui. Come si può solo pensare di ridurre la natura in numeri? La natura va indagata in profondità, non in superficie. La matematica è una disciplina particolare, che si accontenta di false evidenze. Credimi, non serve proprio niente di particolare per vedere il Logos e seguire la sua legge».
Pitagora non era affatto un cretino. Basti pensare che si deve a lui l’astrazione della matematica dalle applicazioni pratiche e la fondazione della dimostrazione scientifica. Ma le obiezioni che Eraclito muove alla filosofia della scuola non sono campate in aria: la teoria che la sostanza delle cose sia il numero, poiché la natura del mondo consiste in un ordine misurabile, entrò in crisi già con la scoperta dei numeri irrazionali, ritenuta a tal punto scandalosa che si decise di tenerla nascosta. Ma il Logos di cui parla Eraclito è la stessa armonia descritta da Pitagora: l’ordine finalisticamente organizzato in cui si risolvono tutti gli opposti, che Pitagora riduceva alla coppia di contrari pari-dispari. Eraclito fa un decisivo balzo in avanti e non tanto nell’estendere la contesa ad ogni coppia di contrari (giorno-notte, caldo-freddo, bene-male), ma nel difendere con forza questa contesa, che lui chiama Polemos, guerra.
«L’errore che fanno certi filosofi è di voler vedere l’oggetto della loro ricerca: Talete indicava l’acqua, Anassimene l’aria, Pitagora i numeri… Invece l’oggetto è soltanto da capire. Anassimandro sembrò intuirlo, sostenendo che il principio di tutto è l’apeiron, l’infinito, dal quale i contrari si separano generando tutte le cose finite. Ma quando sostenne che questa separazione è un’ingiustizia da espiare con la morte, perché determina la rottura dell’unità… allora mandò tutto all’aria, dannazione! Ma quale ingiustizia, quale colpa? La prevaricazione è necessaria. Ogni cosa può essere quel che è solo grazie a tale prevaricazione e la stessa vita non esisterebbe se non fosse in contesa con la morte», sentenzia con insolita chiarezza.
![Raffaello Sanzio, Scuola di Atene, affresco 1509-1511 circa, Città del Vaticano, Musei Vaticani [particolare]. Eraclito viene qui rappresentato con le fattezze di Michelangelo.](https://www.artearti.net/assets/channel_images/5629/3_raffaello_sanzio_scuola_di_atene_affresco_1509-1511_circa-particolare_con_eraclito.jpg)
«Dunque è questo il Logos: l’ordine che si nasconde dietro ad ogni opposizione?», domando.
«Esatto! È l’Uno che permane a ogni mutazione, è la Ragione e la regola del divenire. Il divenire è il legame che unisce gli opposti: basta che qualcosa si realizzi, che subito il suo contrario si mette in moto per raggiungerla. La salute seguirà la malattia, la giustizia seguirà l’offesa», spiega.
Divenire è un termine legato a doppio filo al nome di Eraclito, anche grazie alla fortuna dell’aforisma che meglio di ogni altro ne racconta l’andamento: «non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento si disperde e si raccoglie, viene e va». Continua il filosofo:
«L’acqua del fiume sarà già diversa la seconda volta che vi si scende, il fiume non sarà più lo stesso, poiché ogni cosa è soggetta al tempo e alla trasformazione. Ogni cosa, appunto, tranne una: il divenire stesso. Potremmo dire che tutto diviene tranne il divenire, che per questo è la forma dell’essere».
«Le Vostre parole sono affascinanti, ma questo è un discorso tutto teoretico», obietto io. «Non esiste in natura qualcosa che sia in costante movimento e in continua mutazione ma che, nell’opposizione, rimanga comunque sempre uguale a se stesso». So bene di sbagliare, ma a Eraclito devo un favore: è l’assist perfetto.
«Certo che esiste: è il fuoco. Il fuoco vive della morte del suo combustibile e resta in vita perché combustibile e comburente lottano incessantemente», dichiara accennando una smorfia, quasi un sorriso.

Si sbaglierebbe qui a intendere il fuoco allo stesso modo degli elementi che gli Ionici avevano indicato come archè. È probabile vada preso in senso più metaforico, come riscontro naturale e materializzazione di una legge universale. Sta di fatto che Eraclito dirà che la divinità «è giorno-notte, inverno-estate, guerra-pace, sazietà-fame. Ed essa muta come il Fuoco», identificando Dio col principio secondo una visione panteistica. In fondo Zeus interveniva nel mondo con i fulmini, che nient’altro sono se non fuoco.
«È lei Eraclito di Efeso? Sono il medico che stava aspettando», ci interrompe un uomo, che il bambino che prima giocava con Eraclito ha condotto fino a noi.
Eraclito mugugna qualcosa, sembra dispiaciuto di dover interrompere la nostra conversazione. Ma prima di salutarmi, si avvicina e mi sussurra all’orecchio qualcosa, che suona come un monito:
«Esiste una sola sapienza: riconoscere l’intelligenza che governa tutte le cose attraverso tutte le cose».
M’incammino verso la cella. Prima di andarmene, voglio ammirare la statua di Artemide, che a noi non arriverà. Perché l’ho visto con i miei occhi cosa può fare il fuoco: il 21 luglio del 356 a.C., tra poco più di cento anni, nascerà Alessandro Magno; quello stesso giorno il pastore Erostrato incendierà il Tempio col solo intento di mantenere immortale il proprio nome. Sarà condannato a morte, ma riuscirà nel suo folle proposito, al punto che ancora oggi si parla di erostratismo per definire l’ansia di perdurare nella memoria dei posteri. Il Tempio di Artemide verrà più volte ricostruito ma altrettante andrà distrutto. Perché ciò che resiste al fuoco, poi lo consuma il tempo, seguendo la legge del panta rei (tutto scorre) a cui nulla che passi per questo mondo può sfuggire.
Didascalie immagini
- Johan Moreelse, Eraclito, olio su tela, Chicago, Art Institute (fonte)
- Il Tempio di Artemide ad Efeso fu completato nel 550 a.C.. L’alto basamento era largo circa 8 metri e lungo 131; Plinio racconta che le colonne fossero 127, alta ognuna 20 metri. (fonte)
- Raffaello Sanzio, Scuola di Atene, affresco 1509-1511 circa, Città del Vaticano, Musei Vaticani [particolare]. Eraclito viene qui rappresentato con le fattezze di Michelangelo. (fonte)
- Il fuoco, l’elemento che rappresenta il divenire eracliteo (fonte)
In copertina:
Eraclito – olio su tavola di Hendrick ter Brugghen
[particolare]
(fonte)